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La storia

Chiusura anticipata, con l'aperitivo addio anche al lavoro

Foto: Marco Merlini
Arianna Longo
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Il sogno infranto di Mattia, 25 anni: stare dietro il bancone di uno dei bar più in voga di Trieste. Gli avevano assicurato il rinnovo del contratto, ma poi è arrivato il nuovo Dpcm e tutto si è fermato. "Non mi sono visto togliere solo un impiego, ma anche la mia passione"

Mattia, 25 anni, lascia Trieste per conseguire il diploma da barista alla Bartender School di Milano. A febbraio torna nella sua città per cercare lavoro e il 20 agosto, finalmente, lo trova. Viene assunto da uno dei locali più in voga del centro storico e il suo contratto – gli assicurano – sarà rinnovato, perché la clientela è davvero tanta.  Domenica 25 ottobre si reca al bar per il turno serale. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato le nuove norme anti-Covid qualche ora prima. “Mi hanno detto che dalla settimana seguente non sarei più dovuto andare al lavoro perché il locale nelle ore serali sarebbe rimasto chiuso. La mattina dopo la titolare ha inviato un messaggio nella chat con tutti i dipendenti, comunicandoci che le persone a cui sarebbe scaduto il contratto, il prossimo 30 ottobre, non avrebbero avuto il rinnovo”.

Il bar conta venti dipendenti, di cui dieci lavorano dalle sette del mattino alle cinque del pomeriggio e altri dieci fino a mezzanotte. La divisione dei turni è fissa, per cui la chiusura alle diciotto introdotta dal nuovo Dpcm penalizza di più chi come Mattia è in servizio sempre e solo nella seconda fascia oraria. Tanto più per i locali che, come quello in cui ha lavorato lui, servono solo alcolici, quindi non possono fare servizio d'asporto, né consegne a domicilio. “A me e a un altro ragazzo non hanno rinnovato il contratto. Chi era assunto a tempo indeterminato si è visto decurtare il turno a dieci ore settimanali, ma è come non lavorare”, commenta Mattia. Da consumatori, distinguiamo gli orari del bar solo in base alle nostre abitudini individuali. Ma per chi ci lavora l'orario di servizio dipende anche dalla propria qualifica. Così Mattia non si è ritrovato per caso a svolgere il turno serale, ma lo ha scelto perché gli avrebbe consentito di fare ciò per cui aveva studiato: miscelare gli ingredienti dei cocktail, trovare il giusto equilibrio tra infusi e sciroppi.

“Quando ho cominciato a lavorare nella ristorazione, a 19 anni, dovevo fare un po' di tutto. Avendo accumulato titoli ed esperienza, però, posso permettermi di scegliere mansioni più specifiche. Lunedì scorso non mi sono visto togliere solo un lavoro, ma anche la mia passione”. Sullo sfondo, Trieste. Città turistica, certo, con il suo lungomare gremito di locali e ristoranti. Ma anche con i suoi bar di borgo, distanti dalle rotte commerciali. Perché Trieste, spiega Mattia, “è divisa in rioni e ogni rione è un micro-universo. Ciascuno col suo bar, in cui un giro di amici storicamente insediati in quella parte di città si riunisce non solo per consumare (cibo, vino, tempo, nda), ma anche per condividere pezzi di vita". Luoghi estranei ai cliché della movida che oggi, conclude Mattia, “stanno soffrendo moltissimo”.