Quasi 65 mila persone detenute a fronte di poco più di 51 mila posti regolamentari. Un tasso medio di sovraffollamento del 126%, che supera il 150% in oltre cinquanta istituti penitenziari e raggiunge punte superiori al 200% in alcune strutture. I dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati a maggio 2026 restituiscono l'immagine di un sistema penitenziario arrivato a un punto critico.

Dietro i numeri ci sono celle sovraffollate, spazi inadeguati, difficoltà nell'accesso alle cure, carenza di attività trattamentali, formative e lavorative. Ma soprattutto ci sono persone: l’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Eppure la realtà quotidiana di molti istituti sembra allontanarsi sempre di più da questo principio.

Il sovraffollamento non rappresenta soltanto un problema logistico. È il principale fattore che compromette la qualità della vita detentiva, rende più difficile il lavoro degli operatori e ostacola ogni reale percorso di reinserimento sociale. I numeri sono impressionanti: in Puglia il tasso di affollamento raggiunge il 158%, in Molise il 155%, in Friuli Venezia Giulia il 149%, in Veneto il 147%, in Lombardia il 145%. In istituti come Brescia Canton Monbello, Grosseto, Varese, Latina, Chieti o Verona i detenuti sono quasi il doppio della capienza prevista.

Ma il dato forse più preoccupante è un altro. Se si considerano i posti realmente disponibili, il sovraffollamento effettivo supera il 140%, riportando il sistema penitenziario italiano ai livelli che portarono la Corte europea dei Diritti dell’uomo alla sentenza dell’8 gennaio 2013, Torreggiani e altri, di condanna dell’Italia per violazione dei diritti umani. In questo contesto continuano a crescere i segnali di sofferenza e disperazione.

I suicidi rappresentano la manifestazione più drammatica di un disagio che attraversa l'intero sistema penitenziario e che coinvolge non solo le persone detenute ma anche chi lavora ogni giorno negli istituti. Di fronte a questo scenario la risposta non può essere limitata all'aumento dei posti detentivi previsto dal Piano carceri. Pensare di affrontare il problema costruendo nuove celle significa intervenire sugli effetti senza affrontarne le cause.

Le carceri italiane ospitano in misura crescente persone segnate da fragilità sociali, povertà, dipendenze, disagio psichico, marginalità. È il fallimento di politiche pubbliche che avrebbero dovuto intervenire prima e fuori dal carcere. Per questo la questione penitenziaria non riguarda soltanto la giustizia. Riguarda il welfare, la salute mentale, le politiche per le dipendenze, il diritto all'abitare, il lavoro e l'inclusione sociale.

Occorre invertire la rotta. Servono investimenti nei servizi territoriali, nella salute mentale, nei percorsi di inclusione e di accompagnamento sociale. Occorre ampliare il ricorso alle misure alternative e agli strumenti che favoriscono il reinserimento sociale. Occorre ridurre il ricorso alla carcerazione preventiva e avviare una riflessione seria sulla depenalizzazione dei reati minori.

La sicurezza non si costruisce moltiplicando la detenzione. Si costruisce riducendo le condizioni che producono esclusione, marginalità e recidiva.

Le carceri rappresentano uno specchio della società. E oggi quello specchio ci restituisce l’immagine di un Paese che continua a utilizzare il carcere come risposta a problemi che avrebbero bisogno di politiche sociali, educative e sanitarie. La lunga notte delle carceri italiane non finirà con nuove mura o nuove celle. Finirà quando torneremo a mettere al centro la dignità delle persone e il dettato della Costituzione.