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Il caso Trump

Attacco agli Usa, la bestia che erode la democrazia

Jake Angeli, sciamano di Qanon, sostenitore di Trump tra gli assalitori del Congresso
Foto: facebook
Martina Toti
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Il 6 gennaio 2021 passerà alla storia come il giorno in cui i sostenitori del presidente degli Stati Uniti uscente hanno assaltato il Congresso americano sotto gli occhi benevoli del loro paladino e di tutti i sovranisti

“Stiamo assistendo a uno dei peggiori attacchi alla nostra democrazia dalla guerra civile. Il tentativo di colpo di mano di oggi è stato costruito negli anni mentre Donald Trump vomitava veleno, cospirazioni, odio e bugie ai suoi sostenitori. Loro portano avanti le sue volontà e troppi legislatori repubblicani hanno permesso e persino incoraggiato questa minaccia violenta alla nostra repubblica. Rafforzato da un sistema elettorale per collegi che apre strade all’insurrezione invece di certificare con semplicità il candidato con più voti, questo è un tentativo di violare i diritti costituzionali di ogni cittadino americano che rispetta la legge e il movimento dei lavoratori non lo tollererà. Né oggi. Né mai”.

Le parole di Richard Trumka, presidente del sindacato americano Afl-Cio, arrivano mentre tutte le televisioni del mondo e la stampa internazionale hanno gli occhi incollati su Capitol Hill e sulla folla che si stringe attorno al palazzo che avrebbe dovuto ufficializzare il risultato del voto dello scorso novembre.

Deputati e senatori sono costretti a fuggire dalla sala, pronti a utilizzare anche le maschere antigas, quando un gruppo fa irruzione armata in quello che per oltre due secoli di storia gli americani hanno considerato il tempio della loro democrazia. Uomini in mimetica e scarponi, uomini inseparabili dai loro berretti e dalle armi da cacciatore, uomini ridicoli che si travestono da bisonte, urlano e camminano nei corridoi del palazzo. Uomini che rompono, devastano, sbeffeggiano, uomini che sembrano la caricatura della peggiore provincia americana. Uomini pericolosi ma il più pericoloso è dentro. Ed è ancora presidente degli Stati Uniti: lo sarà fino al prossimo 20 gennaio.

Quando non si sa che i morti di questa giornata saranno quattro e che, oltre ad assaltare il Congresso, i sostenitori di Trump hanno posizionato alcuni ordigni davanti alle sedi di entrambi i partiti, repubblicano e democratico, mentre The Donald per un bel po’ continua a solleticarli via twitter, i fatti di Capitol Hill vengono descritti con tre espressioni: sedizione, eversione, colpo di mano.

Nancy Pelosi, terza carica dello Stato, chiede l’intervento della Guardia nazionale. Dal Pentagono inizialmente le dicono di no. Trump è a capo delle forze armate e finché non sarà lui a dare l’ok non si muove nessuno. Alla fine, anche su richiesta del presidente eletto Joe Biden, Trump cederà ma lo farà pubblicando un video ambiguo indirizzato ai suoi: “Ci hanno rubato le elezioni, sono state elezioni fraudolente, lo so, ma adesso tornate a casa, in pace. Siete speciali. Vi amiamo”.

Sono molti i punti interrogativi che riguardano la giornata: come è stato possibile che i manifestanti si avvicinassero tanto al Congresso? Perché la polizia, tipicamente incline ad atti di forza, non ha mosso un dito? E come può un presidente ancora in carica mandare un messaggio di apprezzamento a chi ha appena devastato e messo a rischio il cuore della politica statunitense?

La Cnn titola “Assalto alla democrazia”. Tra i repubblicani moderati l’imbarazzo è enorme. Il vice di Trump Mike Pence e il Segretario di Stato Mike Pompeo rompono con il presidente. Le fila dei democratici si rinseranno. Bernie Sanders denuncia: “L’uomo direttamente responsabile di questo caos è Donald Trump che ha chiarito che farà ogni cosa per mantenere il potere, incluse insurrezione e istigazione alla violenza”. Gli fa eco Robert Reich, già ministro del Lavoro durante l’era di Barack Obama: “Quello che mi preoccupa adesso – dichiara - sono i prossimi quindici giorni nelle mani di un pazzo”. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez sintetizza in una parola: “Impeachment”. Il regista Michael Moore è scioccato. In 45 minuti di diretta facebook legge i fatti, li riannoda e tocca il tasto più dolente di tutti: gli Stati Uniti, che a suon di guerre e bombe hanno pensato di esportare la democrazia all’estero, hanno un problema di democrazia in casa.

Ma sono stati d’animo diffusi. Anche altrove. Persino le associazioni imprenditoriali compiono un gesto senza precedenti e chiedono l’immediata destituzione di Donald Trump. Bisogna voltare pagina adesso – dicono i colossi della manifattura americana – non aspettare le incognite delle prossime due settimane. Un’ipotesi prevista dal venticinquesimo emendamento e – pare – al vaglio addirittura nel gabinetto dello stesso presidente.

Il mondo guarda attonito. Con un giorno di ritardo il Congresso ratifica l'elezione di Joe Biden e Kamala Harris. Ma intanto anche in Europa balena la paura. In Italia Trump ha i suoi fan. Chi ha partecipato alle sue convention, chi ha ostentato per mesi mascherine anti-covid con il suo nome stampato a caratteri cubitali. Tutti uniti da un filo comune. E se a lungo ci si è cullati nell’illusione che in fondo i sovranisti fossero ridicolmente malvagi ma non pericolosi, da ieri è chiaro che non è così. Come scrive il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo: “Quello che sta succedendo in America conferma la debolezza insita nelle democrazie liberali: fascistoidi e nazistoidi vanno fermati prima che possano attentare alle istituzioni democratiche. Ma se c'è un presidente come Trump questo è impossibile, perché non è solo quello che ha fomentato l'eversione. Trump è l'eversione. Tutto ciò è una lezione anche per le democrazie europee: comunque camuffata, la bestia va stroncata sul nascere”. Ovunque.