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La marcia

Selma, abbiamo ancora un sogno

Ilaria Romeo
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Alabama, 1965. Una lunga marcia per i diritti civili viene interrotta dalla violenza della polizia. I manifestanti non demorderanno e si ritroveranno ancora in strada nelle settimane successive. Le immagini fanno il giro del mondo e fanno la storia. Ad agosto verrà approvata la legge sul diritto di voto dei neri

Il 7 marzo 1965 a Selma (Alabama) la milizia di Stato e i locali tutori dell’ordine disperdono con la forza un gruppo di 600 dimostranti per i diritti civili. L’episodio viene trasmesso per televisione e soprannominato Bloody Sunday. È solo la prima di tre, famosissime, marce. La seconda si terrà il successivo martedì, ma i 2500 manifestanti torneranno indietro dopo aver attraversato il ponte Edmund Pettus Bridge e perciò la marcia sarà denominata Turnaround Tuesday (martedì dell’inversione di marcia).

Anche questa volta lo scopo della marcia era raggiungere Montgomery e il palazzo del governatore, ma nuovamente un’ordinanza di un tribunale proibì ai manifestanti di completare la manifestazione. Circa 8000 manifestanti inizieranno la terza marcia domenica 21 marzo, percorrendo 10 miglia durante la giornata lungo la U.S. Route 80, nota in Alabama come Jefferson Davis Highway. Nei giorni seguenti altri manifestanti si aggiungeranno per strada arrivando a Montgomery il 24 marzo e all’Alabama State Capitol il 25. Selma cambierà la storia.

Le immagini degli scontri, violentissime, e dei feriti faranno il giro del mondo e convinceranno l’allora presidente Lyndon Johnson (subentrato a John Kennedy dopo il suo assassinio nel 1963) a promulgare il 6 agosto del 1965 la legge sul diritto di voto dei neri (Voting rights act), la legge che vietò le discriminazioni elettorali su base razziale e che è considerata oggi uno dei risultati più importanti raggiunti dal movimento per i diritti civili. Davanti alle porte del palazzo del governatore dell’Alabama Martin Luther King terrà uno dei suoi discorsi più toccanti.

Vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1964, promotore delle battaglie per i diritti civili della popolazione nera degli Stati Uniti e simbolo della lotta contro la segregazione razziale, Martin Luther King sarà assassinato nel pieno della sua battaglia il 4 aprile 1968 a Memphis da James Earl Ray, un criminale comune razzista, arrestato l’8 giugno successivo. Come la maggior parte dei grandi eventi e degli omicidi politici del Novecento, il suo assassinio è ancora oggi circondato da misteri e circostanze non chiare che con ogni probabilità rimarranno tali per sempre.

“L’assassinio di Martin Luther King - scriveva l’Unità due giorni dopo - legittima il dubbio che la società americana non abbia più margini democratici per affrontare e risolvere il problema negro. Luther King non era un ribelle. Non predicava la rivolta dei ghetti negri ma la non violenza, non il potere negro ma l’integrazione e i diritti civili. E tuttavia da qualche tempo ogni manifestazione da lui diretta si trasformava contro la sua stessa volontà, in rivolta. Suo malgrado, forse, egli era perciò diventato un simbolo: il simbolo della drammatica difficoltà di uscire pacificamente dalla condizione di negro negli Stati Uniti”.

“Un errore comune - affermava il 7 marzo 2015 il presidente americano Barack Obama proprio a Selma - è pensare che il razzismo sia stato sconfitto che il lavoro iniziato dagli uomini e dalle donne che erano presenti qui a Selma sia concluso, e che ogni tensione razziale rimasta sia frutto di situazioni contestuali. (…) Sappiamo che la marcia non è ancora finita, che la battaglia non è ancora stata vinta, e che entrare in un’epoca nella quale saremo giudicati solo per quello che siamo significa ammettere queste cose (…) Ma rifiuto di ammettere che niente sia cambiato, nel frattempo. Ciò che è accaduto a Ferguson può non essere un fatto isolato, ma non si tratta più di un comportamento endemico, legittimato dal costume e dalle leggi, cosa che poteva dirsi prima della nascita del movimento per i diritti civili”.

Parole di un’attualità disarmante che richiamano alle nostre menti, forti ed immediate, le recenti immagini che testimoniano l’uccisione di George Floyd e le giornate ad essa successive. Lo scorso 4 giugno alla North Central University di Minneapolis, in Minnesota, si teneva la prima cerimonia funebre per George Floyd. Oltre ai familiari partecipavano politici e persone note, come Martin Luther King III.

“Torneremo a Washington”, prometteva rivolgendosi proprio a lui il reverendo Al Sharpton. “Dove si trovava tuo padre, all’ombra del Lincoln Memorial, quando disse ‘I have a dream’. Bene ci torneremo. Per rilanciare e ribadire l’impegno verso quel sogno, per reagire”. “Io ho un sogno”. Non ci stancheremo mai di ripeterlo.

“Siamo gli immigrati che hanno viaggiato da clandestini per raggiungere queste spiagge - diceva Obama - sopravvissuti all’Olocausto, defezionisti dell’Urss, gente che è scappata dal Sudan a causa della guerra. Siamo quelli che hanno lottato per guadare il Rio Grande perché volevano un futuro migliore per i loro figli. Ecco come siamo diventati quello che siamo. Siamo gli schiavi che hanno costruito la Casa Bianca e retto l’economia del Sud. Siamo i contadini che si sono aperti verso l’Ovest, e gli innumerevoli operai che hanno posato binari e costruito grattacieli, e si sono organizzati e battuti per i diritti dei lavoratori. Siamo i soldati dalla faccia pulita che hanno lottato per liberare un continente: siamo i piloti Tuskeegee, i decrittatori Navajo e i giappo-americani che hanno combattuto per il proprio paese anche quando questo gli negava la libertà. Siamo i pompieri che sono accorsi la mattina dell’11 settembre, e i volontari che si sono arruolati per andare a combattere in Afghanistan e Iraq”. Siamo essere umani, che non possono e non vogliono smettere di essere umani.