Si staglia potente la nave di Mediterranea ormeggiata nel porto di Napoli. Una gigantesca imbarcazione che traina memoria, storia e storie. Vergogne e vanti. Una nave che ricerca innocenti da salvare, e che troppo spesso incontra sommersi. I sommersi e i salvati continuano a convivere nel Mediterraneo e Primo Levi aveva drammaticamente ragione: “La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”.

Ricerca di normalità

Ci sono piccoli vasi con piantine di erbe aromatiche che germogliano sul ponte della Mediterranea Ship, affettuosamente chiamata anche Red Lady. Vasi di plastica come quelli che si mettono sul davanzale della cucina di casa, con il basilico, la salvia, il rosmarino. La ricerca di normalità nel mare che si scontra con la certezza della banalità del male.

Incontro tra mondi speculari

Tra le cime di ormeggio e le strutture d’acciaio il vento soffia forte, ma le piantine sono lì. Resistono perché c’è chi le annaffia e le protegge dal freddo, dal caldo, dalle raffiche. In questo scenario di ferro e salsedine, una delegazione della Flai e della Flc Cgil sale a bordo, percorrendo la passerella verticale che unisce la banchina alla nave. Non è una visita di cortesia, ma un incontro tra mondi speculari: chi difende i diritti nei campi, chi difende la conoscenza e la memoria abbraccia chi difende la vita tra le onde.

Solidarietà concreta

La solidarietà concreta è d’altronde molto simile a una pratica agricola: richiede pazienza, costanza, e la profonda consapevolezza che la vita vince se trova qualcuno disposto a prendersene cura.

La Flai, il sindacato dell’agroindustria che da anni sostiene concretamente Mediterranea, e la gigantesca nave rossa, bianca e blu, si guardano e si riconoscono nello stesso abbecedario: la tutela di chi non ha voce, la difesa della vita come diritto non negoziabile, la convinzione ostinata che organizzarsi sia l’unica risposta sensata all’indifferenza del potere.

Il sindacato rappresenta i braccianti, i lavoratori e le lavoratrici stagionali, i migranti che arrivano in Italia e trovano lavoro nei campi prima ancora di trovare un tetto, se mai ne troveranno uno. Molti di loro hanno attraversato lo stesso mare che questa nave presidia. Il cerchio si chiude qui.

Contro cinismo e indifferenza

Le erbe aromatiche sul ponte della Mediterranea Ship crescono perché qualcuno ha deciso che vale la pena farle crescere. In un mondo che spinge verso il cinismo e l’indifferenza, la presenza di questi uomini e donne sulla nave è un atto politico preciso. Piccolo e grandissimo, come quasi tutti gli atti che contano davvero.

Il romanticismo finisce dove inizia la necessità. Lo dice bene Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans che senza filtri racconta la realtà della vita in mare, non un mare qualsiasi ma il Mediterraneo centrale che rappresenta “la summa di tutte le guerre”. Siamo nell’ospedale della nave, tre postazioni per i casi gravi. Qui si fa a turno.

Raccolti in mare

Nessuno sta bene quando viene raccolto dal mare, abbiamo lunghe file per il triage – racconta -. Carni vive da ustioni, necrosi chimiche causate dal mix letale di benzina e acqua salina, infezioni, traumi da schiacciamento, ecchimosi, fratture costali mal consolidate, lesioni da corpo contundente, ferite da taglio provocate dalle saldature fatiscenti delle lamiere”.

A questo e a molto altro si aggiungono le ipotermie, condizioni gravissime che si riscontrano a pochi chilometri dalle coste europee. Sono il termometro politico di un continente che ha scelto di congelare l’accoglienza, di un “sistema che pretende di governare un fenomeno – continua Marmorale –, un sistema fallimentare, che non funziona da nessuna parte”.

Quello che i soccorritori vedono e toccano non è solo emergenza sanitaria, ma il fallimento di una strategia geopolitica che ha delegato il controllo dei confini alla brutalità.

Max il capitano

Max, 31 anni, lunghi capelli biondi raccolti, sguardo dritto e fiero, un sorriso accogliente di chi ha visto e sa, sceglie le parole con cura, è attento ai visi della delegazione sindacale. Ne coglie le profondità, pesa l’ascolto attento. È abituato a dover capire subito chi ha di fronte.

