La Storia è rientrata dalla finestra. Non la storia delle guerre, che quasi nessuno vuole né decide, ma che non ha mai smesso d’insanguinare e inquinare il pianeta. Non quella che sta erodendo da decenni inesorabilmente la cultura democratica, i diritti sociali e le garanzie di chi lavora. Neanche la triste vicenda dei movimenti nazionalisti, neo-autoritari, che minacciano il progetto europeo, troppo spesso considerati, a torto, “populisti” o “sovranisti”. Ma quella della vera politica, delle grandi scelte collettive. Il movimento profondo della collettività che vuole, sogna, anela un’altra società, che straccia costituzioni, rendite di potere economico e politico, riorganizza e trasforma la società stessa, scomparsa dai radar della narrazione istituzionale e fatta uscire dalla porta dal cancro neoliberista sin dagli anni ottanta, è tornato tra noi. E, come sempre avviene in questi casi, meraviglia e stravolge.

Il movimento neocostituente cileno frutto del “estallido social” del 2019, che nasce per protestare contro l’aumento del prezzo del biglietto della metro e finisce per obbligare uno dei presidenti più autoritari del pianeta a concedere un plebiscito per cambiare la Costituzione ancora vigente voluta da Pinochet, domenica scorsa ha sancito, infatti, una duplice vittoria: degli oltre 50% degli aventi diritto che vi hanno partecipato (in tutto il mondo), la quasi totalità dell’80% degli elettori che ha  deciso di archiviare la Carta Magna del 1980, ha anche indicato che saranno i cittadini a decidere il 100% dei rappresentanti della futura Assemblea. Padri e madri costituenti eletti in egual misura sulla base di liste elettorali svincolate dai partiti politici.

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Dopo la vittoria del presidente Sebastian Piñera del 2018, soprattutto dopo che quest’ultimo ha stracciato la riforma costituente partecipata elaborata sotto la presidenza socialista della Bachelet, nessuno avrebbe mai immaginato questo esito, men che meno nel giro di così poco tempo. La lezione di storia che è bene imparare, però, si cela in quanto stravolge, ed è duplice. Innanzitutto che i movimenti sociali, se profondamente radicati nella popolazione (ed è il caso cileno, come ho recentemente documentato) e ampiamente articolati in modo plurale e critico, hanno la forza di trasformare interi assetti istituzionali e di rimettere in discussione convinzioni culturali e poteri politici ormai “normalizzati”. Ma, soprattutto, questa vicenda è destinata a incidere sull’immaginario politico mondiale: è il modello sociale, economico e politico neoliberista a venir rifiutato in modo consapevole, proprio nel Paese dove si è affermato per la prima volta, grazie a Pinochet.

Insomma, questo processo è un simbolo potente che prova l’insostenibilità del neoliberismo a tutti i livelli dell’esistenza: povertà e diseguaglianze di tutti i tipi, malessere psicofisico e materiale, indebitamento generalizzato e precarietà come modus vivendi, hanno imposto un’esistenza senza dignità a tutte le generazioni. La rappresentazione più cristallina di una sua alternativa politica, nel nostro presente, e della politica, come alternativa di società, nel nostro futuro.

Emanuele Profumi è ricercatore e autore del libro "Cile, il futuro già viene. Un viaggio politico oltre Pinochet (Prospero editore, 2020). Blog: emanueleprofumialtervista.org