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Disuguaglianze

Nei Paesi dimenticati dove il vaccino non arriva

Simona Ciaramitaro
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Il silenzio calato sulla situazione pandemica nelle aree disagiate nella testimonianza di Rossella Miccio, presidente di Emergency, di ritorno dall'Afghanistan. La sua ong in prima linea per lo stop ai brevetti e al monopolio delle big del farmaco. La vergogna e l'ipocrisia di non avere colto l'occasione per ridurre le disparità sociali ed economiche

Ci sono intere aree del ianeta dal quale non ci pervengono dati circa la diffusione dei contagi da Covid 19 e tanto meno della campagna vaccinale. Si tratta dei Paesi poveri concentrati principalmente in Africa, Asia e Medioriente. Rossella Miccio, presidente di Emergency, è da poco tornata dall’Afghanistan e ci ricorda quanto siamo tutti concentrati sul nostro piccolo territorio da pensare che tutto si risolva tutto nello spazio attorno a noi. “In Afghanistan – spiega – la pandemia non ha fermato la guerra. Si continua a combattere, si continua a morire e a restare feriti, tantissimi ospedali sono bloccati e sono stati ridotti i servizi alla popolazione. La campagna vaccinale è cominciata solamente ora, grazie a una donazione del governo indiano di mezzo milione di dosi AstraZeneca prodotti in India. Questo però non è un approccio sostenibile e non è così che si aiutano questi Paesi a rispondere all’emergenza e a non rimanere ancora più indietro rispetto a quanto lo siano già. Questo è un problema di tutti”.

La sua associazione, insieme con Oxfam, è stata il mittente di una lettera al presidente del Consiglio, Mario Draghi per chiedere la sospensione delle regole sulla proprietà intellettuale, vale a dire lo stop a brevetti e monopolio imposti dalle grandi case farmaceutiche e che determinano costi insostenibili per l’economia e la salute a livello mondiale. “Ce lo saremo aspettati tutti – afferma Miccio -, basandoci sulla premessa che dall'emergenza si esce solo tutti insieme, che nel momento in cui si fosse trovato uno strumento per superare la pandemia lo si sarebbe condiviso a livello globale, con grande sforzo della scienza, delle industrie e dei governi che hanno messo soldi pubblici per la ricerca. Invece questo non sta avvenendo e ciò che vediamo è una apartheid dei vaccini, una forma di nazionalismo”.

Questo costituisce un elemento di forte preoccupazione per la salute pubblica, soprattutto per chi opera nelle aree in grande difficoltà pregressa, perché “fino a quando la maggioranza del Pianeta non sarà vaccinata, ci sarà spazio per mutazioni del virus, per un ulteriore approfondimento del divario tra Paesi poveri e ricchi e, anche all’interno di quelli ricchi, tra gruppi sociali, lasciando fuori chi è già ai margini”.

Emergency, in questo ultimo anno, è riuscita a tenere aperti tutti i progetti in atto in Sudan, Afghanistan, Sierra Leone, Iraq, nonostante le enormi difficoltà costituite dagli impedimenti della mobilità delle persone, dei materiali e dei farmaci. "È stato un anno estremamente difficile – racconta la presidente -. La pandemia ha colpito i Paesi in cui siamo presenti anche se in maniera meno impattante, ma nella stragrande maggioranza dei casi la diagnostica è limitata, pochi i tamponi effettuati, quindi non abbiamo una reale conoscenza della malattia. Vediamo che ricominciano a salire casi soprattutto in Africa e questo ci preoccupa: anche perché, a differenza di quanto sta accadendo negli Stati uniti, in Gran Bretagna e in Europa, lì la campagna vaccinale è appena iniziata e il numero di vaccini molto limitato non permetterà di immunizzare più dell’1-2 per cento della popolazione entro l’estate”.

Per Rossella Miccio quanto sta accadendo è “vergognoso: viviamo in un mondo globale, il virus ci ha messo davanti all’evidenza che i confini e le classi sociali non hanno valore e quindi avremmo dovuto cogliere l’occasione per ridiscutere le regole della convivenza. Avremmo dovuto pensare a come vogliamo proteggerci tutti davvero, a vivere in una società più giusta ed equilibrata e invece siamo ancora qui a non discutere della possibilità di condividere i brevetti, a litigare su chi possa avere più vaccini a casa propria, facendo finta che quanto succede fuori i confini non ci riguarda. Un’ipocrisia che non potremmo più permetterci”.

Difficile per la presidente di Emergency trovare in merito parole di vera speranza, benché sia evidente che il suo operato e quello della sua organizzazione non intende fermarsi davanti alle pesanti difficoltà: “La situazione è deprimente, ancora oggi assistiamo ad accordi tra aziende europee per aumentare la produzione di vaccini per l’Europa senza mettere a disposizione i brevetti, come proposto da India e Sudafrica e bocciato dal Wto, nonostante esistano meccanismi all’interno dell’Oms che lo consentirebbero. Penso – conclude Miccio – che se fosse stato dato ascolto a tale proposta sarebbe stato possibile produrre quantità molto superiori di vaccini e ne beneficeremmo tutti. Forse se ne riparlerà in maniera più concreta a giugno, ma da qui ad allora ci saranno ancora troppi morti e troppi malati”.