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​​​​​​​L'intervista

Onestà e lavoro, una questione di qualità

Foto: Marco Merlini
Carlo Ruggiero
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Luci e ombre nella gestione dei beni confiscati. Ma grazie al nuovo codice antimafia la strada sembra finalmente quella giusta. Gorla (Fillea): “Abbiamo l'opportunità di restituire alla comunità ciò che le è stato sottratto illegalmente e anche di alimentare il lavoro qualificato”

Sono passati 25 anni dalla 109, la legge che ha finalmente dato il via libera al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie. Secondo l'ultima relazione dell'agenzia nazionale per l'amministrazione dei beni sequestrati (Anbsc), sono oltre 30mila gli immobili e 2689 le aziende espropriate. Moltissimi di questi beni, però, rimangono ancora da destinare, e tanti restano impigliati nella rete della burocrazia. Ne abbiamo parlato con Graziano Gorla, segretario della Fillea Cgil nazionale.

Cosa ha funzionato finora, cosa no?

Sui beni immobili c'è stata un fase iniziale molto complessa, dovuta di una gestione particolare da parte dell'agenzia. La nuova gestione ha invece visto un miglioramento, anche grazie all'applicazione del Nuovo codice antimafia (la legge n.161 del 17 ottobre 2017 ndr), un risultato eccezionale nato dalla campagna “Io riattivo il lavoro”, promossa dalla Cgil, dalle altre organizzazioni sindacali e da diverse associazioni. Tra le novità introdotte c'è una dotazione di organico finalmente adeguata per l'agenzia e una governance territoriale ora efficace. Le prime difficoltà sono nate perché parecchi immobili non avevano ottenuto confische definitive, quindi non erano ancora di proprietà dello Stato. Quando lo sono diventate, però, sono state una rappresentazione concreta del valore sociale dell'antimafia. Perché permettono di restituire alla collettività beni sottratti illegalmente. Lo Stato insomma rende ai cittadini ciò che era stato tolto in maniera illegittima. Molte amministrazioni comunali, però, dovevano e potevano fare di più.

In pandemia, tra l'altro, la Fillea e la Cgil hanno rilanciato questo tema.

Sì, in piena prima ondata di Covid, abbiamo proposto di utilizzare gli immobili confiscati per potenziale scuola, servizi sanitari e socio-sanitari del Paese. Ce n'era bisogno, per aiutare i territori in un momento di grande difficoltà. Ci è dispiaciuto molto, quindi, che quella idea non sia stata accolta, perché avrebbe reso fruibili spazi utilissimi. Oltre ad avere un forte valore simbolico, infatti, avrebbe permesso di accelerare la manutenzione straordinaria del patrimonio immobiliare italiano. In ogni caso, non si tratta di un progetto concluso. Non solo perché la pandemia continua e va tenuta a bada, ma anche perché l'esigenza di creare nuovi spazi e manutenerli resta. Il Covid ha mostrato molte contraddizioni e nervi scoperti del sistema Italia. Uno di questi è la necessità di una messa in sicurezza del territorio e degli edifici. Ne abbiamo un estremo bisogno.

C'è anche un gran numero di aziende confiscate che non hanno mai ripreso a produrre. La maggior parte appartengono al comparto edile, ma spesso è difficile restituirle al territorio. Cosa vuol dire questo per i lavoratori?

E' un problema grosso, perché di solito sono lavoratori i primi a pagare dazio. Le banche si trovano a chiudere i rubinetti, i clienti scappano e spesso ci si trova nella situazione paradossale di avere aziende chiuse e grandi capacità professionali inattive. Bisogna tutelare il lavoro e i lavoratori. Si potrebbero impiegare per la messa in sicurezza e la manutenzione di un patrimonio che anno dopo anno rischia di andare sempre più in malora. Si tratta di un circolo virtuoso, ma va attivato per salvare il lavoro. Oltre il 94% delle imprese confiscate, infatti, chiude. Anche qui, però, l'agenzia ha iniziato a fare un buon lavoro, cercando di selezionare le aziende che hanno realmente dei dipendenti. Di solito, infatti, le imprese in mano alla criminalità sono scatole vuote. Il nostro obiettivo deve essere creare lavoro di qualità in un contesto complesso. Il nostro settore sta vivendo, grazie ai finanziamenti, un inizio di ripresa, ma bisogna governarla, dirigendola verso le ragioni della transizione ecologica. Ci vuole attenzione al consumo del suolo e all'efficientamento energetico. Bisogna, insomma cogliere appieno le opportunità di rigenerazione urbana e territoriale che si stanno aprendo.

A Grottammare (Ap) il sindacato, con l'amministrazione comunale, Libera ed Erap (ex Iacp), ha firmato un accordo per la costruzione di alloggi popolari in una villa confiscata alla criminalità. I lavori di ristrutturazione verranno a berve messi in atto con ogni garanzia, contrattuali e di sicurezza. E' un'esperienza unica nel suo genere, o esistono accordi simili in corso di definizione?

Lì abbiamo avuto la fortuna di incontrare un sindaco disponibile e un'amministrazione regionale, la precedente, che ci hanno ascoltato. E ci hanno dato la possibilità di agire concretamente. È un intervento che abbiamo seguito con molta attenzione, perché è importante. Quel bene rischiava di perdersi, invece di essere recuperato come alloggi popolari per persone indigenti. Da alcuni territori arrivano altri segnali di questo genere, ma dobbiamo imparare a programmare. La pandemia ha reso evidente a tutti come i semi della crisi economica e sociale in atto siano frutto di un mancanza di prospettiva. Nel caso della manutenzione del territorio e del patrimonio immobiliare del Paese bisogna assolutamente puntare su un'idea chiara di progettazione.