La magistratura è un potere scomodo per la politica che pretende di agire senza limiti e per tutti coloro che non accettano vincoli, magari perché perseguono il profitto a discapito dei diritti dei lavoratori e della tutela dell’ambiente. È un potere che strutturalmente ha il compito di essere contro il potere: deve salvaguardare l’argine dei diritti dall’esondazione dell’arbitrio, pubblico e privato.

Ora, la riforma della giustizia non è finalizzata a separare le carriere (di fatto già realizzata con la rigida regolamentazione del passaggio tra funzioni giudicanti e requirenti), né tanto meno incide sui mali che affliggono la giustizia (dalla lunghezza dei processi agli errori giudiziari al sovraffollamento carcerario), bensì veicola un indebolimento della magistratura, attraverso lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura, il ricorso al sorteggio per la scelta dei membri (sorteggio che, oltre a essere svilente, tende a rafforzare, date le modalità diverse, i membri laici e a rimetterli potenzialmente nelle mani del continuum maggioranza-governo), l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare (dalla composizione verticistica, con quanto ne consegue in tema di indipendenza interna, tra i giudici).

La separazione fra pubblici ministeri e giudici, inoltre, favorisce l’attrazione del primo nella sfera di influenza dell’esecutivo, come mostrano la storia e il dato comparato; potenziando altresì il legame fra pubblico ministero e polizia.

A essere minata è l’indipendenza della magistratura, sancita in astratto ma svuotata dalle modifiche introdotte dalla riforma, in coerenza con il disegno di verticalizzazione del potere (il premierato, quello di fatto già esistente e quello in progetto), di neutralizzazione della Costituzione e di sterilizzazione della democrazia.

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Si prospetta l’esecuzione tirannica di leggi tiranniche, dalle norme che violano diritti in chiave razzista (esternalizzazione delle frontiere e demolizione del diritto di asilo) al diritto penale del nemico (dissenzienti, poveri e migranti) a quelle che demoliscono i diritti dei lavoratori, ad altre che sono allo studio (il disciplinamento di scuola e università, da ultimo con i disegni di legge antisemitismo).

In prospettiva autoritaria, l’obiettivo è duplice: debellare le potenzialità dei giudici in termini di controllo e limite al potere, nonché assicurarsi i loro servigi in funzione repressiva.

Intendiamoci: già ora i giudici non di rado sono arruolati nella punizione del dissenso e dispensano una giustizia diseguale, razzista e patriarcale; tuttavia, proprio i mali della giustizia rendono evidente la necessità di mantenere l’autonomia, in primis, rispetto al potere esecutivo, nonché l’opportunità di implementare una cultura della giurisdizione, comune a magistrati requirenti e inquirenti, che, anche grazie al pluralismo delle correnti (una ricchezza, al netto del correntismo), accresca la coerenza della magistratura nel perseguire il progetto costituzionale.

Indebolire, squalificare e minare l’indipendenza della magistratura si riverbera sull’intero sistema costituzionale. Votare no al referendum non è una difesa dei giudici dal sapore corporativo, o una scelta astratta, magari tecnica, ma riguarda il mantenimento dei presupposti che assicurano la garanzia dei diritti di tutte e tutti.

Votiamo no per un giudice che garantisca la sicurezza dal potere, non del potere. Nei disegni per il futuro vi è la figura di un giudice prono ai voleri del potere, pronto a perseguire i deboli e difendere i forti. In questione è la garanzia dei diritti, di tutte e tutti.

Alessandra Algostino, ordinaria di Diritto costituzionale presso l'Università di Torino

Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No

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