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Blocco licenziamenti

Vite in bilico

Simona Ciaramitaro
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Storie di lavoratori dell'industria aeronautica Dema che, se non arriverà la proroga al divieto di licenziare, potrebbe lasciare a casa centinaia di dipendenti tra Campania e Puglia

Napoli. Maria Sole, operaia specializzata, due figli, una madre da accudire e un marito che lavora nella stessa azienda. Salvatore, operaio specializzato, sei figli e una moglie disoccupata. Sono solamente una piccolissima parte dei dipendenti della Dema che rischiano il posto di lavoro se il governo deciderà di non prorogare il blocco dei licenziamenti decretato con l’insorgere dell’emergenza Covid.

L’azienda aeronautica, che ha quattro sedi (Somma Vesuviana, Paolisi (Bn) e Brindisi) per un totale di oltre 700 lavoratori, è alla sua terza ristrutturazione, come ci spiega Andrea Morisco, Rsu Fiom Cgil alla Dema. La società ha un debito di 30 milioni di euro principalmente con l’Inps e un calo produttivo che supera il 50%, dovuto alla pandemia e alla perdurante crisi del settore, motivi per i quali è aperta da tempo una trattativa al ministero dello Sviluppo economico, il quale ha offerto finanziamenti che servirebbero indirettamente al pagamento del debito.

Se la proposta dovesse esser accettata, “la Dema dovrebbe presentare un piano industriale condizionato da una prolungata assenza di attività commerciali e da problemi di sviluppo legato al covid, con picchi di calo di produttività che arrivano anche al 50%. Già a marzo si parlava, per l’intero settore, di tre anni di tempo per l’inizio della ripresa: con la seconda ondata pandemica lo scenario peggiora ulteriormente. Essendo in atto per l’azienda la procedura fallimentare, il rischio di fallimento è alle porte”.  È per questo motivo che cassa integrazione e blocco dei licenziamenti diventano fondamentali affinché i dipendenti attualmente in esubero non diventino lavoratori licenziati.  

Morisco aggiunge poi il problema delle centinaia di lavoratori dell’indotto dell’aeronautica, settore metalmeccanico portante in Campania e in Puglia, che subirebbero il contraccolpo rischiando anch’essi il licenziamento. “I numeri suggeriscono un quadro apocalittico – conclude -, contro il quale deve intervenire lo Stato, attraverso il blocco dei licenziamenti e la proroga della cig, ma anche con una politica industriale nazionale che ponga soluzioni”. È in questo scenario disastroso che si muovono le vite di Maria Sole e di suo marito, come anche di Salvatore e di altre centinaia di donne e uomini.

Maria Sole esce di casa insieme al compagno alle 5.30 del mattino, lasciando la madre con una badante. Il suo sacrifico nasce non solamente dalla necessità, ma anche da un grande amore per il suo lavoro, “simile a quello che si ha per un uomo”, un lavoro specializzato che la vede tracciare piste sul metallo con un bisturi. Non manca nemmeno una forte affezione all’azienda e ai suoi capireparto che, ci dice, la rispettano per la sua “precisione, per la puntualità e per l’essere instancabile”. Ha ben 34 anni di servizio alle spalle, piange, al telefono, pensando a quello che grazie al lavoro è riuscita a fare per i suoi due figli, un ragazzo emigrato ad Alessandria e una ragazza, al momento in attesa di un’importante intervento chirurgico. Ora che si prospetta il licenziamento Maria Sole è in ansia e vive nella speranza che tale sorte non spetti tanto a lei quanto al marito, perché questo vorrebbe dire il tracollo delle loro vite. “Bisogna che l’azienda trovi il modo per poter andare avanti – ci dice-, ma non possono distruggere intere famiglie”.

Tra i suoi colleghi c’è Salvatore. Grande è la sua volontà di fare sapere cosa sta accadendo ai lavoratori della Dema ed è furibondo con i vertici aziendali. Originario della Puglia e trapiantato a Napoli, 58 anni, Salvatore è un operaio metalmeccanico specializzato con “35 anni di questa bellissima storia addosso”, ha un divorzio alle spalle e sei figli. Tre di loro sono attorno alla maggiore età, gli altri tre hanno rispettivamente sei mesi, quattro anni e sei anni. La moglie è una guida turistica a partita Iva che però non lavora da due anni e non ha percepito nemmeno uno dei benefici economici stabiliti dal governo durante questa pandemia. “C’è la pigione da pagare – dice Salvatore-, le spese per la scuola dei bambini: a fare le rapine non andrò mai, anche se sono in una situazione allucinante, ma di certo io non mi arrenderò mai”. Salvatore è disposto a combattere, a salire sui tetti della fabbrica, come quando la Dema ha messo in cassa integrazione a zero ore i suoi dipendenti, perché, lui lo sa bene, senza lavoro non si può vivere