La promessa della tecnologia era liberare tempo. Per molti lavoratori europei è successo il contrario: iperconnessione, digitalizzazione e cultura della reperibilità allungano la giornata oltre l’orario previsto dal contratto, e la flessibilità si è trasformata in disponibilità permanente.

Un recente rapporto di Eurofound segnala che un lavoratore su cinque nell'Unione europea dichiara di “essere contattato per motivi di lavoro al di fuori dell'orario lavorativo diverse volte al mese”. Gli analisti della Fondazione di Dublino hanno applicato questo dato alla forza lavoro dell'Ue (dati aggiornati alla fine del 2024) e hanno calcolato che “si tratta di circa 39,4 milioni di lavoratori".

“Per un numero significativo di lavoratori - si legge nel rapporto -, la giornata lavorativa si estende oltre l'orario concordato contrattualmente, e alcuni lo sperimentano con tale frequenza da sentirsi come se fossero costantemente in stato di reperibilità”.

La promessa tradita - ed è questo il punto che evidenzia Eurofound - dipende dal fatto che telelavoro, smart working e altre forme di flessibilità digitalizzata “non producono automaticamente un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata”. O almeno non lo fanno quando “la flessibilità è guidata dalle esigenze dell'impresa anziché da quelle dei lavoratori”. È così che esplode il fenomeno dello spillover, ossia il trasferimento delle attività lavorative nella sfera privata: mail, messaggi, telefonate, riunioni online e attività amministrative svolte fuori dall'orario di lavoro.

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Se la reperibilità aumenta, aumenta anche lo stress

L'analisi dei dati svolta da Eurofound - si legge nel rapporto - “mostra chiaramente che la frequenza con cui un lavoratore viene contattato al di fuori dell'orario di lavoro è direttamente e proporzionalmente correlata ai suoi livelli di stress. Tra coloro che vengono contattati quotidianamente, 6 su 10 (59%) dichiarano di provare stress sul lavoro sempre o quasi sempre. All'estremo opposto, tra coloro che non vengono mai contattati al di fuori dell'orario di lavoro, questa percentuale scende al 17%”.

Tredici Paesi hanno già introdotto il diritto alla disconnessione

Molti Stati europei sono corsi ai ripari regolamentando il diritto alla disconnessione, ossia il diritto di “non rispondere a contatti al di fuori dell'orario di lavoro senza incorrere in conseguenze negative”. Negli ultimi dieci anni tredici Paesi europei hanno introdotto forme di diritto alla disconnessione, ma a livello europeo manca ancora una direttiva. Hanno legiferato in questa direzione Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna.

Regole diverse da Paese a Paese

Il problema - sottolinea Eurofound - è che “il quadro normativo vigente è tutt'altro che omogeneo”. In Belgio, Francia e Spagna il diritto si applica all'intera forza lavoro del settore privato. Cipro, Grecia, Italia e Slovacchia lo limitano ai soli telelavoratori. Spiega Eurofound che anche la “natura giuridica varia: si va dall'obbligo per i lavoratori di non rispondere (Bulgaria e Croazia) all'obbligo attivo del datore di lavoro di non contattare i dipendenti durante le pause (Portogallo e Slovenia), fino al diritto esplicito di disconnettersi dalle comunicazioni di lavoro elettroniche (Grecia e Irlanda)”.

Dove entrano in gioco i sindacati

Il dialogo con i sindacati è un altro punto di demarcazione. Se in Belgio, Francia, Lussemburgo e Spagna “la contrattazione collettiva, sia a livello settoriale che aziendale, riveste un ruolo centrale nella definizione e nell'attuazione del diritto”, al contrario in Croazia, Grecia e Portogallo “non sono previste procedure specifiche per la sua applicazione”.

Si scrive smart working, si legge sfruttamento (Foto di © Luigi Innamorati/Ag.Sintesi)

Il problema non sono le mail dopo cena

Il diritto alla disconnessione è un tema cruciale, ma probabilmente non è risolutivo. È la tesi dell’Etui (l’istituto di ricerca dei sindacati europei) che ha analizzato i dati Eurofound in un proprio studio firmato da Agnieszka Piasna e Nastazja Potocka-Sionek. Volendo semplificare la posizione delle ricercatrici Etui, il problema non sono tanto le mail dopo cena. Il problema è un'organizzazione del lavoro che ha trasformato la reperibilità permanente in una nuova normalità, dissolvendo il confine tra lavoro e vita privata.

L'intensificazione del lavoro, la digitalizzazione e la crescente irregolarità degli orari hanno prodotto la cosiddetta overconnectivity. Questa iperconnessione non nasce semplicemente dalla tecnologia. Le cause sono anche l’organizzazione del lavoro, lo squilibrio di potere tra impresa e lavoratore, la gestione algoritmica, la precarietà, l’imprevedibilità degli orari e i carichi di lavoro. Di fronte a queste voci “sistemiche”, vietare mail e telefonate al di fuori dell’orario di lavoro non risolve molto. Secondo le analiste Etui serve invece una “strategia più ampia” che includa diritto alla disconnessione e tutela della salute psicosociale.

Tutti gli strumenti a disposizione

Il diritto alla disconnessione, osserva l'Etui, non dovrebbe essere considerato come una misura isolata, “poco più che uno strumento per far rispettare la direttiva europea sull'orario di lavoro”. Va inserito invece “in una regolazione più ampia dei rischi psicosociali e degli effetti che la tecnologia, compresi la gestione algoritmica e i sistemi di intelligenza artificiale, producono sulle condizioni di lavoro”.

“Oltre alla direttiva sull'orario - scrivono le analiste dell’Etui -, esistono già diversi strumenti europei che possono proteggere i lavoratori: dalle norme sull'equilibrio tra vita professionale e vita privata a quelle sulle condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili, dalla direttiva quadro sulla salute e sicurezza sul lavoro al Gdpr, fino alla direttiva sul lavoro tramite piattaforme digitali”.

Secondo lo studio Etui, una regolamentazione del lavoro dovrebbe affrontare più livelli. Innanzitutto l’universalità. Le tutele devono riguardare tutti i lavoratori. Non solo chi lavora da remoto. Non solo gli impiegati. In secondo luogo l’intensità e il sovraccarico di lavoro. Obiettivi irrealistici causeranno sempre lavoro fuori orario. Bisogna poi intervenire sul ricorso spregiudicato, da parte delle aziende, alla gestione algoritmica e AI del lavoro umano, e quindi nell’assegnazione di turni, distribuzione di incarichi e monitoraggio delle prestazioni. Un altro punto suggerito dalla ricerca è che la disconnessione deve entrare nella normativa europea sulla salute e sicurezza. Stress, burnout e affaticamento digitale devono essere trattati come rischi professionali. Infine: il coinvolgimento dei sindacati, la contrattazione collettiva. Perché “le esperienze migliori derivano dagli accordi sindacali”, e la “contrattazione permette di adattare il diritto alla disconnessione alle caratteristiche dei diversi settori”.

Non basta staccare il telefono

L’Etui suggerisce di sfruttare l’occasione del Quality Jobs Act per colmare le lacune e rendere omogeneo ed efficace il diritto alla disconnessione per tutti i lavoratori europei. Non si tratta, semplicemente, di "staccare il telefono". La sfida - sembrano dirci Eurofound e Etui - è quella di tracciare un nuovo confine tra lavoro e vita privata. Perché, se quel confine è fragile o non presidiato, saranno poche le imprese che non lo oltrepasseranno. È andata sempre così. Sin dai tempi della rivoluzione industriale e delle fabbriche di Manchester.