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L'analisi

Un'occasione per ripensare la filiera alimentare

Foto: Simona Caleo
Daniela Freddi
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Dopo il Covid-19 bisogna ricostruire il settore per renderlo più sicuro e sostenibile, ma anche più equo, investendo sull'occupazione regolare e di qualità

Il cibo, si sa, è un bene essenziale e la filiera alimentare è fortemente intrecciata all’evoluzione della pandemia causata dal Covid-19. Da un lato numerosi contributi scientifici segnalano da tempo che la relazione tra alimentazione, in particolare di origine animale, e uomo può essere fonte di gravi problematiche sanitarie ed è probabile che questo rapporto sia all’origine anche dell’attuale pandemia. Dall'altro lato la filiera alimentare italiana e internazionale sta subendo gravi conseguenze dalla diffusione del Covid-19 non solo, come altri settori, a causa dei repentini cambiamenti negli stili di consumo e chiusura di attività commerciali collegate, ma anche per le difficoltà nel reperimento di uno dei principali fattori di produzione ossia il lavoro.

La zootecnia a livello globale negli ultimi decenni ha progressivamente perso le caratteristiche strutturali tradizionali, conoscendo veri e propri processi di industrializzazione. Ad esempio, come viene illustrato in uno studio di Barberis e altri del 2020, analizzando la filiera della carne suina, questa produzione ha sperimentato una straordinaria trasformazione con la crescita significativa di nuovi attori sul mercato globale in particolare della Cina, divenuto il principale produttore, consumatore ed esportatore mondiale. Nello stesso studio viene illustrato come anche a livello europeo questa filiera si sia completamente riorganizzata negli ultimi quindici anni: non solo alcuni Paesi hanno visto il proprio ruolo crescere significativamente come ad esempio la Spagna oppure ridursi come è il caso della Francia, ma soprattutto la maggior parte dei Paesi europei coinvolti in queste produzioni sono stati portati a specializzarsi. Anche la filiera avicola ha conosciuto un simile percorso evolutivo.

La specializzazione territoriale in una determinata fase produttiva, che sia agricola, zootecnica o industriale comporta sempre l’accrescimento dell’intensificazione dei processi, del numero delle imprese e dei lavoratori coinvolti. In ambito zootecnico, con il fine ultimo di abbattere i costi di produzione, questo ha generato l’industrializzazione del processo di allevamento che ha progressivamente visto ridurre i metodi zootecnici tradizionali a favore dello sviluppo dell’allevamento intensivo.

Gli allevamenti intensivi generano almeno tre macro-problemi. Partendo dal problema attuale, l’attività agroindustriale moderna contribuisce a generare le zoonosi, le infezioni umane di origine animale. La concentrazione fisica di un alto numero di capi di bestiame, spesso selezionati geneticamente al fine di ottenere i risultati qualitativi desiderati sul prodotto finale, genera ambienti in cui le patologie trasmissibili si diffondono rapidamente e numerosi sono i casi recenti in cui questo si è verificato, soprattutto in allevamenti avicoli e suinicoli. Questi focolai, se non opportunamente trattati, possono rappresentare una minaccia per la salute umana perché sono possibili i salti di specie come accaduto nel 2009 nel caso del virus H1N1.

Un altro effetto indiretto generato dagli allevamenti è dovuto agli ampi spazi che questi necessitano, che hanno spinto in molti casi popolazioni di ambienti rurali a spostarsi maggiormente nelle vicinanze delle foreste dove è più facile entrare in contatto con animali selvatici, anche a fini alimentari. È noto che questi processi sono stati alla base dello sviluppo e diffusione del virus Ebola e, come illustrano de Sadeleer e Godfroid (2020), l’80% delle patologie emergenti tra gli umani hanno origine animale e il 70% di queste zoonosi provengono dalla fauna selvatica.

Il secondo rischio per la salute umana rispetto al quale gli allevamenti intensivi danno un contributo significativo è l’antibiotico-resistenza. Lo sviluppo di forme batteriche resistenti agli antibiotici è causato dal sovra-utilizzo e utilizzo sbagliato degli antibiotici sia tra gli esseri umani che in zootecnia e in generale in agricoltura. Il World Economic Forum ha definito l’antibiotico-resistenza come un rischio globale che va oltre la capacità di singole organizzazioni o Paesi di gestirlo o mitigarlo da soli. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità nel 2018 un terzo delle morti nell’Unione europea è stato causato da batteri resistenti agli antibiotici con l’Italia che presenta quote più elevate della media e le stime segnalano che senza interventi di natura globale nel 2050 l’antibiotico-resistenza sarà la prima causa di morte nei Paesi avanzati.

Infine, numerosi sono gli studi che illustrano il ruolo rilevante che agricoltura e zootecnia hanno nel contribuire al cambiamento climatico e alla riduzione della biodiversità, fenomeni che generano disequilibri sistemici che incrementano i rischi per la salute dell’uomo. Secondo la Fao, le emissioni totali del bestiame mondiale rappresentano il 14,5% di tutte le emissioni antropogeniche di gas serra e i bovini sono la specie animale maggiormente responsabile in tal senso, generando il 65% del totale delle emissioni del settore zootecnico.

La filiera alimentare, includendo sia quella della carne che quella agricola, non solo contribuisce a generare rischi reali e potenziali, diretti e indiretti, per la salute dell’uomo, ma al contempo subisce anche gravi ripercussioni al verificarsi di tali rischi e questo è emerso con chiarezza durate la pandemia da Covid-19. Le specializzazioni e le relazioni di filiera che sono state richiamate in precedenza non comportano solo movimentazioni di merci alimentari, semilavorate o finite, ma anche, e forse soprattutto, di persone.

Guardando all’agricoltura italiana, di assoluto rilievo nel contesto globale e caratterizzata da prodotti ad alto valore aggiunto con comparti scarsamente meccanizzati come il vino e l’ortofrutta, la dipendenza dal lavoro migrante si è trasformata in grave carenza di manodopera bracciantile durante la pandemia da Covid-19. A causa del blocco delle frontiere si è stimata una carenza di circa 300 mila lavoratori, solitamente provenienti soprattutto da Romania e Bulgaria, per la raccolta di frutta e uva da vino e al momento della scrittura si valutano possibili soluzioni perché una filiera quantomai essenziale come quella alimentare rischia di bloccarsi, con potenziali effetti gravissimi. Una situazione paradossale se si considera il grado di “essenzialità” di questo comparto e al contempo il fatto che è l’unica filiera a sperimentare questa tipologia e livello di rischio. Dopo la vicenda del Covid-19, è necessario porsi l’obiettivo di ricostruire la filiera alimentare per renderla più sicura, sostenibile ma anche più equa, e il più possibile sottratta alla forza che l’illegalità esercita in questo comparto.

In conclusione, la pandemia generata dal Covid-19 ha palesato gravi malfunzionamenti e deviazioni insiti nei modelli capitalistici della produzione alimentare. Malfunzionamenti che devono essere affrontati come prioritari dalle politiche della ricostruzione, a partire dal livello europeo, favorendo nuovi modelli di produzione che siano meno impattanti su ambiente e salute umana e che contemporaneamente intervengano sulle condizioni di lavoro che spesso ricadono in gravi forme di sfruttamento. Se il cibo è essenziale, la sua produzione deve essere trattata come tale, ossia riducendo al minimo i fattori di rischio che minacciano la continuità produttiva e la salute dell’uomo e al contempo investendo in lavoro regolare e di qualità.

Daniela Freddi è ricercatrice dell'Ires Cgil Emilia-Romagna