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Se gli investimenti non fanno incrementare il Pil nazionale

Se gli investimenti non fanno incrementare il Pil nazionale
Foto: Foto stuartpilbrow (da Flickr)
Roberto Romano
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In Italia la produzione di beni capitali è sistematicamente più contenuta della dinamica della domanda. L'impoverimento del nostro sistema Paese si spiega soprattutto così

Sebbene ci sia del vero quando si sostiene che la minore crescita del Pil nazionale rispetto alla media europea sia imputabile alla dinamica degli investimenti fissi lordi e, in particolare, agli investimenti nei beni capitali, qualcosa non funziona nella narrazione dominante. Dobbiamo pur spiegare perché la recente crescita degli investimenti legata agli incentivi pubblici (2015), non abbia permesso un aumento del Pil coerente. Quanto è profondo il disaccoppiamento tra investimenti e crescita del Pil? Tanto. Per offrire solo alcuni dati tratti dal recente report “Economia in breve” di Banca Italia (marzo 2019), si osserva che la crescita degli investimenti fissi lordi tra il 2015 e il 2018 è stata pari al 13,5%, mentre la dinamica del Pil è pari a un misero 4,5%.

Se da un lato la crescita della domanda di consumo legata ai salari è modesta (M. Gallegati, http://sbilanciamoci.info/salari-piu-alti-contro-leutanasia-delleuro/, e  L. Birindelli, Retribuzioni e mercato del lavoro: l’Italia a confronto con le maggiori economie dell’Eurozona, ed. Fondazione Di Vittorio, marzo 2019), rimane ancora senza risposta la minore crescita del Pil, nonostante la ragguardevole crescita degli investimenti che in via indiretta e diretta hanno beneficiato della “Nuova Sabatini”, del super ammortamento, del credito di imposta per la ricerca e sviluppo e del patent box, degli incentivi alle start up e alle piccole e medie imprese innovative – si tratta di quasi 10 miliardi strutturali –. Se dobbiamo valutare la dinamica degli investimenti privati, soprattutto se comparati al periodo antecedente gli incentivi fiscali, il risultato è più che buono. Non abbiamo recuperato le posizioni del 2007, ma il segno è certamente positivo.

Cosa non ha funzionato allora? Per affrontare il tema degli investimenti dobbiamo innanzitutto ricordare che questi sono domanda quando le imprese decidono di utilizzare una parte del proprio bilancio per acquistare nuovi beni capitali, ma sono anche offerta quando alcune imprese producono i beni capitali. Se domanda e offerta si equivalgono, tutto il sistema Paese guadagna in termini di nuova occupazione, valore aggiunto e competitività. Il primo e non banale aspetto è dato dalla dinamica degli investimenti come domanda e come produzione di beni capitali. La produzione di beni capitali è sistematicamente più contenuta della dinamica della domanda. Il saldo commerciale tra Italia e Germania per questa particolare voce della bilancia commerciale è infatti sistematicamente negativa e peggiora man mano che crescono gli investimenti delle imprese.

Sul punto si ricorda anche che la Germania ha un avanzo commerciale nei beni capitali e intermedi con tutti i Paesi europei. Quindi gli investimenti in quanto tali non sono una condizione sufficiente per conseguire un aumento del Pil. Ma se il quadro generale è preoccupante, la dinamica sottesa lo è ancora di più. Grazie al lavoro di due studenti (S. Beretta ed E. Camisana), coordinati dai professori S. Lucarelli e A. Variato, si osserva anche che gli investimenti italiani non sono guidati dalla crescita del Pil nazionale, piuttosto dalla crescita del reddito tedesco. Non solo: sebbene la crescita del reddito tedesco faccia crescere le importazioni dei beni di consumo nazionali, questa non è sufficiente per conseguire un avanzo. Evidentemente, l’avanzo commerciale italiano è per lo più conseguito con i Paesi extra Ue o con i Paesi Ue più poveri.

La correlazione negativa degli investimenti nazionali con il reddito italiano è, quindi, la manifestazione di un’economia export led, ma su beni e servizi a minor valore aggiunto. In “Euro al capolinea?” (R. Bellofiore, F. Garibaldo, M. Martàgua), un libro che consiglio a tutti di leggere, si suggerisce la tesi della “centralizzazione senza concentrazione”, ma forse vi si sottovaluta la potenza di comando dell’industria tedesca. In effetti, più che di dipendenza tecnologia nazionale, mi sembra più opportuno parlare di irrilevanza dell'industria nazionale per la parte nobile della produzione (capitale e intermedi), o meglio ancora di una gerarchizzazione della produzione e del commercio internazionale.

Sostanzialmente, la Germania conduce lo sviluppo in tutta l’euro area, imponendo la propria tecnica e lasciando ad altri le esportazioni meno nobili. Inoltre, il consolidamento tedesco nei beni strumentali verso oriente ha lo stesso segno di quello condotto con l’Europa, ma in questo caso gioca da partner, perché non può inimicarsi un miliardo di persone. Ovviamente, la Cina non è l'Italia, perché si misura con la Germania proprio nei beni capitali e intermedi; la Germania pensa di costruire un asse con l’oriente pensando di poter rimuovere il problema della domanda europea e gioca in grande; quello che non ha compreso è che la Cina gioca ancor più in grande della Germania.

Tra la politica industriale nazionale e quella tedesca c’è poi un’ulteriore differenza: l’Italia utilizza la detassazione; la Germania finanzia progetti mirati. Vista la difficoltà della prossima manovra economica del Paese, la ricerca di una maggiore efficacia dell’aiuto pubblico alle imprese è una condizione necessaria.

Roberto Romano, economista