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Mafia

L'omicidio Mattarella

Ilaria Romeo
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Il 6 gennaio 1980, a Palermo, un sicario uccide l'allora presidente della Regione Sicilia, eletto due anni prima con la più larga maggioranza di sempre, a capo di una giunta di centrosinistra e con l'appoggio esterno del Pci

Piersanti Mattarella viene ucciso davanti a casa sua, sotto gli occhi della moglie e dei figli. Tra i primi soccorritori ci sarà proprio il fratello Sergio, che estrarrà il corpo dall’auto, come si vede in una celebre e terribile foto scattata in quei momenti. Inizialmente si parlò di attentato terroristico, ma le indagini successive sosterranno  che gli esecutori materiali fossero stati i neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, su ordine della mafia. Nonostante gli esecutori materiali non siano mai stati identificati con certezza, per l’omicidio Mattarella saranno condannati in via definitiva come mandanti i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nené Geraci.

“Piersanti era, sin da ragazzo, una persona serena - diceva di lui il fratello Sergio, oggi presidente della Repubblica - Abitualmente di buon umore, in famiglia, tra gli amici e nell’attività di lavoro. Allo stesso tempo era 'seriamente concreto': non aveva tendenza all’eccesso di parole, alla sovrabbondanza espressiva. Detestava i privilegi. Nel suo lavoro era concreto e puntuale: non amava lasciare incompiuto un lavoro avviato né svilupparlo in disordine o in maniera approssimativa. A queste caratteristiche si aggiungeva un’attitudine ad aggregare, a costituire punto di riferimento negli ambiti in cui si impegnava, una tendenza ad assumervi un ruolo di guida, cioè quella che oggi si definirebbe “capacità di leadership”. Si tratta degli stessi aspetti che hanno caratterizzato il suo modo di interpretare l’attività politica: ottimismo, motivazione, rigore e chiarezza di posizioni, concretezza amministrativa, insofferenza alla prepotenza della forza, tutela del ruolo politico e istituzionale”.

Il 9 novembre 1979 Piersanti Mattarella saluta così il presidente della Repubblica Sandro Pertini:

L’immagine complessiva della Sicilia - - è quella di una regione che lotta per se stessa e per il Mezzogiorno, in stretta connessione con le altre regioni ed in particolare con quelle a statuto speciale, ma anche quella di una regione che vuole mettere ordine nelle proprie strutture e attività, che stimola al suo interno ciò che vi è di positivo, per una mobilitazione civile e democratica diretta al suo definitivo sviluppo. La sua visita, Signor Presidente, si colloca in un momento in cui il terrorismo colpisce in una esplosione di violenza assurda che - la tenuta del Paese lo ha dimostrato e lo dimostra - più si inasprisce in nuovi episodi più manifesta la sua tragica inutilità e la sua estraneità al vero sentire di tutto il popolo italiano, che si riconosce, in questi momenti, nelle sue istituzioni democratiche, frutto di tante lotte e di tanti sacrifici. In Sicilia purtroppo la violenza si è colorata e si colora di tinte inquietanti ed ha consumato una tragica e preoccupante serie di delitti, taluni dei quali hanno visto cadere come vittime fedeli servitori dello Stato. Questa recrudescenza di fenomeni che sembravano appartenere ad un passato irripetibile ci fa tornare tristemente indietro su quel cammino verso una Sicilia rinnovata, verso la quale in questo momento tendono tutte le forze politiche autonomiste. Ed ecco quindi che la nostra Isola, oltre a pagare un altissimo prezzo di sangue e di abbassamento preoccupante del tono della propria vita civile, paga anche un ulteriore prezzo all’opinione pubblica che, lungi dall’assumere piena consapevolezza degli sforzi di rinnovamento a cui accennavo, si attarda in giudizi e in opinioni che non sempre colgono appieno il significato di tutta intera la società siciliana. La Sicilia è sì ampiamente rinnovata ma conserva, allo stesso tempo, sacche di depressione e vistosi fenomeni di arretratezza. Una terra ancora divisa fra rinnovamento e conservazione, che ha in sé però una fortissima carica civile, un potenziale umano ricchissimo, efficaci strumenti giuridico-politici per il proprio riscatto; gli uni e gli altri per essere vincenti non possono essere ignorati o peggio negati. Una Sicilia che ha già fatto cospicui passi avanti avvicinando i suoi livelli di vita a quelli del resto del Paese, con la sua cultura, con i suoi modi di essere; una Sicilia che nel gusto e nel costume non è diversa dal resto del Paese; eppure anche una Sicilia che registra, specie nelle sue città, forme di convivenza civile non accettabili, rese più gravi dalle carenze di servizi pubblici, di scuole, di case a basso prezzo, di ospedali, di asili nido, di campi da gioco, di verde. Abbiamo ancora dinanzi a noi ostacoli e resistenze notevoli e non ce ne nascondiamo il peso; primo fra tutti la recrudescenza del fenomeno della mafia che, seppure con caratteristiche diverse dal passato e oggi assai simili a quelle comuni ai fenomeni di delinquenza presenti nelle società sviluppate, si ripresenta con tracotanza in questi mesi a turbare lo scorrere ordinato della nostra vita civile. Occorre fare un appello alla coscienza individuale, oltre che ovviamente a tutti gli strumenti del pubblico potere, per affrontare questa dura battaglia. Occorre che i comportamenti di ciascuno siano coerenti a questo obiettivo e noi Le chiediamo, Signor Presidente, di associare al nostro il suo richiamo, reso forte anche dalla Sua alta coscienza politica e morale, per un livello più alto di convivenza civile, affinché ciascuno ogni giorno isoli e respinga i comportamenti mafiosi e non si pieghi ad essi. Deve essere pur possibile ai giovani, a tanti giovani che vediamo anche in Sicilia così ansiosi di rinnovamento, così desiderosi di maggiore giustizia, così vivi, così attenti a tutto ciò che accade intorno ad essi, deve essere pur possibile, dicevo, a questa nuova generazione di siciliani il venire a capo di questo triste fenomeno, di isolano, batterlo, vincerlo per sempre. Questo io credo, Signor Presidente, sarà uno dei significati della sua visita in Sicilia. Ad esso molti altri se ne aggiungono ma uno sopratutto: quello di essere un segnale altissimo ed importante che a noi viene dalla massima autorità dello Stato; un segnale di cambiamento e di rinnovamento nei rapporti della comunità nazionale con la Sicilia per un mutamento reale e radicale della attenzione dello Stato e della stessa comunità nazionale verso l’Isola e verso i suoi problemi. Certo è un momento difficile per tutti, anche per chi in Sicilia è chiamato a vivere una stagione carica di incertezze in cui deve prevalere un profondo senso di responsabilità e di equilibrio per fare fronte a tutte le spinte che dall’Isola provengono, dal Belice a Mazara del Vallo, da Licata a Sciacca, da Milazzo ad Augusta, per inalvearle nel senso giusto, facendosi carico di compiti che attengono più direttamente alla tenuta complessiva del Paese, che hanno quell’obiettivo generale più che questo o quel risultato particolare e di breve momento. È con questa consapevolezza e con questi sentimenti, Signor Presidente, che abbiamo desiderato la Sua presenza e che La accogliamo fra noi certi che ella li comprenderà a pieno e ne sarà interprete laddove la sua alta sensibilità politica riterrà di tradurli. Di questo siamo certi proprio perché sappiamo che la visita del presidente della Repubblica non è un fatto formale, quanto un fatto politico importante che non potrà lasciare le cose come stanno. Con questo auspicio le rinnovo, Signor Presidente, a nome mio personale, della giunta di governo che ho l’onore di presiedere, delle popolazioni tutte dell’Isola, strette intorno al capo dello Stato, il devoto, fervido saluto, nella certezza che oggi più che mai l’avvenire dell’Italia è nell’ulteriore cammino della democrazia, della giustizia e della libertà che ella così bene interpreta e simboleggia ed al quale noi tutti desideriamo confermare la solidità del vincolo che ci lega agli ideali della Resistenza e della Costituzione.

