Christian Ferrari, segretario nazionale della Cgil, fa per Collettiva il bilancio della campagna referendaria e invita cittadine e cittadini a mobilitarsi fino all’ultimo minuto di lunedì 23 marzo. Convincere gli indecisi, parlare anche con chi pensa di votare Sì per illustrare quanto la controriforma Meloni-Nordio sia sbagliata e pericolosa. Per tutti, non solo per i magistrati. “Dentro le urne saremo di fronte a un bivio – afferma il dirigente sindacale -: se vincono i No si rinsalda la nostra democrazia, se vincono i Sì c’è il pericolo di scivolare repentinamente verso una democratura”.

Mancano poche ore alla fine della campagna referendaria, che bilancio fai di queste settimane?
A prescindere da quale sarà il risultato, e noi siamo molto fiduciosi nella vittoria del No, il bilancio non può che essere positivo. Intanto, quando siamo partiti, con la conferenza stampa di dicembre con cui abbiamo presentato il Comitato della società civile presieduto da Giovanni Bachelet, quasi tutti i media davano la partita impossibile perfino da giocare. Uno degli istituti demoscopici più importanti e affidabili dava il Sì in vantaggio di ben ventiquattro punti. Non ci siamo lasciati prendere dallo sconforto: abbiamo costruito un fronte largo, trasversale e inclusivo con tante realtà e personalità del mondo associativo, culturale, sociale; abbiamo radicato il comitato in tutti i territori, dalle aree metropolitane ai più piccoli comuni; abbiamo stretto i legami con gli altri comitati e con i partiti che si sono opposti alla legge Nordio; abbiamo sostenuto la raccolta di firme promossa dal “comitato dei 15”, che ha superato – contro ogni aspettativa – le 500mila sottoscrizioni in poche settimane; abbiamo – soprattutto – messo in fila con chiarezza ed efficacia le ragioni della nostra contrarietà a questa vera e propria controriforma della magistratura. Risultato: quello stesso istituto di sondaggi a febbraio ha registrato il pareggio tra No e Sì, e nell’ultimo giorno utile per pubblicare le rilevazioni i contrari risultavano addirittura avanti di quattro punti.

Ma se non ci siamo depressi all’inizio, quando la salita era più dura, non possiamo cullarci sui sondaggi oggi: tutto si deciderà nelle prossime ore, e dobbiamo affrontare l’ultima volata che ci separa dal traguardo in piedi sui pedali, spingendo e battendoci con tutta l’energia e tutta la passione di cui ancora disponiamo, fino all’ultimo minuto di lunedì prossimo.

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Si può affermare che uno degli elementi di questa campagna referendaria è il ritorno della partecipazione dei cittadini e delle cittadine?
È stato davvero impressionante il numero di iniziative, di incontri, di banchetti, di manifestazioni che in tutta Italia è stato organizzato. E la partecipazione è cresciuta di giorno in giorno. Abbiamo riscontrato anche un forte coinvolgimento giovanile. Un elemento che ha molto preoccupato il governo, al punto da negare deliberatamente il voto ai fuori sede, che era stato garantito sia alle elezioni europee che ai nostri referendum. La cosa ci ha sorpreso fino a un certo punto, perché nei nostri referendum sul lavoro e sulla cittadinanza il quorum lo abbiamo raggiunto proprio nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni. Questo smentisce clamorosamente chi per anni ha descritto le nuove generazioni come passive e disinteressate alla politica. Non è così, quando sono in gioco i grandi temi (il riscaldamento climatico, i diritti sociali e civili, la pace e la guerra, la Costituzione), le ragazze e i ragazzi ci sono eccome, e vogliono essere protagonisti del loro futuro e di quello del Paese.

