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Belice

La burocrazia uccide più del terremoto

Ilaria Romeo
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“Dodici ore dopo la sciagura, a Santa Margherita Belice, non era arrivata né una tenda, né una pagnotta, né una coperta per quelli lì, a Santa Margherita, a Montevago, a Gibellina, a Salemi; quelli che vivono nelle case di gesso e ci muoiono". Così lo scrittore Leonardo Sciascia. Era il 14 gennaio 1968 e ini Sicilia tremava la terra. Vittime e feriti si contavano a centinaia

Nel mese di gennaio del 1968 ha inizio nella Sicilia occidentale un lungo periodo sismico che terminerà nel mese di febbraio dell’anno successivo. Il 14 gennaio sono avvertite le prime scosse. Trema tutta la Sicilia occidentale. Non si registrano crolli ma la gente, è presa dal panico e decide, fortunatamente, di dormire all’aperto. Una scelta che probabilmente salverà molte vite. In piena notte, infatti, si verifica una scossa violentissima.

Le vittime accertate ufficialmente variano: secondo alcune fonti furono complessivamente 231 e i feriti oltre 600; secondo altre le vittime furono 296. Altri scrivono di 370 morti, circa 1.000 feriti e 70.000 sfollati.

“Un clima da anno Mille”, nella definizione di Leonardo Sciascia, che a caldo scriveva: “Dodici ore dopo la sciagura, a Santa Margherita Belice, non era arrivata né una tenda, né una pagnotta, né una coperta per quelli lì, a Santa Margherita, a Montevago, a Gibellina, a Salemi; quelli che vivono nelle case di gesso e ci muoiono; quelli cui restano soltanto gli occhi per piangere la diaspora dei figli, pulviscolo umano disperso nel vento dell’emigrazione; quelli che ancora faticano con l’aratro a chiodo e con muli; quelli che non hanno né scuole, né ospedali, né ospizi, né strade. La Sicilia è stanca, muore ogni giorno, anche senza l’aiuto delle calamità naturali”.

Nel 1973 le baracche (definitivamente smontate solo nel 2006) ospitavano 48 mila persone, ancora 47 mila tre anni dopo. “La burocrazia uccide più del terremoto”, tristemente affermava Danilo Dolci.

Anni dopo la tragedia, Leonardo Sciascia accetterà di scrivere la prefazione al Quaderno di Montevago che raccoglieva i lavori degli alunni ritrovati sotto le macerie della scuola. “Nessuno fuori dalla Sicilia - scriveva - sapeva dell’esistenza di un paese chiamato Montevago, al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Trapani. Paradossalmente il paese cominciò ad esistere nel momento in cui, sotto la zampata di una belva immane, finiva di esistere. Case, chiese, memorie d’arte e di storia: disgregate, cancellate per sempre. E tra i motivi per cui la pietà del mondo converse su Montevago distrutta c’è stato appunto questo: che la memoria del paese com’era, attraverso la voce di una bambina che leggeva un compito scolastico, fu subito viva anche in coloro che di Montevago, prima del terremoto, non avevano sentito nemmeno il nome”.

Lo scrittore proseguiva:

Nella Sicilia esiste un piccolo paese chiamato Montevago e in questo paese ci sono dei monumenti, alcune chiese e anche un castello detto della Venaria… la chiesa Madre, la chiesa di San Domenico, di San Giuseppe, del Carmine, della Madonna delle Grazie e quella del Collegio". "Esiste": è questo che ci commuove, ora che il paese non esiste più. "Parlando del mio paese, Montevago, ricordo tante belle cose: il monumento a Garibaldi, ‘lu coddu di lu Grecu’, il panorama dei pioppi, che c’è il fiume Belice…". "Ricordo": una parola che ora raccoglie tanta pena.
Alla fine del 1967, i ragazzi della scuola media di Montevago hanno insomma scritto e illustrato una piccola guida ad un paese che il 15 gennaio del 1968 finiva di esistere. "Montevago conta 3000 abitanti, alto 366 metri sul livello del mare". "Montevago produce molto frumento e arance lungo il fiume Belice". "Ha un clima molto mite". "Molti degli abitanti sono andati all’estero per lavorare. E ogni anno vengono a vedere le famiglie, e dopo partono di nuovo a lavorare". Le chiese. Il parco della rimembranza. La Venaria e la villa di un generale. Il monumento "all’eroe dei due mondi". L’autunno: "Passando davanti ai frantoi si sente l’odore delle olive… Spuntano dal terreno tanti cappellini colorati, i funghi… Tornano i pettirossi". Il Natale: "Si vedono tutte le mamme che con i canestri in testa pieni di dolci li portano al forno per cuocerli"; e "qui a Montevago benché è un paese piccolo il Santo Natale si svolge con tanto affetto" (il ragazzo di San Gersolè invece di  "benché" avrebbe scritto "perché"). La festa del Santo patrono, San Giuseppe: "Il mattino nel corso Umberto I vi erano tante baracche che vendevano semente, in alto erano attaccati tanti archi pieni di lampade colorate. Nella piazza di fronte alla chiesa Madre c’erano tanti lumi… Verso le dieci passò per le vie del paese la banda suonando. Tante persone facevano le tavole, le facevano benedire e invitavano la gente povera a mangiare".
"Questo paese però non è tanto divertevole", confessa un ragazzo. Eh sì, non lo era: tanto stento, tanta fatica, tanti poveri; quasi tutta la popolazione giovane emigrata; le vecchie misere case. Ma un ragazzo aveva trovato ragione di amarlo, e così oggi tutti i superstiti nel ricordo lo amano: "A me piace molto stare in questo paese perché è il mio paese natio ed anche perché è silenzioso".

Un silenzio che ancora urla e fa rumore, nonostante i tanti, troppi anni trascorsi dalla tragedia. “La sequenza sismica che seguì a quella notte del 14 gennaio 1968 - ricordava in occasione del 50° anniversario il presidente della Repubblica Sergio Mattarella - si protrasse per un intero anno: se possibile, una sofferenza aggiuntiva a quelle delle morti e delle distruzioni. Chiunque sia stato pesantemente colpito da un terremoto può testimoniare come le scosse e la catastrofe che provocano - accanto ai lutti e ai danni materiali - lascino tracce irreversibili negli animi. La memoria di ciò che è accaduto non si separa più dal vissuto di ciascuno. Non è stato diverso nella Valle del Belice che qui, oggi, ricorda le sue tante vittime, l’accidentato percorso della ricostruzione, la fatica accompagnata al tormento delle scelte di vita personale e di quelle complessive delle popolazioni colpite”.

In una storia che sembra tristemente infinita verranno ancora le devastazioni del Friuli, dell’Irpinia, del Molise, dell’Umbria, delle Marche, de L’Aquila, dell’Emilia Romagna. Ancora morte, crolli, distruzioni e ricostruzioni difficili. “Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice - diceva nel novembre del 1980 l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini - Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto”.

“Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice”. Quante volte ancora, con i volti rigati di lacrime, saremo costretti a ripeterlo?