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Il curriculum della giudice Paola Di Nicola Travaglini non lascia margini a dubbi: l’impegno nel combattere la violenza contro le donne, ma anche pregiudizi e stereotipi patriarcali, ha segnato il suo percorso di magistrata e di donna. E ha utilizzato il suo essere “personaggio pubblico” per affermare ciò in cui crede: è stata la prima a firmarsi “la giudice”, nel 2019 ha aggiunto al suo cognome – quello paterno – anche quello della madre. Ha scritto sentenze significative e innovative. Ricordate lo scandalo delle cosiddette “baby squillo”? Ebbene, impose ai condannati un risarcimento basato sull'acquisto di libri di educazione al rispetto e sul pensiero delle donne. Era il 2014.
La giudice è anche il titolo di un suo libro, nel quale racconta la sua presa di coscienza di “giudice”, appunto al femminile, e di quanta strada ci sia ancora da fare per affermare che nel mondo esistono donne e uomini. Dal 1994 è in magistratura, ha lavorato sia nel penale che nel civile. Oggi è consigliera di Cassazione. Fuori dalle aule di giustizia è stata consigliera giuridica della Commissione sui femminicidi del Senato ed è componente del tavolo tecnico contro la violenza sulle donne presso la presidenza del Consiglio dei ministri.
C’è qualcosa che stride tra i dati forniti dal ministro dell’Interno – nei primi sei mesi dell’anno l’uccisione di donne sarebbe diminuita di circa il 30% - e la cronaca dei giorni di Ferragosto: uno stillicidio di femminicidi.
I dati forniti dal ministero dell’Interno vanno letti per bene. L'unico dato certo è quello dell’uccisione di donne nel contesto familiare o di coppia, attuale o precedente, a prescindere dalla qualificazione come femminicidio. Tra tutte le uccisioni di donne solo 8 sono qualificate come “femminicidi”. Ovviamente questo dato non è attendibile, perché la legge sul femminicidio è entrata in vigore il 17 dicembre 2025 e non abbiamo ancora operatori formati sulla lettura e sull’interpretazione di quella norma. Torniamo all’unico dato certo: le donne uccise nei primi 6 mesi del 2026 sono meno di quelle uccise nello stesso periodo del 2025. Secondo me questa riduzione nasce dall’obbligatorietà del braccialetto elettronico, oltre che da un aumento importante della consapevolezza delle donne, della società civile, del giornalismo e delle istituzioni. Ma esiste un altro dato importante da guardare, l’aumento dei tentati femminicidi: sono raddoppiati.
Cosa ci dicono, allora, questi numeri?
Ci dicono che leggi che consentono una puntuale e tempestiva valutazione del rischio di individuare il maltrattante, la persona che potrebbe portare ad un’escalation veloce, hanno ottenuto l'effetto di una iniziale riduzione concreta dei femminicidi. Però questo non vuol dire che non dobbiamo tenere alta la guardia, perché il raddoppio dei tentati femminicidi è un problema. Aggiungo: sempre parlando di dati, da questo conteggio sfuggono le uccisioni di donne che avvengono fuori dal contesto familiare, amicale o di ex coppia, che però hanno come movente la stessa sottrazione dal potere maschile. Penso ad esempio all’uccisione di prostitute per mano del cliente, sono circa il 10%. Così come sfuggono i suicidi di donne che non trovano altra via per sottrarsi alla violenza e alla sopraffazione che togliersi la vita. Infine, ci sono donne che muoiono per le conseguenze di lunghi maltrattamenti subiti. Anche loro non vengono contate, non vengono “viste”.
Stride però che subito dopo la divulgazione di questi dati si sono registrati 5 femminicidi in pochi giorni.
