Il dibattito sulla giustizia in Italia è prigioniero di un paradosso: da decenni resta intrappolato in scontri ideologici che ignorano la realtà, alimentando un senso di stanchezza che rischia di tradursi nel silenzio del non voto. Ma il silenzio, in un referendum costituzionale che non richiede quorum, è un lusso che non possiamo permetterci. I Sindaci, ogni giorno in prima linea, sanno bene che i problemi reali esistono e invocano soluzioni: i cittadini, le imprese e le amministrazioni locali hanno bisogno di una giustizia efficiente, rapida e accessibile.

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Tuttavia, dobbiamo dirlo con chiarezza: questa riforma non accorcerà di un solo giorno la durata di un processo. È un’illusione ottica che non tocca i nodi della macchina giudiziaria, ma mira a scardinarne gli equilibri democratici.

Prendiamo la separazione delle carriere, sbandierata come il rimedio a ogni male. La nostra Costituzione (Art. 111) garantisce già la terzietà del giudice. La riforma Cartabia ha già reso quasi impossibile il passaggio tra le funzioni. Allora chiediamoci: il vero dramma della giustizia italiana è questo? O è la cronica carenza di personale, l'arretrato soffocante e una digitalizzazione che stenta a decollare?

Ancora più allarmante è la proposta sul Consiglio Superiore della Magistratura. Si vuole introdurre il sorteggio. In un momento in cui chiediamo competenza e responsabilità a ogni livello, vogliamo affidare al caso la guida di un’istituzione così delicata? Il rischio politico è enorme: indebolire l’autogoverno della magistratura per aumentare il peso della componente di nomina politica. Sembra un tecnicismo, ma è un attacco frontale all'indipendenza di chi deve giudicare senza guardare in faccia il potente di turno.

Questa riforma tocca ben sette articoli della Costituzione. Le Madri e i Padri Costituenti scrissero quelle righe per costruire la Repubblica sulle macerie lasciate dal fascismo: volevano una magistratura autonoma per proteggerci dagli abusi del potere. È una lezione che nasce dalle ferite della nostra storia e che oggi qualcuno vorrebbe derubricare a vecchio retaggio.

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Referendum, guida al voto e alle ragioni del No

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Votare "NO" vuol dire essere conservatori o ignorare i problemi? Al contrario, votare "NO" significa pretendere riforme vere – investimenti, semplificazione, uffici giudiziari moderni – e rifiutare scorciatoie pericolose che mettono a rischio la libertà di ogni singolo cittadino. Una magistratura libera è l'unico scudo che garantisce l'uguaglianza di tutti davanti alla legge.

Vito Leccese, sindaco di Bari

Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No

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