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La risposta

Bella ciao non è propaganda. È il canto della nostra democrazia

Ilaria Romeo
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A Desio la scuola media intitolata a Gianni Rodari è finita nella bufera per il canto partigiano con cui un'insegnante avrebbe voluto accogliere il sindaco. Tuonano le destre ignorando che quella canzone ha fatto la nostra storia repubblicana

La Scuola media Rodari di Desio è finita nella bufera per una canzone. “Abbiamo appreso - tuona la Lega locale - che una insegnante avrebbe chiesto agli alunni di offrirsi volontari per cantare Bella ciao davanti al sindaco, che domani sarà in visita alle scuole Rodari. Una canzone utilizzata per propaganda politica da parte di insegnanti che, evidentemente, hanno scambiato la scuola dell’obbligo per una scuola quadri di partito Speriamo solo che si sia trattato di un frainteso, perché altrimenti sarebbe un fatto gravissimo. Vogliamo andare a fondo in questa storia, pretendendo chiarezza anche da parte del provveditorato agli studi, cercando di raccogliere elementi per verificare quanto accaduto. Se un insegnante utilizza metodi come questi, minacciando la punizione dell’interrogazione per chi non accetta di compiacere il sindaco cantando Bella ciao, forse ha sbagliato mestiere… Oppure ha sbagliato scuola, vada ad insegnare alla Frattocchie”.

“L’onorevole Paola Frassinetti, vicepresidente della Commissione cultura della Camera e responsabile Istruzione di Fratelli d’Italia e il Circolo Territoriale di Desio - recita il comunicato ufficiale dell’onorevole - hanno appreso con sdegno e rammarico che in occasione della visita del sindaco nella giornata di venerdì, presso le scuole Rodari, sarebbe stato chiesto agli studenti di cantare la canzone Bella Ciao. Ci auguriamo che la notizia sia infondata e per questo chiediamo al dirigente scolastico di verificare l’accaduto, dal momento che la Scuola ricopre una funzione di carattere istituzionale e pedagogico. Non possiamo accettare che la scuola italiana venga degradata a strumento di mera propaganda di una parte politica che si nutre di steccati ideologici (…)”. Ci risiamo! Ogni 25 aprile la stessa storia! Ma, ancora una volta, Lega e Fratelli d’Italia sbagliano. Ecco perché.

Bella ciao è diventata l’inno ufficiale della Resistenza solo quindici anni dopo la fine della guerra. La canzone dei partigiani era Fischia il vento, troppo legata alle formazioni comuniste per essere assunta nell’Italia della guerra fredda a simbolo della Liberazione (“Fischia il vento –  scriveva Franco Fabbri – ha il “difetto” di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti, di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è – ironia della sorte – più “corretta”, politicamente e perfino culturalmente”).

Le origini della canzone – sia del testo che della musica – sono molto incerte (qualcuno la farebbe risalire addirittura al Cinquecento francese o alle antiche melodie yiddish). Per molto tempo una delle ipotesi più diffuse è stata quella di un probabile legame con i canti delle mondine padane, ipotesi evocativa e romantica, sconfessata però dallo studioso Cesare Bermani.

La sua popolarità arriva negli anni Sessanta. Nel 1963 Yves Montand incide il brano che avrà un successo internazionale. La prima incisione italiana risale allo stesso anno, ad opera di Sandra Mantovani e Fausto Amodei.

Gaber la inciderà nel 1967; De André la inserirà in Carlo Martello e ne La ballata dell’amore cieco; Milva la canterà nella versione delle mondine a Canzonissima nel 1971; persino il ‘reuccio’ Claudio Villa la inciderà 1975. L’anno successivo la canzone echeggerà al XIII Congresso della Democrazia cristiana, Congresso di conferma alla guida del Partito del partigiano Benigno Zaccagnini, l’onesto Zac.

Scriveva su Famiglia Cristiana Orsola Vetri: “Chi scrive ricorda che in pieni anni ‘70 la insegnavano le maestre a scuola insieme ad altre canzoni regionali (Romagna mia) o storiche (La leggenda del Piave). La si cantava con i nonni durante le passeggiate in montagna. Oppure la si urlava accompagnata dalla chitarra con i capi scout dell’Agesci intorno al fuoco di bivacco”. La canzone, oggi anche colonna sonora di una celebre serie Tv, si canta - tradotta in tutte le lingue esistenti - e si balla, ai concerti, negli stadi, nelle piazze.

Il tema della libertà contro un oppressore non precisato l’ha resa un brano adattabile, cantato dai braccianti messicani in California fino alle manifestazioni a seguito della strage di Charlie Hebdo. L’hanno cantata gli Indignados di ogni angolo di mondo per affermare diritti di uguaglianza, partecipazione, annullamento del potere delle banche e delle multinazionali.

Ad Atene ha accompagnato l’utopia populista di Tsipras, a Hong Kong l’opposizione alla Cina comunista, a Istanbul la rivolta contro l’Islam autoritario di Erdogan. È cantata dai cileni in rivolta contro il presidente Sebastián Piñera, dalle combattenti curde in Rojava, dai manifestanti iracheni in rivolta contro le politiche del primo ministro Adel Abdul Mahdi. In tanti, tante volte, l’hanno cantata in Chiesa.

L’hanno cantata con noi e per noi, in questo terribile periodo i vigili del fuoco del Regno Unito, dalla Germania e da tantissimi altri paesi. Perché se c’è una cosa che il virus ci ha insegnato è che non esistono i confini e che i muri che abbiamo stoltamente pensato di costruire in questi anni esistono solo nelle nostre teste.

Cantiamola dunque, tutti insieme, intonati e stonati, da soli o in gruppo, con accompagnamento musicale oppure no, nella versione classica o folk, a casa, in piazza, in chiesa, a scuola, al lavoro, con la consapevolezza di seguire una causa che sta dalla parte della libertà, della democrazia, della solidarietà, della lotta a ogni dittatura. Una causa che non ha colore, non ha bandiera, non ha confini. E se a scuola si insegna questo, davvero qualcuno può avere qualcosa da ridire?