Piersanti Mattarella sarà ucciso esattamente due mesi dopo aver pronunciato queste parole. I funerali si svolgeranno all’interno della cattedrale di Palermo. A celebrare la messa sarà l’arcivescovo di Palermo Salvatore Pappalardo, ben noto per il suo impegno nella lotta contro la mafia. La grande piazza antistante la cattedrale è gremita di gente. Fra le autorità presenti, il presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Scriveva Diego Gavini, dottore di ricerca in Storia e scienze filosofico-sociali presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata: “Le uccisioni di Michele Reina, Boris Giuliano e Cesare Terranova nel 1979, di Piersanti Mattarella, Emanuele Basile e Gaetano Costa nel 1980, di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982, di Giangiacomo Montalto e Rocco Chinnici nel 1983, segnano la prima fase dell’assalto allo Stato da parte delle cosche. Il luogo simbolo del rapido succedersi di commemorazioni funebri diventa la cattedrale di Palermo, i volti-chiave quelli del cardinale Pappalardo e del presidente Sandro Pertini: significativamente, durante le esequie del giudice Chinnici, il presule si rivolgerà direttamente ad un Pertini che non riesce a trattenere le lacrime, chiamandolo 'doloroso pellegrino'. I due rappresenteranno i punti di riferimento della comunità locale e di quella comunità di parenti delle vittime che andrà allargandosi e riconoscendosi uguale a se stessa, unita dal tributo di sangue. Il loro ruolo è centrale in quello che rappresenta il momento più critico, per le ricadute nella percezione pubblica, di questa catena di delitti e di commemorazioni, ovvero l’assassinio di Dalla Chiesa e della moglie Emanuela, con i funerali rapidamente celebrati il 4 settembre a neanche ventiquattro ore dalla morte. Pappalardo, dando voce ad un sentimento comune, reciterà la celebre omelia in cui, parafrasando Tito Livio, Palermo viene paragonata alla Sagunto abbandonata da Roma; Pertini, dal canto suo, si ergerà a simbolo dell’unità nazionale, unico applaudito da una folla che per la prima volta contesterà apertamente i rappresentanti del governo, così come, sin dalla camera ardente, faranno i famigliari dei Dalla Chiesa”.