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La strage

I martiri della Benedicta

Ilaria Romeo
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All'indomani del rastrellamento e la cattura dei partigiani della 3a Brigata Liguria, le truppe italo-tedesche fucilano i prigionieri e li seppelliscono in una fossa comune. Secondo Il Secolo XIX le operazioni nazifasciste di quei giorni costeranno la vita ad almeno 200 persone

Il 6 aprile 1944 le truppe italo-tedesche fanno saltare la cascina della Benedicta dove i partigiani della 3a Brigata Liguria avevano insediato il loro comando, catturando molti uomini e incendiano numerose cascine. Il giorno dopo (è il Venerdì Santo) i prigionieri vengono fucilati da un plotone di esecuzione composto da bersaglieri italiani comandati da un ufficiale tedesco.

I cadaveri vengono sepolti in una fossa comune insieme a quelli di alcuni giovani catturati e trucidati nei boschi lì vicino, altri, fatti prigionieri, saranno poi fucilati il 19 maggio al Passo del Turchino, altri ancora saranno catturati e avviati alla deportazione, quasi tutti a Mauthausen. Alcuni di loro riusciranno fortunosamente a fuggire, ma in tantissimi perderanno la vita.

Il 16 aprile il quotidiano Il Secolo XIX, pubblicherà in seconda pagina il seguente comunicato: “Operazioni contro banditi in provincia di Genova: duecento morti e quattrocento prigionieri. Da qualche tempo gruppi di banditi si aggiravano nel territorio montano ai confini delle province di Alessandria e di Genova. Per eliminarli è stata ordinata un’operazione alla quale, insieme a reparti dell’esercito e della polizia germanica, hanno partecipato reparti di un reggimento bersaglieri e quattro compagnie della G.N.R. di Alessandria e di Genova. Oltre duecento banditi sono stati uccisi e circa quattrocento catturati. Tra i morti sono alcuni capibanda”.

Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla Resistenza, non riuscirà a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano riuscirà a riprendere vigore. Racconterà una testimone, Martina Scarsi (il racconto è disponibile sul sito dell’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Alessandria Carlo Gilardenghi):

Nel corso di quelle giornate drammatiche noi fummo praticamente isolate. Chiuse in casa, nella impossibilità di potere fare qualcosa. Il nemico spadroneggiava, crudele, arrogante, sicuro e metodico nell’organizzare, nel terrorizzare e nel colpire. Sentivamo il rumore continuo dei camion tedeschi. Li potevamo vedere circolare e salire verso la Colma, verso i laghi della Lavagnina. (…) Capivamo che qualcosa di terribile stava accadendo senza ancora avere un’idea precisa di quello che poi sarebbe accaduto effettivamente. E questo era un po’ lo stato d’animo di tutti. In quella Pasqua furono ben pochi coloro i quali si sentirono di approntare il tavolo come era usanza e tradizione. Le famiglie erano spezzate, quasi tutte avevano uno dei loro cari o un amico in pericolo, legate alle sorti dei combattenti della Benedicta, o forse già colpito mortalmente dai fascisti.
(…) Partimmo e andammo avanti senza più fermarci sino a giungere finalmente al luogo dell’eccidio. Incontrammo per primo un prete domenicano, vestito di bianco, si aggirava attorno a quelle fosse e sembrava pregasse. Poi subito dopo incontrammo una donna con addosso un grembiulino bianco e in mano una bottiglia d’alcool e del cotone. Non lontano un uomo stava seduto su di una pietra e lui stesso, immobile, pareva una pietra. E poi vicino alla donna c’era un bel ragazzo di 12-13 anni con occhi azzurri e capelli ricci e nerissimi. Era in piedi e non diceva nulla. Questo fu il nostro primo incontro. Erano i genitori e il fratello minore di due partigiani fucilati che stavano cercando tra i tanti cadaveri della Benedicta. Eravamo soli, in tutto sei persone vive in mezzo a tanti morti trucidati dalla barbarie nazista.
Mi avvicinai ad un albero. Era da tempo un albero secco e vidi in terra tanto sangue e poi dei pezzi di cranio. Uno spettacolo spaventoso. Cominciammo ad alzare una di quelle sette pietre e a scoprire il volto di quei sette caduti. Il primo fu per noi sconosciuto. Il secondo anche. Finalmente con la terza pietra scoprimmo che si trattava del povero Romeo. Lo dissotterrammo. Aveva il volto intatto, pareva sereno. Spostammo poi le altre e trovammo anche Aldo Canepa. Continuammo a piangere in silenzio. Andammo al grande cascinale “La Benedicta”. Trovammo in terra tutto attorno, carte da gioco, spazzolini, dentifrici, ogni cosa e tanta legna bruciata. La “Benedicta” era stata fatta saltare con la dinamite. Recuperammo tutti i pezzi di legna possibile e con essi andammo a coprire il volto di quei ragazzi. Ritornammo poi vicino ai genitori di quel ragazzo. Aiutammo quella povera donna. Il padre non era più in grado di fare qualcosa. Era impietrito. Stava solo, e guardava nel vuoto. Anche il ragazzo continuava a rimanere immobile e ci guardava. (…) Che cosa fare ora? I fascisti erano baldanzosi ed erano convinti che quella loro lezione sarebbe servita a debellare una buona volta per sempre il movimento partigiano. Pensavano certamente di averci piegati e sottomessi. Molti tra noi in quella tragica primavera del 1944 speravamo nell’avanzata degli alleati e in una liberazione non lontana dell’Italia. Ma le cose poi non andarono proprio così. Ma cosa fare subito? Non prevalse né la rassegnazione, né la paura. Davanti all’arroganza ed alla ferocia del fascismo, non disarmammo. (…) Da lì ripartì con slancio la riscossa e ben presto i tedeschi e i fascisti a loro asserviti si accorsero di avere fatto con i partigiani della Benedicta conti sbagliati. Era la strada giusta per stare vicini ai martiri della Benedicta, rispettarne la volontà e continuare quel glorioso cammino che il nazismo aveva creduto di interrompere per sempre nell’aprile 1944.

Similmente diceva il 28 giugno 1960 nelle calde giornate di Genova il futuro presidente della Repubblica, il partigiano Sandro Pertini: “Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere 'no' al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa”.

Aggiungeva il presidente Carlo Azeglio Ciampi il 5 aprile del 2003 in occasione della visita al Sacrario dei Martiri della Benedicta: “Signore e Signori, l’omaggio che oggi rendiamo al Sacrario della Benedicta non vuol essere soltanto una risposta, solenne e corale, agli atti vandalici che hanno vilmente offeso, pochi mesi fa, questo luogo della memoria. Ogni qualvolta noi ci rechiamo, come in pellegrinaggio, in località che sono state teatro di barbari eccidi, nel corso della Resistenza, vogliamo riconsacrare noi stessi, e la Repubblica, ai princìpi che guidarono quella lotta. Fu, come già nel Risorgimento, lotta per la liberazione della Patria occupata. Fu insieme lotta per la libertà. In essa ha le sue radici la scelta della Costituzione repubblicana, che la Nazione nuovamente libera volle darsi. (…) Possa il ricordo di coloro che diedero, con abnegazione e coraggio, la loro vita per il bene della Patria, infonderci un rinnovato impegno per la piena realizzazione degli ideali che li ispiravano. Non li abbiamo dimenticati, non li dimenticheremo”. Noi non li abbiamo dimenticati. Non li dimenticheremo.