Cinque donne uccise in meno di venti giorni. Maria D’Alessandro, 75 anni; Tania Terrin, 39 anni; Ornella Forastefano, 46 anni; Joanna Rouissi, 50 anni; Carmela Bifano, 72 anni. Una strage che continua anche quando l’estate, il Ferragosto, le vacanze e la politica sembrano occuparsi d’altro. E ancora una volta, dietro alcuni di questi femminicidi, ci sono denunce, segnalazioni, relazioni già finite, comportamenti persecutori, situazioni di pericolo conosciute. C’erano segnali. Eppure non sono bastati a salvare quelle donne.

“Serve, lo diciamo da tempo, un vero cambio di passo”. A dirlo è Elisa Ercoli, presidente della Rete nazionale Differenza Donna, che punta il dito soprattutto su ciò che accade prima dell’omicidio: “La maggior parte dei casi aveva un alto livello di pericolosità e per questo motivo dovevano essere usati gli strumenti di protezione, ancora una volta non applicati dalle Istituzioni”.

È questo il punto che non può essere rimosso dietro la conta delle vittime o davanti alla richiesta, ogni volta che una donna viene uccisa, di nuove norme e pene più severe. Le norme esistono. Esistono gli strumenti di prevenzione, gli ammonimenti, le misure cautelari, il Codice Rosso, i centri antiviolenza. E dal 2025 esiste anche nel nostro ordinamento il reato specifico di femminicidio, che riconosce la matrice di genere dell’uccisione quando è legata, tra l’altro, a controllo, possesso, dominio o al rifiuto della donna di mantenere una relazione.

Ma una legge non protegge una donna se chi deve applicarla non riconosce la pericolosità della violenza che sta subendo.

Le denunce che non hanno fermato la violenza

È una delle questioni più drammatiche che emergono dai casi di queste settimane. La denuncia, troppo spesso raccontata come il momento in cui una donna finalmente si mette al sicuro, può essere invece soltanto l’inizio di un percorso lungo e fragile. Se alla denuncia non seguono una valutazione corretta del rischio, una presa in carico effettiva e misure adeguate, la donna resta esposta.

È accaduto ancora. E proprio per questo, sostiene Ercoli, “le norme securitarie da sole non servono a nulla soprattutto se vogliamo un cambiamento reale e duraturo”.

La questione non è dunque soltanto quante denunce vengano presentate. È che cosa accade dopo. Chi valuta il rischio? Con quali strumenti? Quanto tempo passa? Le informazioni vengono condivise tra forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali e centri antiviolenza? La donna viene ascoltata insieme alla sua storia oppure ogni episodio viene trattato come un fatto isolato?

La violenza nelle relazioni non comincia con il femminicidio. Il femminicidio è spesso l’esito estremo di una sequenza di comportamenti: controllo, minacce, isolamento, stalking, violenza fisica ed economica. Sono proprio quei segnali che dovrebbero consentire alle istituzioni di intervenire prima.

Il ministero dell’Interno considera stalking, maltrattamenti e violenza sessuale tra i cosiddetti “reati sentinella” della violenza di genere: indicatori che possono segnalare una situazione di pericolo. Il problema, dunque, non è soltanto riconoscere che quei segnali esistono. È riuscire a trasformarli in protezione.

La sicurezza proclamata e quella che manca

Nei giorni scorsi il Viminale ha presentato il dossier sulla sicurezza del primo semestre 2026 sottolineando il calo complessivo dei reati e anche dei femminicidi. Il ministro Matteo Piantedosi ha parlato di un’Italia tra i Paesi più sicuri al mondo. Ma se una donna che ha denunciato, che ha segnalato minacce o maltrattamenti, che ha chiesto aiuto continua a essere esposta non può essere considerata semplicemente una voce dentro una statistica. La domanda è se lo Stato sia riuscito a proteggerla.

“È insopportabile il silenzio assoluto di Meloni e di questo Governo – dice Ercoli – In questi anni la vita delle donne in Italia è peggiorata e le donne muoiono nella noncuranza istituzionale”.

Un’accusa che riguarda una responsabilità che non può essere scaricata ogni volta sull’emergenza del momento. Se il problema viene affrontato soltanto dopo un femminicidio, significa che la prevenzione ha fallito. E il tema della prevenzione non può essere essere il dire alle donne, alle ragazze, cosa non fare ma deve passare necessariamente da un’educazione sessuo-affettiva per tutti e tutte.

Centri antiviolenza lasciati a combattere da soli

C’è poi il tema dei centri antiviolenza. Sono i luoghi nei quali le donne arrivano prima che la cronaca arrivi sui giornali. Sono quelli che conoscono le storie, accompagnano le vittime, valutano insieme a loro il rischio, costruiscono percorsi di uscita dalla violenza. Eppure, denuncia Differenza Donna, continuano a lavorare in condizioni di forte precarietà.

“Noi dei Centri Antiviolenza sappiamo di essere indispensabili per le donne in uscita dalla violenza, ma la rete istituzionale spesso non sa chi siamo, cosa facciamo e che ruolo abbiamo”, afferma Ercoli.

La contraddizione è evidente: lo Stato chiede ai centri antiviolenza di essere parte fondamentale della rete di protezione, ma quella rete “rimane informale e affidata al senso di responsabilità di singole e singoli – sottolinea Ercoli – È inconcepibile che con numeri così enormi di violenza e femminicidi non vi sia nulla di sistemico”. Serve una rete strutturale, con personale formato, continuità economica, collegamenti effettivi con servizi sociali, forze dell’ordine e magistratura.

E serve soprattutto una formazione specialistica diffusa. Perché, come ricorda Ercoli, “le Forze dell’Ordine sono in numero di molto inferiore a quello che serve per poter applicare le norme antiviolenza e non hanno adeguata e capillare formazione specialistica”.

Quando la violenza viene minimizzata

C’è poi un problema culturale che diventa problema istituzionale. “In Italia manca totalmente la prevenzione e la protezione non viene applicata perché gli stereotipi e i pregiudizi minimizzano e banalizzano la gravità della violenza che le donne subiscono nelle relazioni intime”, sostiene Ercoli.

La discussione sui femminicidi deve uscire dalla cronaca nera. Perché se la violenza viene considerata un conflitto di coppia, se la separazione viene interpretata come una lite tra due persone, se le minacce vengono ridotte a una fase di rabbia, se il controllo e la gelosia vengono sottovalutati o considerati normali, il rischio viene sistematicamente sottovalutato.

Anche nei servizi sociali, denuncia Differenza Donna, non tutto il personale è adeguatamente formati sui reati di genere – specifica Ercoli – E nei tribunali troppo spesso la violenza rischia di essere normalizzata.

Sei vittime non sono sei episodi isolati

Il punto non è soltanto chiedersi come siano state uccise queste donne. È chiedersi che cosa è successo prima.

Quante avevano chiesto aiuto? Quante avevano denunciato? Quante erano state considerate ad alto rischio? Quali strumenti erano stati attivati?

Il rischio è che dopo ogni femminicidio si torni a parlare di emergenza. Si annuncino nuove misure, si chiedano pene più severe, si invochi la certezza della pena: “La sottovalutazione delle Istituzioni è tale da non ritenere nemmeno di dover usare strumenti che pure esistono”, dice Ercoli.

E mentre il Governo tace, i centri antiviolenza continuano a lavorare: “Dalla Sicilia alla Valle d’Aosta sono in continua sofferenza” denuncia Ercoli. Servirebbero finanziamenti strutturali e risorse sufficienti per garantire quel lavoro multidisciplinare che alle strutture viene richiesto.