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Il caso

Ebru Timtik è l'ultima vittima della Turchia di Erdogan

Martina Toti
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È morta di fame, come molti prima di lei e forse come tanti altri che verranno. Era un'avvocata per i diritti civili ma secondo i giudici turchi difenderli è un atto di terrorismo

Morire di fame. Pare essere diventato questo il destino degli oppositori politici in Turchia. Un'altra vittima si aggiunge al lungo elenco. È l'avvocata curda Ebru Timtik che era stata arrestata assieme ad altri 18 colleghi per il suo impegno in difesa dei diritti civili e che da 238 giorni aveva smesso di mangiare in segno di protesta. Il suo nome si va a unire a quelli di Helin Bölek, solista del gruppo musicale Grup Yorum, morta il 3 aprile, di Ibrahim Gökçek, il bassista della band, morto pochi giorni dopo, e del prigioniero politico Mustafa Koçak. 

La morte di Timtik arriva dopo che la Corte costituzionale turca aveva respinto la richiesta di rilascio a scopo precauzionale avanzata per lei e per il collega Aytaç Ünsal, anche lui in sciopero della fame. Secondo i giudici non c'erano "informazioni o reperti disponibili in merito all’emergere di un pericolo critico per la loro vita o la loro integrità morale e materiale con il rigetto della richiesta per il loro rilascio". Invece Timtik è morta. A renderlo noto l'ufficio Legale del Popolo (Hkk). Restano ora critiche le condizioni del collega Ünsal attualmente ricoverato e prigioniero presso il Kanunu Sultan Süleyman Training and Research Hospital di Istanbul.

I due avvocati avevano deciso di trasformare lo sciopero della fame in digiuno a oltranza, pronti anche a morire in assenza di giustizia. Erano stati infatti accusati, come molti oppositori e attivisti turchi, di appartenere a un’organizzazione terroristica senza farne però parte.  Ebru Timtik era stata condannata a 13 anni, Unsal a dieci anni. 

In una delle sue ultime chiamate Timtik aveva dichiarato: “Non chiediamo giustizia solo per noi. Noi lottiamo per i diritti di tutti. Se rilasciati daremo il nostro sostegno alla battaglia per la giustizia di chi ne ha bisogno. Adesso abbiamo le mani legate. Non possiamo fare niente e questo è quello che ci ferisce di più. Avere le mani legate in questa situazione è più duro della fame".