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Resistenze

Giuseppe Di Vittorio: la libertà riconquistata

Ilaria Romeo
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Nel 1923, dopo la chiusura della Camera del lavoro di Bari, Di Vittorio decide di trasferire la famiglia a Roma preoccupandosi di trovare una casa che abbia un pezzo di terra da lavorare. “Faceva la spola - ricorda Raffaele Pastore - la mattina fino alle 12 il contadino, il pomeriggio a Roma per fare il deputato”. Va avanti così finché il 13 settembre 1925 lo arrestano. Scarcerato il 10 maggio 1926 non resta molto in libertà: subisce altri arresti che inducono il Partito comunista, a cui ha aderito nel 1924, a farlo espatriare. 

Per Di Vittorio inizia un lungo esilio, che termina il 10 febbraio 1941, quando è arrestato in Francia dai nazisti. Estradato in Italia, viene rinchiuso nel carcere di Lucera e poi avviato al confino di Ventotene dove trova una consistente concentrazione di dirigenti antifascisti (tra i suoi compagni di partito, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Luigi Longo, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, Giovanni Roveda, Eugenio Curiel, Pietro Grifone, Battista Santhià, Gaetano Chiarini). Di Vittorio lascerà l’isola solo il 22 agosto 1943.

Liberato raggiunge Roma dove viene nominato dal governo Badoglio commissario del sindacato dei lavoratori agricoli. L’occupazione tedesca della capitale lo costringe a nascondersi, ma non all’inattività: tesse la tela del patto di unità sindacale, esponendosi a grandissimi rischi, scampati grazie anche a inattesi gesti di solidarietà e protezione.

La Roma che Peppino ritrova nel 1944 dopo l’ingresso delle truppe alleate è una Roma completamente diversa da quella che ha lasciato diciassette anni prima: è una Roma che il segretario sente più sua, nella quale si riconosce in quanto rappresentante del popolo lavoratore protagonista della lotta al fascismo e della ricostruzione morale e materiale del Paese. È la Roma di quel Patto che ci farà rinascere dopo le macerie della guerra e della dittatura.

Con il Patto di Roma del 1944 rinasce la Cgil unitaria che, seppure destinata a una vita breve a causa delle tensioni politiche nazionali e internazionali legate al nuovo scenario della guerra fredda, inciderà notevolmente sugli assetti costituzionali dell’Italia e sulla ricostruzione materiale, economica, sociale, civile e umana del Paese, uscito sconfitto dal conflitto mondiale. 

Affermava in occasione del 100° anniversario della fondazione l’allora segretario generale Cgil, Guglielmo Epifani:

Il 1° ottobre del 1906 nei locali della Camera del lavoro, al termine del congresso delle organizzazioni di resistenza, i 500 delegati presenti in rappresentanza di oltre 200 mila iscritti decidevano a maggioranza, con il voto contrario dei delegati rivoluzionari - che avrebbero poi abbandonato il congresso - di costituire in Italia la Confederazione generale del lavoro, affidandole la direzione generale assoluta del movimento proletario, industriale e contadino, al di sopra di qualsiasi distinzione politica”. Quel soggetto confederale, che nasce quel giorno, è altro “e più delle rappresentanze di categoria, professione, arte e mestiere e del mutualismo delle origini. Non è altro perché diverso e non è più perché sovraordinato. Ma perché l’identità confederale richiede inevitabilmente una ricerca permanente di valori e politiche di unità, partendo dalle differenze; e un’idea alta di autonomia comunque espressa nelle alterne fasi che hanno segnato la storia dei rapporti fra partiti e sindacati. Solo un sindacato confederale -  quello di ieri e quello di oggi - può tenere unite dentro di sé le ragioni dei lavoratori della terra a quelli dell’industria, quelli pubblici e quelli privati, quelli del Sud e quelli del Nord, gli emigranti e gli immigrati, i giovani che studiano, i disoccupati, gli anziani e i pensionati. Tutto, proprio tutto, della vita centenaria del sindacato italiano sta qui, in quell’atto, in quella scelta, in quell’inizio. In quell’idea - come ci ricorda Vittorio Foa - per la quale battendosi per i propri diritti si pensa insieme sempre ai diritti degli altri.

“Un paese che non guardi ai giovani - proseguiva il segretario - è un paese che si chiude, che ha paura, che non investe sul proprio futuro. (…) Non abbiamo vissuto e speso questa storia per tornare alle disuguaglianze del tempo delle origini. Non lo vogliamo. Non lo permetteremo. Non lo possono volere tutte quelle imprese che puntano sulla qualità e sull’innovazione per reggere la competizione in un mondo reso più incerto e difficile dalla globalizzazione dei mercati.  Lavoreremo - care compagne e cari compagni - perché il futuro abbia il cuore e la forza di questa storia, che è storia del paese, rinnovandola e riformandola, accettando le sfide, come sempre abbiamo fatto, quando la sfida ha avuto ed ha una posta importante.  Quello che ha alimentato una ragione di vita ed una ragione di appartenenza, per tanti, attraverso le generazioni, ci servirà per il cammino che ci aspetta. Qui, oggi, a Milano, rinnoviamo lo stesso impegno di allora. Ripartiamo con un nuovo inizio, orgogliosi della nostra storia e dei valori, che ne hanno segnato il percorso e ne accompagneranno il futuro, insieme con tanti altri al nostro fianco. In questo modo la storia centenaria della Cgil e di tutto il sindacato continuerà a vivere davvero e sarà stata una storia spesa bene, per chi la volle e per il paese.  Una storia che con emozione e orgoglio - non inferiore a quello che provarono i delegati di quel congresso cento anni fa - consegniamo a tutti coloro che verranno. Perché questa storia gli appartiene, perché vogliamo che il futuro comune riparta da qui”.

Per questo continuiamo a lavorare con la consapevolezza di servire una causa grande, una causa giusta. La causa di Giuseppe Di Vittorio, di Guglielmo Epifani, la nostra.