In Parlamento giorni fa è andata in scena la classica commedia all’italiana, la raffigurazione di una politica impregnata di ipocrisia e opportunismo, di un trasformismo senza pudore e di colpevoli rimozioni delle responsabilità delle forze di governo e di tutti gli attori politici in campo. Un confronto di basso livello e di poca sostanza nel quale il mondo del lavoro non c’è mai. Il discorso del presidente Conte al Senato, con le accuse lanciate a Salvini dopo avergli permesso ogni nefandezza per 14 mesi, ha ufficialmente concluso l’esperienza del governo giallo-verde. Ora si apre una nuova fase tutta da costruire.

Intanto, in attesa che la politica decida il da farsi con i tempi scanditi dal presidente della Repubblica, nel mar Mediterraneo centinaia di persone continuano ad annegare. Dal naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 i morti sono stati oltre 18.500, mentre migliaia di profughi in fuga da guerre e miseria sono stati torturati e uccisi nelle carceri libiche, come ha denunciato Pietro Bartolo, medico di Lampedusa e parlamentare europeo. Ciò rende urgente cancellare l’accordo con la Libia siglato dal ministro dell’Interno e dal governo Gentiloni e il nefasto decreto sicurezza bis del ex governo gialloverde.

È un crimine abituarci all’orrore, all’accettazione della disumanità diffusa nel nostro “belpaese”. Dobbiamo continuare a indignarci, a non rassegnarci, se vogliamo strappare dalle mani della destra l’egemonia culturale e politica. La crisi e la caduta del governo sono la fine inevitabile di un patto nato in Parlamento tra due forze politiche diverse per storia e identità. La Lega, divenuta partito nazionale, xenofobo e fascistoide e il Movimento 5 Stelle dalle molte anime, che si è valso del voto di protesta del 4 marzo 2018 di una parte dell’elettorato di sinistra, di pezzi del mondo del lavoro e di pensionati delusi dalle politiche sociali ed economiche del governo di centrosinistra e dal Pd renziano. Il governo gialloverde ha avuto vita breve, e del resto era difficile far convivere due forze politiche divise quasi su tutto e unite solo dal potere. Il fallimento di questa alchimia politicista senza basi e programmi reali dovrebbe insegnare qualcosa, in vista delle scelte future, ad un Pd così diviso al suo interno.

La crisi ha messo a nudo le molte contraddizioni sia dei pentastellati che dei democratici. Non si tratta solo di una crisi di governo, ma di una crisi di sistema, della democrazia parlamentare, della società e del modello economico. La deriva valoriale, i problemi economici e del mancato sviluppo arrivano da lontano e derivano da una profonda crisi della politica e dei partiti che si è tradotta in disaffezione al voto e lontananza dalle istituzioni di molti cittadini.

La soluzione della crisi non è scontata, molto dipende certamente dal presidente della Repubblica, ma anche da ciò che saranno disposti a fare il M5S, il Pd e la sinistra parlamentare di Liberi Uguali. A noi, alla Cgil non spetta fare il toto-governo né dividerci tra chi vuole un governo di legislatura nominato dal Parlamento, come prevede la nostra democrazia parlamentare, e chi pensa che la risposta migliore sia il ritorno alle urne. Non siamo direttamente in campo né sugli assetti di governo né sulle tattiche parlamentari o sugli scenari politici. Non siamo partigiani, né possiamo essere sostegno o strumento di alleanze politiciste o mediare tra le diverse anime del Pd o dei 5 Stelle. A ognuno il suo mestiere.

Il documento nazionale unitario Cgil, Cisl e Uil, pur richiamando i pericoli e la deriva antieuropeista in atto, riporta in modo netto e autonomo la necessità di avere presto un governo stabile, in considerazione dei gravi problemi occupazionali e della possibile recessione. Al centro la piattaforma presentata al governo, che sarà coerentemente la base del confronto con qualsiasi governo futuro, senza sconti per nessuno. La posizione netta della Cgil è stata espressa dal segretario generale nell’intervista del 17 agosto su Repubblica, che ha ribadito le scelte assunte nel congresso, nel direttivo e all’assemblea dei delegati e delle delegate. Il mondo del lavoro non è più disponibile a sobbarcarsi una finanziaria di lacrime e sangue e a pagare i costi della crisi e dei disastri come in passato.

