Sofia Liguori, laureata all’Università di Milano-Bicocca, ha lasciato questa settimana il suo posto di ingegnera ricercatrice a Google DeepMind, il laboratorio di intelligenza artificiale del gruppo, nella sede di Londra. Lo riferisce un’inchiesta di Bbc News. L’emittente britannica ha raccolto le testimonianze di dipendenti che hanno lasciato Google DeepMind, o stanno per farlo, a causa dei contratti con le forze armate di alcuni Paesi.

Le ragioni delle dimissioni

Dopo tre anni in azienda, Liguori spiega di essersi dimessa per la crescente collaborazione di Google con le forze armate di Stati Uniti e Israele. “Rendermi conto che la mia azienda spinge sempre di più per l’uso di sistemi di IA nelle operazioni militari mi fa vergognare di lavorare per Google”, ha dichiarato alla Bbc. E ancora: “Non condivido questa direzione e questo mi ha portato a perdere fiducia nel fatto che la mia azienda resti fedele ai valori etici che dichiara”.

Sullo sfondo c’è un contratto firmato quest’anno da Google, come da altri colossi tecnologici statunitensi, con l’esercito americano per portare l’IA negli ambienti militari coperti da segreto. Secondo l’Ansa, è una priorità del capo del Pentagono Pete Hegseth.

La lettera pubblica

Liguori ha anche pubblicato una lettera pubblica in inglese: “Non riesco più a entrare in ufficio senza un opprimente senso di disgusto”, attacca. Scrive di essere in aspettativa da quando Google ha firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra (DoW), dopo un anno di intensa attività militante “per cercare di rompere il silenzio sulla complicità di Google nel genocidio di Gaza e sulla crescente integrazione della nostra tecnologia nei sistemi militari e di sorveglianza”. Cita, tra gli esempi, i rapporti con Lockheed Martin, con DHS/ICE/CBP e il recente contratto con il DoW.

Il modo di operare sperimentato a Gaza con il progetto Nimbus, scrive Liguori, “è stato legittimato come standard con l’accordo riservato di aprile con il DoW: contratti che consentono l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre alcuna restrizione sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di controllo”.

Da qui il commento: “Nessun principio etico può essere preso sul serio se operiamo in questo modo”. Il passaggio finale è un appello ai colleghi: “È questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di diffondersi su vasta scala. Succede nel nostro posto di lavoro. È il nostro lavoro. Rientra nel mio raggio d’azione. Rientra nel tuo”. Secondo Liguori quest’anno “avremmo dovuto smettere di lavorare”, “avremmo dovuto dire un no molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella catena di uccisione (kill chain) e alla normalizzazione di ciò che è stato sperimentato a Gaza”.