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L'intervista

Vaccino: profitto o bene comune?

Roberta Lisi e Ivana Marrone
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"Non siamo capaci di governare in maniera globali come difenderci dalla pandemia". Lo afferma Eduardo Missoni, docente di salute globale e medico della cooperazione internazionale

“Serve un internazionalismo dei vaccini”. Lo ha affermato papa Francesco nell’omelia di Pasqua, e basterebbe leggere l’andamento delle somministrazioni di siero anti-Covid nel mondo per rendersi conto della verità di questa affermazione. Negli Usa circa un terzo della popolazione ha ricevuto le due dosi, in Gran Bretagna sono oltre 31 milioni e mezzo di cittadine e cittadini a cui è stato somministrato il siero, contagi e decessi sono bassissimi. Dopo mesi di tutto chiuso, per davvero, sono cominciate le riaperture. Il 5,7% della popolazione dell’Europa a 27 ha già ricevuto l’immunizzazione completa mentre nei paesi del Sud del mondo è arrivato meno dell’1% delle dosi necessarie e in alcuni paesi dell’Africa, nulla.

Ma, è sempre Francesco a ricordarlo, nessuno si salva da solo. Non soltanto per ragioni etiche o di solidarietà. Lo sostengono gli scienziati: se nel minor tempo possibile non si immunizza la maggior parte della popolazione mondiale, il coronavirus varierà e tornerà a correre per il pianeta, rendendo inefficaci gli sforzi fatti. Mai come in questo momento dunque i brevetti sui vaccini suonano anacronistici e incoerenti rispetto al bisogno di salute mondiale. Oltre che iniqui.

In realtà, che ci fosse bisogno di un’internazionale della salute ci pensarono alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli uomini e le donne delle Nazioni Unite: diedero vita all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il giorno della sua nascita, il 7 aprile del 1948, fu dichiarata giornata internazionale della salute. Appunto. Salute come bene comune così come sancito dall’articolo 25 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari…”.

Non assenza di malattia, dunque, ma molto di più. Se osserviamo quanto accade nel mondo oggi, non solo legato alla pandemia, viene da pensare che in tutti questi anni quell’articolo non è mai stato applicato. Accesso all’acqua, all’abitazione, ad un reddito sufficiente non sono affatto beni a cui arrivano tutti, nemmeno nei Paesi ricchi del mondo, figurarsi altrove. E il coronavirus è arrivato non solo a ricordarcelo, ma anche ad infierire mettendoci di fronte alle contraddizioni del nostro modello di sviluppo.

All’inizio della pandemia l’Europa, gli Usa si sono d’improvviso accorti di non avere gli unici strumenti in grado di garantire una difesa, almeno parziale, dall’avanzare del virus: mascherine, tute, visiere. Troppo poco remunerativi per essere prodotti in occidente dove salario e diritti degli addetti alla produzione ancora sono – almeno parzialmente – tutelati. E poi mancavano respiratori e postazioni di terapie intensive, perché sull’altare del neo liberismo negli ultimi 15 anni sono stati tagliati i costi dei servizi sanitari riducendone il perimetro pubblico. Ma al diffondersi della pandemia a ritrarsi sono stati i privati: non remunerativo curare i malati di Covid.

Eduardo Missoni è un medico italiano di origini napoletane (da qui la "u" del suo nome a cui tiene molto), l’internazionalismo fa parte del suo Dna. Appena laureato decise di andare ad esercitare come volontario in Nicaragua, poi funzionario dell’Unicef in Messico e per 15 anni al ministero degli Esteri Italiano quale responsabile dei programmi di cooperazione socio sanitaria in America Latina e in Africa Sub Saariana, e rappresentante tecnico presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha fondato, insieme ad altri, l’Osservatorio Italiano sulla salute globale e poi saluteglobale.it. Oggi insegna in diverse università italiane salute globale, sviluppo e management delle organizzazioni internazionali. Vive sei mesi all’anno in Messico, ma da quel Paese non riesce a tornare da più di un anno. Aveva un volo prenotato per il 6 aprile, ma anche stavolta ha dovuto rimandare il rientro in Italia, ed è lì che lo raggiungiamo.