La verità è che abbiamo le leggi per affrontare il fenomeno ma non abbiamo ancora una formazione obbligatoria, omogenea e diffusa su tutto il territorio nazionale degli operatori che si occupano di questo fenomeno criminale (sanitari, giudiziari, servizi sociali ecc.). È necessaria una formazione specifica lunga tutta la filiera, a partire dai sanitari. Dal 2017 esiste il Codice rosa che detta le linee guida da seguire quando una donna con segni di violenza si rivolge al pronto soccorso. Ebbene, ad oggi sono passati quasi 10 anni dalla sua introduzione e non c'è copertura nazionale. Quel Codice indica che i sanitari che hanno di fronte una donna con lesioni o con forme ansiose, tachicardia forte, devono rivolgerle cinque domande previste – appunto - da un decreto del Presidente del Consiglio del 2017. Domande che consentono di capire se quelle lesioni o disturbi sono il risultato di una violenza e quindi di inviare il referto alla Procura della Repubblica dando così la possibilità al pm di procedere d’ufficio. Se questo non accade, quella violenza non riconosciuta dovrà essere denunciata dalla donna vittima, che ovviamente si trova in una condizione di fragilità. Insomma conoscere il Codice rosa, avere una formazione adeguata nel riconoscere le violenze anche quando non direttamente dichiarate, equivale a un salva vita.
E il resto della filiera?
Vale lo stesso ragionamento per carabinieri, poliziotti e magistrati. Ogni segnalazione di violenza contro una donna deve arrivare immediatamente al pubblico ministero. Se non adeguatamente formati gli esponenti delle forze dell’ordine possono non saperlo e “lasciare sul tavolo” una segnalazione che non si è trasformata in denuncia. Ancora: se una donna decide di denunciare, chi si trova davanti saprà accoglierla, fare le domande giuste, capire se è una violenza abituale così da procedere d’ufficio o derubricherà il fatto a “lite familiare”? Ancora, se una donna denuncia e poi ritira la querela, l’operatore saprà capire se quel ritiro è frutto di manipolazione, di minacce? Saprà che secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte europea per i diritti umani, il ritiro della querela è un fattore di rischio?
E gli uffici giudiziari e i tribunali?
Occorrerebbe applicare al tema della violenza di genere lo stesso modello organizzativo degli uffici giudiziari che si applica ai reati di mafia. Ogni denuncia di violenza a carico della stessa persona, anche se ritirata, dovrebbe finire in un unico fascicolo, le denunce dovrebbero essere accorpate, valutate in un unico contesto.
Parlando di femminicidi ha usato un termine legato al mondo della criminalità organizzata: omertà.
Sì, quando si tratta di violenza contro le donne registriamo ancora la presenza forte di omertà sia nel contesto familiare che in quello sociale. Alla violenza è ancora associato lo stigma sociale. “I panni sporchi si lavano in famiglia” o “tra moglie e marito non mettere il dito”. Certo, sono frasi fatte, ma sono l’esplicitazione di condizionamenti culturali, patriarcali e maschilisti, ancora molto diffusi. E quando non è l’omertà familiare, ma al contrario la famiglia sostiene la donna, spesso interviene l'omertà sociale di chi sa e non parla, non denuncia. Anche in questi casi è la stessa identica omertà che riguarda i clan di criminalità organizzata, con modalità diverse ma il principio è lo stesso. L’onore inteso come potere maschile deve essere fatto salvo, nel senso che un uomo che non mantiene il controllo e il potere su una donna e questa arriva al punto di denunciarlo è un uomo che perde la faccia davanti a tutta la comunità a cui appartiene. Ed è qui che scatta l’omertà.
Esiste un problema non solo di formazione, quanto di crescita culturale della società civile nei confronti di questo tipo di violenza?
Assolutamente sì. Il sanitario e il magistrato, il poliziotto e il carabiniere, l’assistente sociale sono il frutto della società in cui vivono. Se una società consente a un uomo di umiliare pubblicamente in una spiaggia una donna perché non ha messo bene l’ombrellone, urlandole contro e chiamandola con tutti gli appellativi sessisti che conosciamo e nessuno interviene, è la stessa società che all'interno di un’aula di giustizia, ascolterà testimonianze che tenteranno di ridimensionare tutte le forme di violenza a cui si è assistito. E d’altra parte, se si vuole sconfiggere l'omertà, torniamo sempre al punto: c'è bisogno di una crescita culturale della comunità dentro la quale la violenza si esercita. Quindi, esiste eccome un problema collettivo di crescita culturale.


























