Fa parte della Rete per un voto libero e uguale, ha animato il Comitato partenopeo per il No al referendum costituzionale sulla giustizia, fa parte del gruppo di 160 costituzionalisti, poi diventati 300, che si riconoscono sotto il nome ‘Costituzione e Democrazia’: Giovanna De Minico sembra non fermarsi mai. Insegna Diritto costituzionale e pubblico nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli. Nelle sue parole e nel suo agire si avvertono un’urgenza e una preoccupazione: la necessità di difendere la Costituzione dagli attacchi che arrivano innanzitutto dal governo.

La legge elettorale, appena approvata con voti di fiducia a raffica, è un tassello del disegno volto a scavalcare la Costituzione, nel cui patto, giuramento a parte, alcuni dei partiti di governo oggi non si riconoscono. Lunedì 26 ottobre verranno depositati nelle 29 sedi di Corte d’appello i ricorsi di legittimità sulla legge elettorale. De Minico, insieme ad altre e altri, ha contribuito a disegnare il canovaccio dell’incompatibilità costituzionale dei ricorsi, concentrato su sei punti di illegittimità. Con lei non parleremo di tutta la legge, ma ci soffermeremo su alcuni profili, che stanno particolarmente a cuore a noi e a lei.

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Quest’anno che sta per finire celebra l’80° anniversario del voto alle donne. Proprio in quest’anno, con la nuova legge elettorale, si registra un cambiamento delle norme atte a garantire un minimo di presenza femminile nelle istituzioni. Che segnale è?
Un arretramento. È vero che questa legge prevede il 40% dei posti riservati alle candidate mentre il restante 60% è destinato ai candidati, ma questa percentuale interessa soltanto i parlamentari assegnati con il premio di maggioranza: cioè, 70 alla Camera e 35 al Senato. Quindi, rimangono al di fuori da questa spartizione ex ante i capilista delle circoscrizioni, posizione apicale, politicamente significativa. Le donne pertanto dovranno chiedere ai segretari di partito con il cappello in mano la designazione come capilista in qualche circoscrizione sicura.

Aggiungo: andare a cercarsi le preferenze è un metodo che svantaggia le donne per ragioni storiche, economiche e familiari. Le preferenze significano disponibilità di pacchetti di voti, supporto di lobby, gradimento della segreteria del partito e impiego di tempo, che il lavoro di caregiving non lascia di certo alle candidate. Così una donna, se eletta, è perché ha un consenso reale; mentre l’uomo conseguirà lo stesso risultato per grazia ricevuta.

Ritengo, invece, che una norma orientata realmente alla parità di genere, non solo dovrebbe prevedere l’alternanza dei capilista, ma soprattutto rovesciare la percentuale, riservando il 60% alle donne, perché, se partono in una posizione di sfavore hanno diritto a guadagnare terreno rispetto a chi è per nascita o genere inizialmente favorito. La nostra corsa va accelerata e quella degli uomini raffreddata. Sono le norme asimmetriche in bonam partem, che per livellare le originarie disparità danno di più a chi ha di meno e viceversa.

Uno dei sei punti sui quali si concentrano i ricorsi promossi dalla Rete per un voto libero e uguale, riguarda l’indicazione del candidato premier sul programma; ciò lederebbe le prerogative del Capo dello Stato. Che modello di Stato si vorrebbe introdurre con questa legge elettorale?
Occorre fare una distinzione tra l’indicazione politica e quella giuridica. Consegnare nel programma il nome del futuro candidato alla premiership è solo un’indicazione politica, che regge finché regge. In altri termini, se i partiti la rispettano, indicheranno quella persona come futuro premier al Capo dello Stato. Se invece i partiti decidessero di non rispettare questa regola, potranno liberamente indicare al Capo dello Stato un nome diverso da quello scritto nel programma; e il Capo dello Stato sarebbe tenuto ad accettarlo anche se diverso da quello inizialmente annunciato. Ma quanto detto è in linea con la nostra forma di governo.

