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L'anniversario

Centouno anni fa nasceva il Partito Comunista d'Italia

Ilaria Romeo
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Il 21 gennaio del 1921 nasce il Partito Comunista d'Italia. Quel giorno a Livorno c'è Antonio Gramsci. E insieme a lui ci sono Amadeo Bordiga, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti. Sognano la rivoluzione della classe operaia, discutono il destino del popolo lavoratore italiano. Il loro diventerà il partito di massa per eccellenza. “Il Congresso di Livorno - scriveva Antonio Gramsci su L'Ordine nuovo il 13 gennaio 1921 - è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita italiana contemporanea”. Non aveva torto

Il 21 gennaio del 1921, a Livorno nasce il Partito comunista italiano, un “Paese nel Paese”, nella definizione di Pier Paolo Pasolini, una comunità, oltre che un partito politico, “un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico”.

“Noi siamo convinti - diceva Enrico Berlinguer - che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita (…) Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo”.

“La storia di un partito politico - scriveva Pajetta - se questo partito è vivo e se ha messo radici nella realtà del Paese, non è soltanto la vicenda di un gruppo dirigente. La sua storia è la storia del Paese stesso, vista da un determinato angolo visuale, vissuto in modo particolare. Quando poi una storia come quella che vogliamo raccontare è la fatica per nascere e affermarsi di un’avanguardia, ricordarla, ricercarne le vie di sviluppo e le cause vuole dire cercare di capire tutto quello che nella vita del Paese c’è stato di progressivo”.

In una delle ultime interviste televisive rilasciate a Enzo Biagi che le chiedeva che cosa si augurasse per il futuro Nilde Iotti rispondeva: “Io credo che sarebbe un fatto estremamente importante se il giorno che avessimo portato il nostro Paese fuori dal guado potessimo dire che, dall’inizio alla fine della nostra battaglia, comunque ci siamo chiamati e qualunque forma abbiamo dato alla nostra attività politica, noi abbiamo servito per difendere i lavoratori, per garantire la libertà degli individui e la democrazia del nostro Paese”.

“Abbiamo imparato - affermava Ingrao - anche dagli altri, abbiamo capito, abbiamo corretto? Certo. E molto. Evviva: siamo stati un corpo vivente. Abbiamo avuto anche lentezze e ritardi: errori anche pesanti. Abbiamo faticato a liberarci dal “sovversivismo”. Forse perché nascevamo da gente che da tempo, da troppo tempo, era stata tenuta in ginocchio. E come potremmo scordare che ad aiutarci, a farci alzare in piedi, sono stati questi, Gramsci, Togliatti, Di Vittorio? No, non erano santi: nemmeno Gramsci”.

No, non erano santi, però ci mancano. “Del Pci mi mancano i cartelloni che attaccavamo in sezione il giorno delle elezioni  (…)” - scriveva nel novembre del 2020 Diego Bianchi. Del Pci mi manca la necessità di dover sottolineare la parola “italiano” utile a specificare di quale Partito Comunista si stesse parlando. Lo facevamo per distinguerci dagli altri partiti comunisti nel mondo, considerati a fatica e col tempo sempre meno democratici e virtuosi del nostro. (…) Del Pci mi mancano Botteghe Oscure e la sicurezza di avere un posto dove andare, il giorno in cui si sarebbero vinte le elezioni, a festeggiare un mondo migliore, con le bandiere con la falce e martello, cantando Bandiera Rossa, ascoltando il Segretario Nazionale che usciva dal balcone solo a risultato conseguito. Purtroppo è capitato pochissime volte. Del Pci mi manca Enrico Berlinguer. Quando è morto avevo 14 anni, e ho pianto tanto. Del Pci mi manca l’esempio, e la certezza di essere dalla parte giusta”.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana
Qualcuno era comunista perché
credeva di poter essere vivo e felice
Solo se lo erano anche gli altri
Qualcuno era comunista perché
aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo
Perché
sentiva la necessità di una morale diversa
Perché
forse era solo una forza, un volo, un sogno
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita
Qualcuno era comunista perché
con accanto questo slancio ognuno era come
Più di se stesso: era come due persone in una
Da una parte la personale fatica quotidiana
E dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo
Per cambiare veramente la vita