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Il «rilancio» della Popolare di Bari? 900 esuberi

Foto: Klimkin (da Pixabay)
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I commissari straordinari presentano un piano di riorganizzazione durissimo, che prevede la riduzione di quasi un terzo del personale e la chiusura di 94 filiali. “Cinico, contraddittorio e inaccettabile”, così lo definiscono i sindacati, chiedendo un deciso cambio di rotta

Un piano durissimo: 900 esuberi (su 3.300 dipendenti), 94 filiali (su 291) chiuse in tutta Italia. Il progetto di riorganizzazione della Banca Popolare di Bari non piace a lavoratori e sindacati. “Cinico, contraddittorio e inaccettabile”, così l’hanno definito Fisac Cgil, Fabi, First Cisl, Uilca e Unisin. Ma l’istituto di credito, ora in mano ai commissari straordinari, va avanti: nell’ultimo incontro in conference call (di mercoledì 6 maggio scorso) non solo ha confermato la volontà di ridurre il personale (600 in rete e 300 in direzione), ma ha anche precisato, regione per regione, il numero delle sedi che intende dismettere.

Il piano, annunciato il 16 aprile scorso (a metà dicembre 2019 l’istituto è stato commissariato dalla Banca d’Italia per evitare il fallimento, in gennaio i suoi vertici sono stati arrestati per una serie di reati), si sta progressivamente concretizzando. Entrando nel dettaglio, la Banca Popolare di Bari prevede di cessare l’attività delle cinque filiali di Emilia-Romagna e Veneto, di quattro su cinque della Lombardia, di sei su sette della Calabria, di due su cinque del Lazio, di nove su 17 delle Marche, di 39 su 97 dell’Abruzzo, di dieci su 43 della Campania, di sette su 33 della Basilicata, di 12 su 76 della Puglia, mentre nessuna chiusura è prevista per le tre sedi del Molise.

I sindacati contestano, anzitutto, la mancata consegna nei giorni precedenti il vertice dei “dati necessari a un confronto tra le parti”, evidenziando che l’azienda si è limitata “a leggere la documentazione che ci è stata inviata solo al termine dell’incontro”. La presentazione del piano “solo in minima parte è stata più approfondita”: nello specifico, è stato illustrato “uno schema di razionalizzazione dei costi relativi a forniture e consulenze, insieme a una minima rimodulazione dell’offerta di servizi bancari”.

E su quest’ultimo versante, la critica è molto decisa. “Secondo la rimodulazione proposta, in linea enunciativa, il volano del rilancio dovrebbe essere rappresentato dalla valorizzazione delle competenze e della professionalità del personale”, argomentano Fisac Cgil, Fabi, First Cisl, Uilca e Unisin, sottolineando però che “dalla lettura dei documenti, è proprio su questo aspetto che quanto illustrato dall’azienda risulta lacunoso e brutale, privo di una visione prospettica”.

Nel corso della videoconferenza l’azienda ha ribadito la “necessità della riduzione dei dipendenti, delle chiusure di filiali e della mobilità funzionale e territoriale, tutto sotto la voce ‘costo del personale’, senza tener conto della vita delle persone, sciorinando pagine con numeri sconsiderati”. Il progetto della Popolare contempla la creazione di sei aree territoriali (con la progressiva chiusura di tutti i distretti), la ridefinizione delle figure professionali presenti, la crescita dei gestori Poe (ossia lo “small business”) e il decremento dei gestori corporate, il rinnovato format delle filiali (grandi dimensioni, investimenti/imprese, filiali light).

I sindacati, in conclusione, avvisano l’azienda che “per il prosieguo della trattativa si rende indispensabile comprendere prima, e declinare poi, come ripensare il modello di banca illustrato, non cadendo nella tentazione, certamente più facile per il management aziendale, di risolvere la questione attraverso un’emorragia di personale”. E avvertono che, se quelle “indicate finora sono le basi su cui negoziare”, allora “non dovranno essere le lavoratrici e i lavoratori a pagare le conseguenze di atti e fatti di cui altri risponderanno alla magistratura”.