L’Europa perde fabbriche e posti di lavoro mentre i suoi principali concorrenti sostengono le produzioni nazionali. E continuare ad affidarsi quasi esclusivamente al libero mercato rischia di trasformare la crisi industriale in un declino strutturale.

A lanciare l’allarme è la Confederazione europea dei sindacati (Ces) con il rapporto Making the Industrial Accelerator Act deliver for European industry, workers and regions, realizzato da Anaïs Voy-Gillis e Tristan Ménere. Lo studio chiede di rafforzare il “Made in Europe” nell’Industrial Accelerator Act, legando incentivi e domanda pubblica alla produzione sul territorio europeo, alla qualità dell’occupazione e al rispetto degli standard sociali.

I numeri spiegano l’urgenza. Tra il 2019 e il 2023 nell’Ue sono andati persi oltre 850 mila posti nella manifattura. E secondo IndustriAll Europe fino a 1,3 milioni potrebbero essere a rischio nei prossimi mesi, mentre si moltiplicano ristrutturazioni e annunci di tagli, Volkswagen compresa.

La stessa Commissione europea stima che l’Industrial Accelerator Act, pur interessando oggi appena il 15 per cento circa della produzione manifatturiera dell’Unione, potrebbe generare un beneficio netto di 8 miliardi di euro l’anno e creare o salvaguardare circa 150 mila posti.

Gli altri proteggono le proprie industrie

La tesi del rapporto è semplice: favorire la produzione interna non è un’anomalia protezionistica. È quello che fanno già, con strumenti differenti, Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Indonesia. Requisiti di contenuto locale, incentivi e sostegno pubblico vengono utilizzati per attirare investimenti, consolidare le filiere e difendere capacità produttiva e occupazione.

L’alternativa, precisano gli autori, non è l’autarchia. L’Europa può restare aperta agli scambi e agli investimenti stranieri, ma deve pretendere reciprocità e collegare l’accesso alle opportunità create dalle politiche pubbliche a produzione, resilienza e diritti.

Cinque le indicazioni principali: reciprocità e standard equivalenti per i Paesi terzi; regole sull’origine che considerino l’intera filiera e non soltanto l’assemblaggio finale; quote progressive di produzione europea; deroghe sui costi limitate a casi eccezionali, considerando dumping e sussidi stranieri; vincoli sulla qualità del lavoro e sulle ricadute territoriali quando interviene la domanda pubblica.

“Sonnambuli verso la deindustrializzazione”

“Affidarsi soltanto al commercio aperto non basta più”, avverte la segretaria generale della Ces Esther Lynch. L’Europa, sostiene, “si è avviata sonnambula verso la deindustrializzazione” perché non ha sostenuto le proprie industrie come hanno fatto i suoi concorrenti. “Milioni di posti di lavoro qualificati dipendono dall’esistenza di una vera politica industriale europea. Non è il momento delle mezze misure”.

Per il segretario confederale della Ces Ludovic Voet, raccontare la perdita di fabbriche e occupazione come una conseguenza inevitabile della globalizzazione significa rimuovere le responsabilità della politica: “La deindustrializzazione è stata il risultato di scelte politiche ingenue”.

Ancora più netto il giudizio della segretaria generale di IndustriAll Europe Judith Kirton-Darling: “L’Europa non può permettersi di amministrare il declino industriale”. Le risorse per investire, sottolinea, esistono. La questione è dove le imprese decideranno di impiegarle.