È il capitano della Mediterranea Ship. “La realtà clinica smonta ogni retorica – dice -. Qui accogliamo uomini, donne e bambini, in ottemperanza al diritto marittimo internazionale. Chi dice che salviamo solo maschi adulti è semplicemente portavoce di politiche persecutorie che denigrano e cercano di smontare le attività di salvataggio delle Ong”.

I disegni dei bimbi

Le distorsioni sistematiche della realtà dei salvataggi sono uno strumento retorico per ridurre la complessità del fenomeno migratorio a questione di sicurezza pubblica. Basta guardarsi intorno nel piccolo ospedale. Le pareti sono piene di disegni. Disegni di bimbi e bimbe. Piccole barchette trainate da una grande nave.

Mare dove si vedono omini stilizzati con le braccia protese e delle nuvolette con scritto “Help”. Piramidi. Bandiere del Kurdistan. Una grande nave che issa la bandiera italiana, un cuore rosso al centro dell’imbarcazione. Un altro disegno: metà foglio blu scuro, l’altra metà grigia. C’è il mare, c’è il cielo fosco. Null’altro.

Una società più accogliente

E qui l’importanza della presenza della Flc: molti di questi bambini, bambine, ragazzi e ragazzi, che arrivano attraverso il mare saranno potenziali alunni delle nostre scuole. “Supportare Mediterranea significa preparare il terreno per una società più accogliente per questi futuri studenti – spiega Gianna Fracassi, segretaria generale Flc -. Senza solidarietà la cultura rischia di essere sterile, e senza cultura la solidarietà rischia di non avere gli strumenti per cambiare le politiche globali. Vogliamo portare nelle scuole testimonianze dirette per insegnare a comprendere il fenomeno migratorio oltre la propaganda”.

Visitare la nave di Mediterranea è un continuo salire e scendere scale. Bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi. Si scivola. L’ambiente è progettato per il lavoro marittimo pesante, non per il trasporto passeggeri. Salire sulla Mediterranea Ship permette di toccare con mano la complessità logistica di una missione di ricerca e soccorso.

Un porto sicuro temporaneo

La nave oggi è vuota. Ma quando si fanno i salvataggi qual è la capacità di accoglienza? La risposta di Max: “Non c’è capacità, c’è la necessità di salvare vite umane. Il posto si trova, il cibo si cucina. Abbiamo avuto oltre 300 persone contemporaneamente. La capacità di accoglienza non è un numero statico, ma un valore dinamico. La reale capacità di accoglienza è determinata dall'urgenza della situazione. In mare vige la legge del soccorso, nonostante Piantedosi, nonostante il decreto flussi”.

Il tempo che resta

E si torna dalle piantine, chi decide di cosa e di chi vale la pena prendersi cura? Chi decide quando si possono salvare delle vite e quando no? “Avete già fatto un soccorso, lasciate la scena. Questo è quello che ci rispondono. Io come uomo di mare, come posso abbandonare quelle persone? Per me l'unica variabile è il tempo che resta prima dell'annegamento” conclude il capitano.

La capacità di una nave Mediterranea è definita da un delicato equilibrio tra normative marittime e l'imperativo morale di non lasciare nessuno in mare. In situazioni di emergenza, ogni metro quadrato disponibile diventa un porto sicuro temporaneo.

L’incontro si chiude con le parole di Giovanni Mininni, segretario generale Flai Cgil: "Vogliamo proporre una narrazione diversa, che non ha nulla di buonista né di consolatorio – afferma –: la nostra è una scelta di campo, nuda e cruda. Voi salvate le persone in mare, noi proviamo a salvarle sulla terra per non farle cadere nelle maglie dello sfruttamento del caporalato e dell'illegalità. Non ci interessa l'egemonia, non cerchiamo bandierine da piantare, ma sentiamo l'urgenza di costruire relazioni e alleanze con chi, come Mediterranea, ha deciso che l'indifferenza non è un'opzione. Grazie per tutto quel che fate e per averci fatto salire a bordo, in tutti i sensi”.