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Petrolchimico

Porto Marghera, la riconversione Eni è fatta solo di chiusure

Foto: GIUSEPPE LIAN/AG.SINTESI
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Filctem-Femca-Uiltec Venezia: "Siamo convinti che la chiusura degli impianti darà il via all'abbandono del polo da parte delle aziende coinsediate, provocando un effetto domino"

"Più si entra nei dettagli del progetto di riconversione di Porto Marghera proposto dall’Eni e più ci si rende conto che ciò che resterà dopo la chiusura del cracking e degli aromatici saranno produzioni di basso valore aggiunto e di corto respiro. La chiusura del cracking metterà in seria difficoltà gli stabilimenti di Ferrara e Mantova e darà la possibilità all’Eni di passare da produttore a consumatore di materie prime abbandonando definitivamente la chimica in Italia. La chimica di base oggi e ancora per decenni resterà il punto di partenza di quello che ci circonda". Così, in una nota unitaria, le segreterie di Venezia di Filctem Cgil Femca Cisl, Uiltec Uil.

"Non è vero che i prodotti di Porto Marghera sono in competizione con i cracking del medio oriente o americani, le forniture di etilene e propilene arrivano dai cracking europei. I competitors di Versalis, seppur investino pesantemente nella green chemistry, continuano a spendere fior di quattrini nell’efficientamento delle produzioni di chimica primaria. I 470 milioni prospettati per la riconversione in buona parte sono già investimenti accordati e sottoscritti nel 2012, Ma sempre rimandati nove anni fa. Non è vero che salvano l'occupazione. Dai vari progetti, rispetto all’occupazione attuale, mancano almeno 40 posti di lavoro diretti", continuano i sindacati.

"Il polo chimico di Porto Marghera, nei piani dell’Eni, si trasformerà in un deposito per il transito di prodotti chimici da inviare negli altri petrolchimici padani, quindi con basso valore aggiunto. Inoltre, il secondo pilastro della riconversione altro non è che la lavorazione meccanico di rifiuti plastici che nulla ha a che fare con la chimica. Insomma, l’Eni chiude gli impianti e ci lascia lavorazioni povere, che nel tempo creeranno disoccupazione e deindustrializzazione. Siamo convinti che la chiusura degli impianti darà il via all’abbandono di Porto Marghera da parte delle aziende coinsediate, provocando un effetto domino", aggiungono le sigle di categoria.

"Per ultimo, ci chiediamo perché l’Eni vuole chiudere le produzioni nel 2022 quando i primi nuovi impianti entreranno in funzione, se tutto va bene, nel 2024? E’ già successo in passato che l’Eni si sia garantita la chiusura degli impianti e poi non abbia mantenuto gli accordi di riconversione sottoscritti. E’ successo anche con la riconversione della raffineria di Venezia! I lavoratori tutte queste cose vogliono spiegarle, nei dettagli, a chi governa il territorio. Venerdì incontreremo il sindaco di Venezia, ma purtroppo riscontriamo l’assoluta indifferenza da parte della Regione Veneto. Dopo due richieste di incontro non abbiamo ancora avuto nessuna convocazione. Non siamo così importanti come l’Eni, non arriviamo in giacca e cravatta, ma rappresentiamo quattrocento lavoratori, tecnici e quadri più tutto l’indotto. Non ascoltarli dimostra supponenza e poco interesse per i problemi del territori", concludono le organizzazioni sindacali territoriali.