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Insieme si può. Si può difendere la Costituzione dagli attacchi nemmeno troppo celati che la destra al governo vorrebbe infliggerle. Si può, attraverso l’esercizio del diritto-dovere di voto, sovvertire i pronostici e bocciare, sonoramente, la cosiddetta riforma della giustizia che altro non era che della magistratura, nel tentativo di spostare potere verso l’esecutivo.
Insieme si può depositare simultaneamente in 29 distretti di corti di appello i ricorsi di legittimità costituzionale sulla legge elettorale appena approvata. Insieme si può affermare che vogliamo il rispetto dell’articolo 11 della Carta e vogliamo costruire un Paese del lavoro, del welfare, della giustizia sociale, dell’uguaglianza, della pace e non del riarmo né della guerra.
Insieme si può attraversare le strade della capitale al fianco delle oltre 100 associazioni - tra le quali la Cgil - percorrendo la Via Maestra dell’eguaglianza dei diritti, dell’equilibrio dei poteri, dell’unità del Paese.
Era gennaio quando si costituì il Comitato della Società Civile per il No, a presiederlo un fisico in pensione che ha sottratto tempo alla mamma anziana e a una nidiata di nipotini per una scommessa data dai più persa. Nessuno ci credeva che si sarebbe potuta scalare la montagna di oltre 25 punti percentuali di distanza dal Si. Eppure, Giovanni Bachelet insieme a tante donne e uomini appassionati della Costituzione e della democrazia si sono messi in strada attraversando il Paese facendo scoprire la voglia di partecipare a tantissimi ragazzi e ragazze che hanno, insieme, detto “No, la Costituzione non si tocca”.
Dalle urne non è uscita la difesa della magistratura, ma l’affermazione che vogliamo vivere in un Paese pienamente democratico, fondato sull’equilibro tra poteri legislativo, esecutivo, giudiziario. E da quelle urne è uscita anche la consapevolezza che Meloni e i suoi in quella Costituzione sulla quale hanno giurato fedeltà alla Repubblica nata dalla lotta partigiana antifascista, in realtà non si riconoscono. Da quelle urne è scaturita forte e chiara la necessità di difendere e spingere per attuare la Carta del ’48.
Difenderla sì, perché si è svelato il vero obiettivo di chi pro tempore ci governa: superare la Costituzione che non hanno partecipato a scrivere e che non li rappresenta. E tentativi più o meno espliciti di aggiramento ce ne sono stati più d’uno. Da quelli espliciti a quelli subdoli. Innanzitutto con le tre leggi di riforma che costituirono il patto di potere tra le tre forze che compongono la maggioranza, l’autonomia differenziata della Lega, la riforma della magistratura di Forza Italia, il premierato di Fratelli di Italia.
La prima è stata bocciata dalla mobilitazione popolare e poi dalla Corte Costituzionale che ha sostanzialmente demolito il testo Calderoli. La seconda è stata bocciata, lo ricordavamo, dal voto di 14.462.758 di italiane e italiani. Infine, la terza, in quanto tale, non vedrà la luce perché Meloni ha capito che sarebbe nuovamente fermata dal voto degli elettori e delle elettrici.
Ma, purtroppo, non si rassegnano e allora l’ultimo Consiglio dei ministri ha ceduto al partito di Salvini approvando le intese sull’autonomia differenziata delle 4 regioni del Nord guidate dalla destra: Liguria, Piemonte, Lombardia Veneto. Intese che fanno strame della sentenza della Consulta che consentiva la devoluzione solo di alcune materie non Lep e solo in casi straordinari e giustificati da specificità territoriali. Ebbene quelle intese son state scritte con la vecchia carta carbone, sono uguali anche nella punteggiatura e alla faccia delle materie non Lep prevedono maggior autonomia anche in materia di salute.
E non si rassegna nemmeno Meloni che vorrebbe far rientrare dalla finestra quel premierato mai arrivato all’esame del Parlamento. La Legge elettorale che ha appena imposto all’approvazione di Camera e Senato prevede l’indicazione del candidato premier minando anche le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica. L’articolo 1 della Carta afferma che l’Italia è una Repubblica parlamentare fondata sul lavoro, e afferma anche che la sovranità appartiene al popolo. Dovrà farsene una ragione la momentanea presidente del Consiglio, parlamento e popolo sovrano sono lì scolpiti a ricordare che l’uomo o la donna soli al comando l’Italia li ha già sperimentati e l’esperimento è riuscito davvero male.
Non resta che aspettare il 26 ottobre. La “macchina straordinaria” messa in piedi dalla “Rete per un voto libero e uguale” coordinata da Roberto Zaccaria, è pronta. Quella mattina più di 500 sottoscrittori, guidati da 99 avvocati depositeranno i ricorsi di legittimità costituzionale in 29 tribunali sedi di corte di appello, su 6 punti di quella legge elettorale che avrebbe come scopo quello di conservare con tecnica matematica il potere nelle mani di chi lo detiene ora. Sarà la Corte Costituzionale a esprimersi in autonomia e autorevolezza.
Nel frattempo, lo spirito che ha animato lo scorso inverno i comitati per il tornerà il 17 ottobre a Roma. L’appuntamento è alle 13.30 poi, si arriverà verso le 17.00 a piazza del Popolo per festeggiare e sostenere la Costituzione. Perché insieme si può.































