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Speciale sci

Di soli ammortizzatori non si vive

Simona Ciaramitaro
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Un lavoratore di Pejo ci racconta le ricadute della crisi nella vita quotidiana per intere famiglie che lavorano nel settore turistico e in particolare quello legato all'attività sciistica. Gli ammortizzatori sociali servono a coprire le spese vive e l'inattività mette a repentaglio la stabilità psicologica. A pagare il prezzo più alto gli stagionali, che in molti casi il lockdown ha privato del monte ore necessario per ricevere la disoccupazione

Siamo a Pejo, in Trentino, a 1.173 metri di altitudine, e tra i 1.800 abitanti sono quasi una sessantina le famiglie che vivono lavorando nel settore turistico montano e in particolare sulle attività sciistiche locali. Anche qui, come su tutti i rilievi, la crisi pandemica ha bloccato l’economia e soprattutto ha visto migliaia di lavoratori andare in cassaintegrazione, nel migliore dei casi, oppure rimanere senza reddito per mesi, come accade per gli stagionali.

Lo testimoniano le parole di Vincenzo Longo, che lavora come macchinista alle telecabine di Pejo con un contratto a tempo indeterminato: “Abbiamo chiuso a metà marzo e abbiamo fatto due mesi di cassa, quindi abbiamo ricominciato i primi di giugno con la manutenzione in vista della stagione estiva che si è chiusa a settembre, poi ci sono stati altri lavori di manutenzione per la stagione invernale che però non si è aperta all’Immacolata, come sempre accadeva”.

La moglie non lavora e i due figli sono impiegati anch’essi nel settore sciistico, quindi la vita è dura con il solo contributo degli ammortizzatori sociali. “Se hai messo da parte qualcosa prima, puoi sopravvivere dando fondo alle tue risorse, ma devi comunque controllare ogni uscita e continuare a pagare le bollette, l’assicurazione, a fare la spesa al supermercato”, spiega Longo, riconoscendo anche che i lavoratori del Trentino hanno un contratto di secondo livello che permette loro di percepire retribuzioni superiori alla media e premi di produzione che però, con il blocco delle attività, sono venuti meno per il crollo degli incassi.

Nell’impianto dove Longo lavora ci sono 11 persone fisse, 2/3 bistagionali, una ventina di stagionali e il suo pensiero va proprio a loro, ne conosce molti a Pejo: “Alcuni hanno lavorato d’estate, ad esempio nel parco, e quindi confidavano nella stagione invernale”, che invece non parte nemmeno ora, a causa del nuovo stop intervenuto a poche ore dalla prevista riapertura prevista per il 15 febbraio: “L'anno scorso hanno lavorato solamente sino a marzo, quindi manca un mese e mezzo per ottenere la disoccupazione e questo magari vale per un’intera famiglia, perché spesso gli  uomini lavorano agli impianti e le donne nelle strutture alberghiere. In valle, se parli con la gente, ti accorgi che ci sono situazioni pesanti”.

In gioco c’è anche la tenuta psicologica, anche se, come ci spiega Longo i valligiani tendono a non abbattersi: “Io sono impegnato nel sociale, con i vigili del fuoco, e sono fuori di casa almeno un giorno sì e l’altro no, ma comunque la situazione pesa. Cerchi di svagarti, continui a spalare neve per tenerti attivo e per non stare in casa a girarti i pollici guardando la televisione. Sicuramente però non tutti stanno bene psicologicamente, anche perché se passeggi per il paese ti sembra di essere in un eterno fuori-stagione. Anch’io questo autunno non mi son potuto permettere di trascorrere una settimana al mare, come facevo ogni anno per cambiare aria, e non credo nemmeno che potrò permettermelo il prossimo ottobre”.

Era chiaro che la riapertura del 15 febbraio sarebbe stata incerta e comunque parziale perché “era tutto un se e un ma, non si vede prospettiva per la stagione invernale – conclude Longo -, i valligiani si sono attrezzati per lo sci alpinismo (che non prevede l’utilizzo degli impianti, ndr). Di neve ce n’è tanta, più del solito, e magari l’anno prossimo la dovremo sparare, con un aggravio di spesa. Non ci resta che sperare nella stagione estiva”.