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Cura

Madre sociale

© Marco Merlini Roma, 8 giugno 2020 Bambini fuori dalla scuola
Foto: Marco Merlini
Roberta Lisi
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Il lavoro di cura retribuito è fondamentale per la riproduzione sociale e per la costruzione del benessere dei cittadini e delle cittadine. Ma che cos'è? Il racconto di una lavoratrice che della cura ha fatto il suo mestiere

“Una mamma completamente analfabeta e in Italia da tanti anni, è scappata da figli e compagno perché quella relazione le faceva male. Se ne è andata da una amica in un’altra regione dove ha trovato lavoro come colf, ovviamente in nero. Durante il primo lockdown ha perso il lavoro ed è stata fermata due volte per violazione della zona rossa. Sono stata chiamata dalla polizia, mi sono accorta che i due fermi corrispondeva a due bonifici all’ex compagno per il mantenimento dei figli. Ho faticato molto a farmelo dire ma alla fine è venuta fuori la verità. Mi ha raccontato che è arrivata in Italia quando aveva 18 anni con uomo che diceva di amarla e che invece l’ha messa sulla strada. A distanza di anni, e con una vita in parte faticosamente ricostruita, è dovuta scappare di nuovo e l’unica strada conosciuta per dar da mangiare miei figli è quella imparata tanti anni prima. Certo questa donna ha violato più di una legge, nel redigere la relazione per l’autorità giudiziaria mi sono domandata: ma dobbiamo avere uno sguardo punitivo, certo ha infranto la legge, oppure riusciamo a capire che o diamo alle persone gli strumenti per poter attivare dei percorsi oppure non possiamo giudicare quanto fanno bene e quando fanno male?”.

Questo racconto arriva alla fine di una intesa telefonata, dall’altro capo del filo Giusseppina Occhiuto una calabrese sorridente e nera di capelli, che ha studiato in Toscana e lavora come assistente sociale a Bergamo. Questa storia l’ha incrociata perché da ben 14 anni si occupa della tutela dei minori, ma per far stare bene i figli si deve aiutare i genitori. È entusiasta di ciò che fa, anche se ne conosce fatica e limiti.

“Sono fortunata perché faccio quello che ho scelto di fare, non ci sono capitata, è più una scelta di vita che una scelta professionale. Io ho ancora due o tre dei miei ex minorenni che continuano a rivolgersi a me, uno mi chiama la mia madre sociale, magari per anni mi hanno odiata e poi però sono diventata un riferimento al di là del mandato”. Racconta sottolineando come la parola chiave del suo lavoro sia “cura delle relazioni” e poi aggiunge: “Il tempo lavoro dipende molto anche dalle contingenze dalle 36 ore a settimana fino a 40 e oltre. Siamo un servizio che lavora su alti livelli di complessità ed in presenza di minori e questo richiede implicitamente una flessibilità anche in termini di monte ore e azioni. Momenti di alta concentrazione si alternano quelli di più lineare attività e ritmi meno intensi e la situazione di emergenza sanitaria ha certamente amplificato alcune situazioni di fragilità incidendo su equilibri economici e di relazione già precari”.

Il tutto per circa 1400 euro al mese, e Giuseppina è fortunata dopo solo 18 di precariato ha vinto un concorso ed è stata assunta a tempo indeterminato dal comune di Seriate, per molte sue colleghe il percorso è più accidentato. Una professione, questa, praticamente femminile. Gli assistenti sociali in Italia (2020, fonte Cnoas, ordine nazionale assistenti sociali) sono 43710, di questi sono donne il 93,2%  (40.739). Il 26% lavora nei comuni e negli enti locali, il 22% nelle cooperative, il 14% in sanità e oltre mille lavorano nel settore della giustizia e dell'esecuzione penale esterna. Più di un migliaio sono precarie nei servizi contro la povertà.

“Quando i bambini e le bambine arrivano - ci dice - è come se noi fossimo il pronto soccorso e darsi delle priorità di intervento è assolutamente indispensabile. In questi 14 anni le esperienze più positive sono quelle dove siamo riusciti a costruire delle alleanze con le famiglie e a convergere sulle cose e sul farle in modo partecipato e in alleanza con il territorio, insomma siamo percepiti dalle famiglie come i cattivi che aiutano”.

Ma la stanchezza e la frustrazione ci sono e come. Dice ancora Giuseppina Occhiuto: “Ciò che mi permette di gestire di più la fatica è la consapevolezza, che anche se non abbiamo dei ritorni immediati, e nel nostro lavoro non ci possono essere, è la sensazioni di seminare piccoli pezzettini che poi frutteranno, noi non ci sostituiamo alle famiglie ma insieme alle queste proviamo a costruire percorsi che aiutino tutto il nucleo e quindi i bambini e le bambine a stare meglio, essere una stampella per sostenere i papà e le mamme, uno sguardo in più per aiutarli nelle scelte che permettano loro di esprimere al meglio la loro genitorialità”.

Giuseppina deve aver seminato bene, racconta che alcuni dei suoi figli sociali, pur essendo cresciuti ed usciti – quindi – dalla sua tutela, continuano a cercale, a scriverle, a parlare. A uno di questi, che ha deciso di studiare lettere e filosofia benché lei preferisse qualcosa che lo occupasse rapidamente, parlando del lavoro ha scritto: “Qualunque cosa tu scelga, fallo sapendo che entrerà a far parte della tua vita, e non solo per 8 ore, potrà arricchirti o ferirti, ma il più delle volte farà entrambe le cose”.

Una bella idea del lavoro, questa. Una bella idea della cura per il futuro.