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Lavoro pubblico, il buco nero

Lavoro pubblico, il buco nero
Foto: FOTO DI © FRANCO CUFARI/SINTESI
Stefano Iucci
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Nei prossimi tre anni un quarto dei dipendenti andrà in pensione, ma il calcolo non tiene conto di quota 100. Precarietà e blocco delle assunzioni rappresentano un ulteriore fardello. Servizi sempre più a rischio

Uscite per quota 100, mancato turn over, precarizzazione degli addetti e gestione dissennata delle (scarse) politiche di assunzione. Il lavoro pubblico – da anni oggetto di una campagna mediatica di attacchi ingiustificati – non se la passa troppo bene. E, insieme ai lavoratori, a subire i danni maggiori sono i cittadini, quelli che ogni giorno hanno bisogno di servizi essenziali per la loro vita. I dati che emergono dall’analisi del Conto annuale del personale realizzata dalla Ragioneria generale dello Stato sono drammatici: il personale precario è aumentato nel corso degli ultimi dieci anni del 72,2% nei ministeri e del 39,8% negli enti locali.

Questi dati sono da leggere in parallelo con la contrazione generale dei dipendenti pubblici. Eccone alcuni: gli enti pubblici non economici hanno perso il 27,6% degli addetti, gli enti locali il 16,8%, i ministeri il 18,4%, la sanità il 6,2%. Ma di casi se ne potrebbero riportare tanti. L’Inps, ad esempio – a cui è toccata ora anche la patata bollente del reddito di cittadinanza – è sotto organico di 6.000 unità e non può assumere perché c’è il blocco. Anche ipotizzando che i concorsi vengano sbloccati al più presto, le immissioni, se va bene, potranno arrivare nel 2021. Nel frattempo in carenza di personale l’istituto taglia le sedi territoriali, il che vuol dire meno servizi per le persone.

Per completare un quadro già così sconfortante bisogna aggiungere l’età sempre più avanzata degli addetti che ha raggiunto una media di 50,6 anni e che è destinata a peggiorare, visto che secondo le previsioni nel 2022 circa 900 mila dipendenti pubblici saranno ultrassessantenni. “In queste condizioni – spiega Alessandro Purificato, dirigente della Fp Cgil – già aver mantenuto un livello adeguato di servizi ha del miracoloso”.

Ora poi è arrivata quota 100. Sia chiaro, è un bene che chi ne ha diritto usufruisca di questa possibilità; il punto, aggiunge il sindacalista, “è che negli anni non c’è stata una politica assunzionale adeguata che potrebbe ora permettere una risposta efficace a queste fuoriuscite”. Secondo i calcoli dei sindacati, a riforma Fornero invariata, nei prossimi due anni ci sarebbero comunque stati già 500 mila pensionamenti (146 mila solo nel corso del 2019), più altri 120 mila nella scuola. Insomma, in 36 mesi un quarto dei dipendenti pubblici uscirà e l’effetto di quota 100 – anche se ancora non è possibile stimarne con precisione le conseguenze – sicuramente agirà da moltiplicatore con i risultati per i servizi che tutti possono facilmente immaginare.

A riforma Fornero invariata nei prossimi due anni ci sarebbero stati 500.000 pensionamenti. Con quota 100 il dato sarà molto più alto

La mancanza di una seria e programmata politica di assunzioni – con le relative risorse – è stata una delle critiche più forti che i sindacati hanno mosso alla legge di bilancio. “È vero che il turn over è tornato a livelli standard – riprende Purificato –, tuttavia ci sono realtà come quelle dei ministeri dove gli effetti delle eventuali assunzioni si sentiranno solo molto più in là nel tempo, creando così un gap rispetto alle uscite. Sapendo infatti che potranno assumere soltanto a novembre, le amministrazioni tenderanno a far partire i concorsi più avanti nel tempo”. C’è poi un altro aspetto che preoccupa i sindacati e che riguarda gli enti locali: anche quando hanno avuto negli scorsi anni possibilità più elevate rispetto ad altre amministrazioni di rimpiazzare le uscite, hanno assunto quantità molto più basse di lavoratori rispetto a quanto era possibile. “L’esempio eclatante è quello dello scorso anno – sottolinea il sindacalista della Fp Cgil –, quando era già possibile coprire totalmente il turn over, mentre in media gli enti locali hanno assunto solo per il 47 per cento, il che probabilmente si spiega con le difficoltà finanziarie che li ha spinti a utilizzare quelle risorse per tappare altri buchi”.