Partecipazione in difesa della Costituzione. Carta antica da preservare come si fa con un oggetto della tradizione familiare, o strumento che parla all’oggi?
Intanto va ricordato che ogni volta che c’è stato da difendere la Costituzione, la maggioranza degli italiani ha risposto positivamente all’appello, sconfiggendo chi voleva stravolgerla. La Carta è il patrimonio più prezioso di tutte le cittadine e i cittadini. In questo caso, ma non solo in questo, è stata invece considerata di proprietà della maggioranza di turno, che si è sentita in diritto di disporne a piacimento. Con un’aggravante rispetto al passato: la legge Nordio è stata scritta direttamente in Consiglio dei ministri e il Parlamento non ha potuto cambiarne un solo comma. Se, oltre alla controriforma della giustizia, consideriamo anche la proposta di legge elettorale avanzato dalla destra, che attribuisce un premio di maggioranza abnorme a una minoranza nel Paese, mettendola nelle condizioni di eleggere in autonomia tutti gli organismi di garanzia (Corte costituzionale, Csm, presidente della Repubblica) ci rendiamo conto che siamo a una sorta di anticipo di quella “democrazia del capo” che hanno in animo di realizzare fin dall’inizio della legislatura. E abbiamo visto dove porta la “democrazia del capo”: agli Usa di Trump, dove una persona da sola può decidere una guerra che sta mettendo a rischio il mondo senza neanche passare per un voto del Parlamento. Anche da questo punto di vista, la Costituzione italiana (a partire dalla separazione e dal bilanciamento dei poteri, che non a caso i sovranisti di casa nostra vogliono minare alle fondamenta) è attualissima: difenderla e, soprattutto, applicarla equivale a preservare e rafforzare la nostra democrazia.

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Il Sì non ha ancora vinto ed è già è possibile osservare come il governo intende procedere: la sostituzione alla direzione della scuola per la magistratura, in arrivo un fedelissimo del sottosegretario Mantovano che afferma che i bimbi nati con la gestazione per altri sono oggetto di reato. E potremmo continuare.
Premesso che un bimbo è un soggetto, mai un oggetto, mi sembra evidente ciò che è accaduto: quando hanno visto salire le possibilità di vittoria del No, hanno finto di cambiare registro rispetto al loro standard, sostenendo che per le leggi attuative legate alla controriforma Nordio si confronteranno con i magistrati, gli avvocati, perfino con l’opposizione. È sicuro che faranno il contrario, esattamente come hanno fatto quando si trattava di discutere in Parlamento. E come stanno facendo con le nomine, occupando ogni posto disponibile. È la loro concezione del potere. Non ambiscono a governare, bensì a comandare.

Concepiscono la democrazia come una delega in bianco, da firmare ogni cinque anni, a favore della donna o dell’uomo soli al comando, che poi lo esercitano senza rendere conto a nessuno, se non ai poteri forti, che un modo per far valere i propri interessi lo trovano sempre.

Domenica e lunedì occorre votare convintamente No. Perché?
Le ragioni sono molte. Elenco le fondamentali: per preservare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, che non sono il privilegio di una casta, ma l’unica garanzia affinché i cittadini siano davvero uguali davanti alla legge; per rifiutare una giustizia a due velocità: indulgente, ai limiti dell’impunità, per i potenti, repressiva con i più deboli; per ribadire il principio che in uno stato di diritto nessuno è al di sopra della legge, neanche il governo; per respingere questa aggressione senza precedenti alla magistratura, che mira a renderla più debole nel difendere i cittadini comuni rispetto ai soprusi dei poteri forti (politici, economici, finanziari, mediatici); perché la legge Nordio è solo il primo tassello di un disegno molto più ampio, che prevede il premierato e l’autonomia differenziata, mettendo in discussione la nostra repubblica parlamentare e l’unità del Paese, un disegno che vogliono realizzare sovvertendo la nostra Costituzione antifascista nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro e – è bene ricordarlo di questi tempi – sulla pace; infine, perché votando No si contribuisce ad aprire una prospettiva più complessiva di cambiamento per il Paese, anche relativamente alle politiche economiche e sociali che stanno brutalmente impoverendo le persone che rappresentiamo. Il 22 e il 23 marzo è in gioco tutto questo.

Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No

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