La Cgil mantiene la sua autonomia, che non è indifferenza rispetto agli esiti istituzionali, salvaguardando i suoi valori e le sue radici. Il nostro riferimento sono gli interessi generali e non corporativi del mondo del lavoro dipendente. Il “bene del Paese” coincide, per noi, con i diritti universali, con il lavoro e il riconoscimento del suo valore. Abbiamo sperimentato e pagato le scelte dei governi ”tecnici” o istituzionali. Il mondo del lavoro ha già dato ed è ormai vaccinato contro il canto delle sirene e i proclami, vuole vedere cose concrete, scelte alternative rispetto a quelle fatte dai vari governi. esano ancora, per coloro che rappresentiamo, la “buona scuola”, il Jobs Act, l’eliminazione dell’articolo 18, la difesa a oltranza della legge Fornero, i mancati investimenti per la sanità, la scuola pubblica, lo sviluppo e l’occupazione. Pesa la riforma costituzionale, per fortuna bocciata con il contributo di tanti costituzionalisti e della Cgil al referendum del 4 dicembre 2016; una riforma che se approvata avrebbe consegnato alla destra nazionalista tutti i poteri, distruggendo la nostra democrazia parlamentare e tradendo la nostra Costituzione. L’ex presidente Renzi e chi ha sostenuto quella pericolosa riforma costituzionale dovrebbe con buon senso riconoscere l’errore.

La Cgil, il movimento sindacale nel suo complesso, devono promuovere da subito mobilitazioni e iniziative a sostegno della propria piattaforma economica e sociale, per riportare al centro della discussione politico-istituzionale i temi del lavoro e la materialità delle condizioni di vita delle classi lavoratrici e popolari, unica alternativa reale e socialmente connotata.

La lotta politica, economica e sociale deve essere accompagnata da una battaglia etica, valoriale e culturale, le grandi sfide debbono recuperare centralità nel confronto tra forze politiche ancora così diverse come il Pd, i 5 Stelle, Liberi e Uguali, per dare senso e valore politico e programmatico a un’alleanza che possa permettere la nascita di un nuovo governo di legislatura. Non durerebbe se nascesse solo per un aleatorio “bene del Paese” o per fermare, non si sa come, l’aumento dell’Iva. Nessuna alleanza dura se costruita nella mancanza di chiarezza sulla prospettiva politica, per convenienza o calcoli di bottega, per ambizioni personali e smania di potere. Oggi più che appelli all’unità e a sante alleanze di corto respiro servono attori politici e sociali credibili e alternativi non a parole ma sul merito delle cose, attorno a un progetto di società e di sviluppo del Paese, nel nome di interessi e di valori condivisi.

Certo, il pericolo di consegnare l’Italia all’attuale ministro degli Interni e a una destra xenofoba e sovranista c’è ed è grave. Nel prossimo Parlamento una possibile maggioranza di destra potrebbe cambiare la Costituzione da sola, eleggere il prossimo presidente della Repubblica e alterare i pesi e i contrappesi sui quali è costruita la nostra democrazia parlamentare. Saremmo di fronte alla dittatura della maggioranza. La prossima legislatura rischia di tingersi interamente di nero, e questo non ci lascia indifferenti. Sarebbe però un errore pensare che il Paese sia in queste pessime condizioni economiche, sociali e valoriali solo per responsabilità della Lega o di un M5S accondiscendente e corresponsabile.

Il Paese di oggi è il prodotto di anni di governi di centrodestra e di centrosinistra, di politiche economiche e sociali sbagliate e classiste piegate al mercato e all’impresa, di noncuranza verso le diseguaglianze, le nuove povertà, la precarietà di lavoro e di vita dei giovani. È il risultato di disattenzioni e umiliazioni verso il Sud, della lontananza dal paese reale e dal mondo del lavoro. L’Italia ha iniziato da tempo a declinare a destra, a perdere valori e cultura, a dissociarsi dalla sua Costituzione, mentre la sinistra divisa e litigiosa ha abbandonato la lotta politica al sistema, perdendo le sue radici e il riferimento al mondo del lavoro. Sarà possibile sconfiggere la deriva “sovranista” e “salvinista” se si capirà che è il pericoloso prodotto di mancanze e di miope incuria da parte dell’Europa, e anche dei gravi errori della sinistra, quella riformista e governativa e quella radicale, divisiva e inconcludente. Non si esce dall’onda nera, non si salvano l’Italia e l’Europa se non si affrontano i grandi temi di ordine mondiale. Non si esce dalla crisi di sistema con le semplificazioni o con risposte populiste e demagogiche, con alchimie politiciste e opportunistiche che non rimettono in discussione le scelte politiche, economiche e sociali sinora seguite.

Non si esce dal tunnel se si ignora l’emergenza climatica e l’urgenza di una proposta innovativa, di ampio respiro, su un nuovo modello di sviluppo sostenibile di produzione e di consumo. Se non si difende il sistema pubblico, se non si redistribuisce la ricchezza prodotta, se non si crea buona occupazione, se non si difendono i diritti universali nella società e nel mondo del lavoro. E se non si ricostruisce una sinistra che rimetta al centro il lavoro e la condizione lavorativa, che scelga con chi stare e cosa fare, che riconosca il ruolo e la funzione del sindacato confederale e dell’associazionismo, che abbia come riferimento primario la classe lavoratrice, non l’impresa e il mercato liberista. Se non si ridà senso e forza ai grandi valori che hanno segnato le ragioni di esistenza del movimento operaio e la forza della sinistra italiana ed europea.

Giacinto Botti e Maurizio Brotini sono membri del direttivo della Cgil nazionale