Beni culturali a perdere
Tra i comparti più colpiti dal mix letale che abbiamo descritto c’è sicuramente quello dei beni culturali, che pure dovrebbe essere uno dei fiori all’occhiello di questo paese. A oggi i sindacati stimano una carenza di personale in tutta Italia di 3.260 unità che arriverà addirittura a quota 8.380 del 2021, il che equivale addirittura al 43,6 per cento del personale. Un’emorragia imputabile ai soliti colpevoli: mancato turn over e pensionamenti. Un esempio tra i tanti, ma particolarmente eclatante, è quello che viene dalla Puglia. Il cahier de doléances ce lo squaderna davanti Matteo Scagliarini, delegato del Polo museale pugliese e da poco eletto al Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici: “Il castello di Trani ormai funziona solo con due lavoratori per turno, sei in totale, il che mette a rischio la sua apertura. A Canne della Battaglia abbiamo solo tre operatori e l’apertura è garantita solo per quattro giorni la settimana; stesse difficoltà per il Castello di Manfredonia e Siponto. A Castel del Monte siamo riusciti a tamponare un po’ l’emorragia di addetti ricorrendo a personale Ales. E poi c’è il museo archeologico di Taranto, il Marta, che, rispetto a un organico di 87 unità, ha effettivamente in servizio solo 47 addetti, sette dei quali andranno in pensione quest’anno. Per sostituirli si parla già di volontariato”. Da tempo il sindacato ha aperto una vertenza con la Regione, un tavolo di confronto per cercare di integrare il personale, ma i risultati ancora non si vedono.

Nel settore dei beni culturali la carenza di personale nel 2021 arriverà a oltre 8.000 unità

Ma c’è anche dell’altro. La politica dei beni culturali non è finalizzata soltanto alla valorizzazione – il che presuppone appunto un numero sufficiente di addetti per rendere fruibili i luoghi della cultura –, ma anche alla cura e alla tutela del patrimonio. In Puglia, presso la sovrintendenza unica, è attivo un laboratorio di restauro tra i più importanti del paese: “Ebbene – attacca Scagliarini –, entro fine anno dei nove operatori altamente qualificati che vi operano ne rimarrà solo uno: una restauratrice assunta con l’ultimo concorso”. Lo stesso Marta ha un laboratorio di restauro molto importante e anche in questo caso quasi tutti gli addetti andranno in pensione nei prossimi mesi.

I medici pensionati della sanità
“I medici pensionati richiamati in servizio sono la dimostrazione palese di un sistema sanitario a un passo dal collasso”. La denuncia di qualche settimana fa è stata del segretario nazionale della Fp Cgil Medici, Andrea Filippi, a commento di una notizia di cui molto si è parlato sulla stampa. Che aggiungeva: “Operatori, Aziende sanitarie e Regioni, tutti si sono accorti delle gravi carenze di medici nei servizi sanitari, tranne il governo”. E così le Regioni si ingegnano per tappare i buchi: in Piemonte si inseriscono nei pronto soccorso i medici di famiglia, in Toscana si ricorre a quelli senza specializzazione, fino ad interventi sicuramente più critici immaginati da Liguria e Veneto; in Molise si è addirittura pensato di ricorrere all’Esercito. Una situazione insostenibile anche per i medici in servizio. La Fp Cgil denuncia turni di lavoro massacranti e diritto alle ferie e alla malattia sempre più a rischio.

“Nella mia Regione – ci dice Pierangelo Rovere, Fp Veneto e dirigente medico in piena attività – siamo ormai a una situazione da ‘codice rosso’, per usare una metafora sanitaria. Stimiamo una carenza di 300 medici, ma certo richiamare in servizio i pensionati è solo un palliativo. D’altro canto bisogna vedere quanti accetteranno. Un famoso chirurgo di Padova in pensione ha detto esplicitamente che lui non rientra per farsi comandare da un quarantenne rampante”. Ma siccome la fantasia creativa non ha limiti, ci racconta il dirigente medico, “in Veneto si pensa di ricorrere anche a équipe volanti fatte di chirurghi e anestesisti che si spostano dove c’è bisogno. Naturalmente non è la soluzione giusta: sia per gli operatori, che si trovano a lavorare in condizioni non adeguate, sia per i pazienti, visto che in questo modo la qualità del servizio fatalmente si abbassa”.

La Fp Cgil denuncia turni di lavoro massacranti e diritto alle ferie e alla malattia sempre più a rischio

Ma non potrebbero questi motivi giustificare l’autonomia differenziata, cioè la competenza esclusiva richiesta da alcune Regioni come il Veneto in alcune materie tra cui la sanità? Le Regioni più ricche potrebbero pensare di trattenere una parte del gettito e pagarsi più efficacemente i propri servizi. “Non credo – risponde Rovere –. In Veneto negli anni passati non è che siano stati adottati tutti i provvedimenti e le misure utili per far sì che non si arrivasse a questa situazione. Non sono state attivate per esempio tutte le specializzazioni necessarie per coprire questi buchi. Ma non solo: si sono ridotti i posti letto negli ospedali pubblici, mentre sono aumentati nel privato. Se poi prendiamo in considerazione il Piano socio-sanitario, questo prevedeva un’integrazione tra ospedale e territori, con potenziamento delle strutture sul territorio, il che però non è accaduto. Insomma, non credo che in materia di sanità la Regione Veneto abbia rappresentato in questi anni un esempio virtuoso”.

