Dalle campagne della Basilicata sale un odore antico, roba da latifondo borbonico lucidato con modulistica ministeriale. Indiani e pakistani arrivano attraverso il decreto flussi, pagano migliaia di euro per il viaggio, consegnano il destino a trafficanti e mediatori, poi spariscono dentro capannoni luridi, turni da bestie, paghe da elemosina.

La meraviglia italiana porta un nome che sembra uscito da una ditta di sanitari del 2002. Bossi-Fini. Uno storico capo leghista ormai consegnato ai busti commemorativi e un ex missino oggi pensionato hanno lasciato in eredità la più efficiente macchina di ricatto del mercato del lavoro italiano. Il permesso di soggiorno legato al contratto produce lavoratori in apnea permanente.

Lo Stato finge sorpresa davanti a un meccanismo che ha progettato pezzo per pezzo. La Bossi-Fini serve esattamente a questo. Generare paura, obbedienza, salari infimi, silenzio. Una catena di montaggio giuridica dove la clandestinità diventa leva economica.

Nel frattempo il made in Italy continua a sfilare fiero tra fiere agricole e spot televisivi pieni di sole, ulivi e famiglie sorridenti. Dietro la fotografia patinata compaiono uomini ammassati in alloggi senza servizi, raccolti agricoli costruiti sul ricatto, aziende che trattano esseri umani come cassette di melanzane.

Curioso come ogni volta che qualcuno propone di abolire questa legge parte il coro sulla sicurezza nazionale, sui confini, sull’invasione. La Bossi-Fini garantisce proprio ciò che a parole si dice di combattere. Irregolarità, sommerso, criminalità diffusa, caporalato. Una legge che trasforma il migrante in merce fragile produce soltanto padroni più feroci. E infatti resiste da oltre vent’anni, coccolata da governi d’ogni colore come un gustosissimo San Marzano.