“Il vaccino ci ha insegnato - dice Missoni dalla sua casa in Messico - che non siamo capaci di governare in maniera unitaria a livello globale l’esigenza di difenderci da una pandemia tutti insieme. La pandemia è un fenomeno globale, riguarda tutta la popolazione mondiale ed è sconcertante, triste vedere che la comunità internazionale non è in grado di unirsi per una risposta comune”. Internalizzazione di vaccini, dicevamo ma che ruolo ha o dovrebbe avere allora l’Organizzazione Mondiale della Sanità? Risponde ancora Missoni: “L’Oms nacque con il mandato di coordinare l’attività internazionale in sanità, ma con il passare del tempo è stata spogliata di questa funzione, è stata depredata dai molteplici interessi economici che girano attorno a quella organizzazione ed è messa in condizione di non riuscire più a svolgere quella funzione. Abbiamo assistito al nazionalismo dei vaccini, all’egoismo di ogni paese. Un vero e proprio disastro umanitario causato dalla mancanza di solidarietà”.

Una delle ragioni di questo slittamento di funzione dell’Oms sta probabilmente nel fatto che i finanziamenti che sostengono l’attività dell’organizzazione sono un misto di pubblico e privato, versano nelle sue casse gli stati e soggetti privati, e il terzo contributore non sono più gli Stati Uniti che durante il mandato Trump hanno revocato il proprio contributo, ma la Fondazione Melania e Bill Gates, istituzione privata ancorché si definisca di tipo solidaristico. La corsa al vaccino non è stata una generosa gara condotta prevalentemente per il bene dell’umanità, dietro ci sono “enormi interessi economici”: basti pensare a quanto hanno pesato gli annunci sulla percentuale di efficacia dei diversi sieri molto prima che venissero autorizzati dalle Istituzioni di regolamentazione e vigilanza sui farmaci, sul valore in borsa delle azioni delle diverse multinazionali che li producono. Purtroppo anche la ricerca degli strumenti per fronteggiare la pandemia risponde alla “logica del business che è la logica del sistema nel quale siamo immersi, fondato sul profitto, sul consumo, sulla distruzione nostro ecosistema. Distruzione dell’ecosistema che è tra le cause principali di questa pandemia e di altre che probabilmente dovremo fronteggiare”, riflette ancora Missoni.

Il profitto al posto del bene comune. Non è sempre stato così. Pensiamo al vaccino contro la poliomielite: nel corso degli anni '50 due ricercatori, il polacco naturalizzato statunitense Albert Sabin e il nativo Usa Jonas Salk misero a punto due diversi sieri contro una malattia da virus che causava paralisi infantile (se ne ammalò da piccolo quello che diventerà uno dei presidenti americani più amato, Roosevelt). Sabin mise a punto un siero con virus attenuati che si somministrava, e ancora si somministra per via orale, sciogliendone poche gocce su uno zuccherino, mentre Salk utilizzava virus uccisi da iniettare. Il secondo ebbe da subito vita facile negli Usa, fu approvato rapidamente dagli enti di controllo e messo in commercio, mentre per quello di Sabin ci volle molto più tempo perché venisse dichiarato sicuro e idoneo a proteggere dalla malattia. Sabin rinunciò, però, al brevetto e non è escluso sia stata questa decisione del virologo polacco a rendergli la vita difficile. Sta di fatto che alla fine si scoprì che quel siero era assai più efficace dell’altro. Il vaccino di Sabin ha sconfitto la poliomielite nel mondo. Senza che il profitto vincesse sul bene comune.

Il Covid 19 e la poliomielite dovrebbero insegnarci a riconoscere le parole di papa Francesco, insieme a quelle dei Paesi e delle organizzazioni internazionali che chiedono la sospensione dei brevetti sui vaccini e sui farmaci indispensabili a contrastare la pandemia come l’unica via da seguire per uscire dal tunnel e incamminarci sulla via della rinascita.