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Sanità

Una «astronave» nel deserto

Roberta Lisi
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Un grande parallelepipedo, inaugurato a metà maggio, ma non ancora partito. È il Covid center di Civitanova Marche: un'ottantina di posti di terapia intensiva e sub-intensiva, al momento vuoti. Forti sono le perplessità della Fp sulla reale utilità della struttura

Facciamo un passo indietro. In piena pandemia, quando le terapie intensive erano strapiene e non riuscivano a dare risposta a tutti i pazienti che necessitavano di assistenza, il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli contattò Guido Bertolaso per affidargli il compito di realizzare un ospedale dedicato all’emergenza coronavirus. Come si sa, l’ex responsabile della Protezione civile è un fervente cavaliere del Sacro ordine di Malta che, operando in regime di extraterritorialità, ha provveduto alla raccolta fondi (privati, ma anche pubblici: dovrebbero aggirarsi attorno ai 20 milioni, di cui cinque provenienti dalla Banca d’Italia e oltre sei dalla Regione) e a realizzare la struttura, saltando a pié pari procedure e norme sugli appalti in vigore in Italia.

La "astronave", così è stata ribattezzata, è pronta e dotata di attrezzature all’avanguardia, ma l’emergenza sanitaria è fortunatamente finita. In tutta la regione i ricoverati nelle terapie intensive dei nosocomi sono una ventina, in diminuzione di giorno in giorno, e ovviamente ci si augura che la seconda ondata non arrivi.

I sindacati, racconta Matteo Pintucci, segretario generale della Fp Cgil Marche, avevano suggerito di riaprire e ristrutturare uno dei tanti ospedali chiusi nel corso degli ultimi dieci anni a causa del taglio di risorse e posti letto, ma la giunta ha scelto diversamente. Ora, per dare un senso a quella decisione ed evitare che da subito l'astronave diventi una cattedrale nel deserto, la giunta e il servizio salute regionale avrebbero deciso di spostare i pazienti ancora ricoverati nelle terapie intensive dei diversi territori nel "Covid center". Mettendo però così a rischio, secondo i sanitari che li hanno in cura, il sereno decorso della malattia, non sapendo nemmeno se si otterrà il consenso dei familiari al trasferimento.

Chi dovrebbe curare e assistere gli eventuali malati in arrivo? Negli scorsi giorni dall’Azienda sanitaria unica regionale (Asur) è partita una richiesta alle sedi territoriali di indicare i nominativi del personale già in forze negli “ospedali ordinari”, allo scopo di coprire i turni della struttura di Civitanova Marche: 12 anestesisti, quattro cardiologi, quattro fisiatri, quattro radiologi, tre infettivologi, internisti e pneumologi, 40 infermieri, e ancora assistenti socio-sanitari e fisioterapisti.

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Non ci stiamo

Se tutto il personale richiesto si trasferirà lì, cosa succederà nei reparti di provenienza? Matteo Pintucci ricorda che “la sanità regionale è da tempo in carenza di organico. Lo era già prima della pandemia, ora sarebbe opportuno implementare il personale in servizio visto che occorre tornare all’ordinarietà. L’attività normale delle strutture sanitarie si è fermata. Le visite ambulatoriali, le indagini strumentali e gli interventi chirurgici sono stati rimandati, ma il bisogno di salute dei cittadini non si limita al coronavirus. Ora bisogna dare le risposte rimaste sospese. Servono medici e infermieri, ha davvero poco senso spostare chi è indispensabile dove sta”.

Va sottolineato che I lavoratori che volontariamente hanno deciso di aderire al progetto sono assai pochi. Su loro ancora pesano i turni massacranti dell’emergenza Covid-19. Il rischio è che vi siano spostamenti arbitrari, cioè non concordati con il sindacato, del personale del comparto e della dirigenza, con la possibilità di ulteriore indebolimento delle altre strutture Asur. Insomma un pasticcio. Peraltro, ancora non è definitivamente risolta la questione dei premi.

“I lavoratori della sanità marchigiana chiedono solo di essere riconosciuti nelle loro professionalità e competenze. Chiedono di essere rispettati, non osannati o elevati a eroi, di essere interpellati in quanto portatori di un sapere da declinare non solo nella clinica, ma anche nelle strategie organizzative del lavoro”, conclude il segretario generale della Fp Cgil Marche: “Questi stessi lavoratori chiedono di poter suggerire soluzioni e criticare scelte inopportune. La loro voce vorrebbe giungere alle orecchie di chi appare distratto e incurante di segnali forti”.