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Gli Stati Uniti hanno bombardato un grande deposito di munizioni nella città iraniana di Isfahan. La petroliera kuwaitiana al-Salmi è stata oggetto di un attacco iraniano mentre era ormeggiata nel porto di Dubai. Nella notte sono stati intercettati missili balistici diretti verso la capitale saudita Riyad. Nel frattempo, il presidente Donald Trump ha detto di essere disposto a porre fine alla campagna militare anche se lo stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso, secondo quanto riporta il Wall Street Journal.
Si allarga ancora la guerra in Medio Oriente, la situazione si complica e gli scenari che si aprono sono davvero imprevedibili. Come l’ingresso nel conflitto degli Houthi, milizie filo-iraniane dello Yemen, che hanno lanciato un missile balistico contro Israele il 28 marzo e minacciano di chiudere un altro stretto cruciale per il commercio globale, Bab el-Mandeb.
“Il conflitto si allarga e adesso siamo al paradosso per cui si sta pianificando più guerra per contenere le conseguenze innescate dalla guerra stessa – spiega Francesco Strazzari, docente di Relazioni internazionali della Scuola Sant'Anna di Pisa –. A più di un mese di distanza dall’inizio del conflitto, gli obiettivi strategici rimangono avvolti nella confusione”.
Questo vuol dire, che mentre stanno morendo centinaia di persone, non si sa quali siano gli obiettivi del conflitto, cioè perché si sta bombardando?
Il motivo della guerra in effetti non si è capito. Ha a che fare con il posizionamento strategico globale, questo è il motivo di fondo, cioè invertire il profilo di declino nelle dinamiche di egemonia mondiale, militarizzando la situazione davanti alle difficoltà, ovvero il controllo di risorse strategiche come il petrolio. Se il vero obiettivo americano fosse stato il cambiamento del regime a Teheran e trasformare l’Iran in un protettorato, i bombardamenti sarebbero stati diversi.
Oggi Teheran è crollata per il 70 per cento ma il regime è sempre lì. Senza contare che Israele dice alcune cose, gli Usa ne dice altre, a volte sono anche in contraddizione. E nel frattempo Trump ha dichiarato vittoria più volte, con un martellamento di tipo ideologico.
A ogni dichiarazione del presidente Trump corrisponde una reazione sui mercati, nel mondo finanziario, sul prezzo del petrolio.
Esatto. Le dichiarazioni di Trump hanno un ruolo preciso, primo fra tutti raffreddare il prezzo del petrolio: questa mattina la benzina negli Stati Uniti si attestava sui 4 dollari al gallone (circa un euro al litro, ndr), per la prima volta in oltre tre anni, una soglia psicologica. Dietro a ogni affermazione di Washington si nasconde un intento speculativo: la guerra sembra governata da movimenti finanziari, mentre i mercati sono abbastanza impazziti. Tra le cose da segnalare, la caduta del prezzo dell’oro, storicamente bene rifugio, salito di molto nella fase precedente alla guerra e adesso sceso del 20 per cento.
In questo contesto lo stretto di Hormuz, dove passa circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gnl, continua a restare chiuso anche se, notizia di questa mattina, il parlamento iraniano ha approvato l'introduzione del pedaggio per le navi che vi transitano.
Questa chiusura si traduce nel panico: blocco di forniture, petrolio, fertilizzanti, microchip, componenti essenziali per l’economia e farmaci. In Bangladesh sta iniziando il tempo della semina e senza i fertilizzanti sarà un problema. A parte gli accordi fatti sottobanco con il Pakistan, dal punto di vista militare la situazione non si sblocca.
C’è chi fa paragoni con quanto avvenuto in Venezuela, la deposizione e la cattura di Maduro e l’insediamento della presidente Delcy Rodríguez. È corretto?
Il parallelo che echeggia con il Venezuela e che tira un fio di collegamento con la situazione in Iran, non fa i conti con la realtà e con la storia. Il discorso simbolico per cui gli Usa sono in grado di usare potere e coercizione risolutivi, in Iran non sta sortendo i risultati che si aspettavano. Il regime non è caduto nonostante le bombe, anche perché le scelte fatte non farà cadere il regime.
Se tu bombardi in maniera diffusa, come accadde nell’Iraq di Saddam Hussein, stai creando di provocare un danno economico e politico, una spirale a gli iraniani stanno reagendo con l’“occhio per occhio, dente per dente”. È la dinamica della rappresaglia e dell’attacco: alla distruzione di due atenei in Iran da parte di raid aerei statunitensi e israeliani, il corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane ha risposto minacciando di colpire le università statunitensi in Medio Oriente.
Quali sono gli scenari che si profilano, quindi?
Gli scenari si fa fatica a tracciarli e tutte le opzioni a disposizione degli Usa e dei Paesi del Golfo, come l’attacco di terra con i marines, sono molto costose. Trump blandisce e minaccia, nella medesima giornata dichiara cose diverse, con strategie altalenanti, e non fornisce indicazioni chiare. Una parte degli osservatori dice che non capiamo la strategia a lungo termine, la verità è che il presidente Usa non afferma quali siano gli obiettivi.
Ma qual è secondo lei una strada per uscire dalla guerra?
Non è chiara, manca la formula. A questo punto però è chiaro che gli iraniani non si affannano a uscirne perché hanno dimostrato resilienza istituzionale: decapitato più volte, il regime mantiene una sua forma, non è imploso, difficilmente accetteranno condizioni più deboli rispetto a quelle dell’inizio della guerra. Sentono di aver il tempo dalla loro parte ed è per questo che dicono di voler ascoltare ma non si sentono in dovere di confermare nemmeno loro presenza a un tavolo dei negoziati.
D’altra parte, è plausibile che gli altri grandi Paesi sunniti della regione, Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, che si sono incontrati a Islamabad, cercheranno di porre un freno, anche se con un’ambiguità di fondo, e cioè il Pakistan che si sta riferendo alla Cina. Il regime iraniano non farà un passo indietro se non avrà le garanzie cinesi, e questo è il vero punto politico.






