Altro è invece quanto sta accadendo sul terreno dello scivolare di fatto dalla democrazia all’autocrazia, come ci ha detto l’onorevole Donzelli, che, in occasione di uno degli ultimi voti alla Camera, ci ha insegnato una regola che fa a pugni con la democrazia: chi vince anche solo di un voto ‘ha diritto di comandare’.

Lo strappo alla Costituzione è semplice e chiaro: questa non ha assegnato a nessuno organo, né collegiale, tantomeno monocratico, lo scettro del comando. Una cosa è il diritto di governare: l’ars politica della mediazione tra interessi e posizioni inizialmente antagonisti per individuare la misura di reciproca coesistenza tra gli stessi; diverso è invece comandare, che rimanda a un ordine assoluto, soverchiante che non ammette obiezioni, figuriamoci alternative, da parte di un diverso da sé. Ci stiamo incamminando verso forme di autocrazia, dove l’unto dal Signore, qui pseudo investito dal popolo, in forza di legittimazione dal basso si reputa abilitato a giocare ad asso pigliatutto, e, in virtù di questa patente, occupa non solo gli estremi soggettivi del rapporto fiduciario, ma sconfina verso gli organi neutrali.

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Il premio di maggioranza è troppo alto per una coalizione con troppo pochi voti? Ricordiamo che basta il 42% dei voti per ottenere quasi il 60% dei seggi sia alla Camera sia al Senato.
Certamente. La Corte costituzionale aveva detto che il 40% bastava, ma la sua affermazione merita di essere letta secondo coordinate politico-partitiche, che variano nel tempo. Ebbene, non possiamo ritenere che le situazioni politiche del 2014 e poi del 2017 siano le stesse di oggi. Infatti, nel 2014 la partecipazione al voto era intorno al 70%, contro il 50% odierno. Ne consegue che agganciare il premio ai votanti, e non agli aventi diritto, significa premiare solo il 25% degli aventi diritto con un cadeau pari al 55% dei seggi. I seggi raddoppiano rispetto ai voti. A questo esorbitante regalo in seggi si aggiunge l'effetto riduttivo del taglio dei parlamentari, che ha asciugato la rappresentatività, la quale tra regali e sforbiciate è ormai esigua. Quindi, utilizzando le parole della Corte, c’è un’eccessiva disproporzionalità.

La Corte potrebbe intervenire prendendo atto del mutato contesto, il che le consentirebbe di affermare la necessità di agganciare il premio agli aventi diritto. Insomma, una sorta di quorum strutturale, come dissi nella mia prima Audizione alla Camera dei deputati, che andrebbe completato anche da una più robusta soglia di accesso al premio, in considerazione della polarizzazione della geografia partitica. In ragione di questa nuova variante di quadro, se la seconda forza politica fosse di poco al di sotto della prima, finirebbe per ricevere un numero di seggi eccessivamente inferiori alla sua consistenza in consensi rispetto a quelli regalati alla coalizione vincitrice: è qui la disproporzionalità. Questa invece andrebbe corretta disegnando il modo di essere e corposità del premio come variabile del sistema politico-partitico, lì dove oggi è un valore assoluto, fuori dal tempo, insensibile ai consensi ricevuti. Ricordo che qui, a differenza delle precedenti leggi elettorali premiali, il numero di seggi è una cifra matematica fissa, che rimane la stessa anche se cresce il consenso liberamente conquistato dal partito, che così finirebbe per ricevere un premio non più indispensabile alla governabilità, che quasi raggiungerebbe con le sue sole forze.

Un premio di maggioranza così ampio, ottenuto con una maggioranza di voti scarsa, quali rischi comporta?
Rischi seri: con quella maggioranza si possono ‘occupare’ tutti gli organi di garanzia. Del resto, il governo Meloni è assolutamente insofferente alla divisione dei poteri, alla diversità ideologica e ai limiti. È un governo che si autoproclama assoluto, sciolto da vincoli normativi. Peccato che lo Stato di diritto si fondi sulla rule of law, che esige il rispetto della legalità da parte dei cittadini, ma in primis dei pubblici poteri.

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