Torino, c’era una volta un Comune virtuoso
Torino un tempo era una delle città del Nord più efficienti e meglio amministrate per i servizi offerti ai propri cittadini. “Purtroppo ormai è soltanto un ricordo – dice Claudio Mastellotto, funzionario del Comune –. Già da un po’ siamo in carenza di personale, ma ora, con i pensionamenti di quota 100, i buchi si allargheranno a tutti i livelli, dai dirigenti fino al personale esecutivo. La situazione economica non permette assunzioni, ma credo che se non si farà qualcosa presto si andrà al collasso. Anche perché l’età media del personale è alta, si assesta sui 55 anni. Purtroppo il confronto con l’amministrazione è assai difficile”. Anche qui i numeri sono impietosi. Nei prossimi due anni – senza contare quota 100 che ancora non è stimabile quantitativamente – andranno in pensione 2.000 dipendenti. Nell’arco degli ultimi vent’anni l’amministrazione è passata da 13.500 a poco più di 9.000 lavoratori.

“L’amministrazione – spiega Mastellotto – prevede una discesa numerica del personale a quota 7.500, con tutto ciò che ne deriverà sull’efficienza dei servizi offerti ai cittadini”. Per il nostro interlocutore gli effetti di queste carenze già si cominciano a vedere, per esempio nella manutenzione del verde pubblico, nella cura dei viali alberati e anche nei controlli di sicurezza degli edifici privati e pubblici, a partire dalle scuole, “con i tecnici che sono sempre di meno. Ma anche l’edilizia ne soffre: ripetiamo correttamente che le opere devono ripartire, ma se i tempi per le autorizzazioni e gli adempimenti burocratici si allungano per la carenza di personale tecnico, allora è difficile che ciò avvenga”.

Assistenti sociali, allarme sociale
Recentemente il Cnoas (il Consiglio nazionale dell’ordine degli assistenti sociali) ha lanciato un allarme dolorosissimo sulla condizione in cui versano gli assistenti sociali, “pochi e anziani, nonché spesso vittime di feroce violenza”. Anche in questo caso la carenza di organico assume proporzioni drammatiche: nei prossimi mesi, tra quota 100 e pensionamenti già previsti, abbandoneranno il servizio 5.000 addetti.

A Napoli mancano gli assistenti sociali e non sono previste assunzioni

Un allarme condiviso da Dario Russo, assistente sociale del Comune di Napoli, che attacca: “Gran parte del personale è stato assunto negli anni 80 e quindi, al di là di quota 100, si sapeva benissimo che ci saremmo trovati in queste condizioni. A Napoli siamo in piena emergenza, abbiamo aperto un tavolo col Comune per cercare di arginare – anche con spostamenti di personale – questa situazione. Stiamo utilizzando questa sede di confronto anche per migliorare le condizioni di lavoro (che spesso sono pessime), la sicurezza degli operatori, le infrastrutture: ci sono sedi che versano in condizioni insostenibili”. Resta però il fatto sostanziale che, prosegue Russo, “sia per quest’anno sia per il prossimo non si prevedono assunzioni. Se tutto va bene, se ne riparla nel 2021”. Lavorare in queste condizioni è difficile: “Ogni operatore – ricorda l’assistente sociale – ha in carico mediamente cento persone, che poi sono anche di più perché gli interventi riguardano l’intero nucleo familiare”. 

Non serve neanche sottolineare come quello degli assistenti sociali sia un lavoro delicatissimo a cui si è aggiunto un ulteriore carico legato all’entrata in vigore del reddito di cittadinanza. I soggetti particolarmente svantaggiati, quelli cioè che non potranno essere avviati al lavoro o a un percorso formativo più standard, saranno “affidati” proprio agli assistenti sociali per il Patto d’inclusione che comprende una gamma di interventi di tipo essenzialmente sociale. Così come sta accadendo per i centri per l’impiego. “Con la differenza – puntualizza Purificato – che in questo caso non è previsto alcun investimento in termini di nuova occupazione. Le assunzioni potranno solo essere a tempo determinato e per un massimo di due anni. E siccome le risorse economiche sono state stanziate, non si capisce perché in questo caso non sia stato fatto. Credo sia stata una scelta politica quella di non investire in questo segmento”. Una scelta, come capita sempre più spesso di questi tempi, difficilmente comprensibile.

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