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L'Europa a due facce

L'Europa a due facce
Simona Ciaramitaro
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Il vecchio continente si divide sulle decisioni da assumere per affrontare la crisi economica data dalla pandemia in corso. Tra quindici giorni si rischia il “liberi tutti” a causa delle posizioni del gruppo condotto dalla Germania

Due gli schieramenti che si sono delineati durante l’ultimo Consiglio europeo: da una parte Belgio, Francia, Spagna, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Slovenia, dall’altra la Germania e i suoi satelliti, come Olanda, Austria, Finlandia. Durante l’incontro del 27 marzo che avrebbe dovuto mettere a fuoco la linea per affrontare la crisi determinatasi con la pandemia da Covid-19, il primo gruppo ha chiesto decisioni immediate, prima fra tutte quella di adottare uno “strumento di debito comune emesso da un'istituzione dell'Ue”, in buona sostanza Eurobond, o Coronabond che dir si voglia. Una richiesta respinta al mittente dal gruppo dei cosiddetti falchi, con l’esito di un rinvio di ogni decisione tra due settimane.  

Francesco Saraceno, docente di Macroeconomia internazionale ed europea presso l’Università “Science Po” di Parigi e membro del comitato scientifico della Scuola di politica economica europea della Luiss di Roma, spiega che la frattura è tra centro e periferia dell’Europa, con un grosso blocco molto coeso, capeggiato dalla cancelliera tedesca Angel Merkel, “composto da Paesi creditori che possono permettersi di dettare le condizioni e non disposti a compromessi”.

All’interno degli schieramenti le diverse posizioni. L’Austria, ad esempio, “che - ricorda Saraceno - ha avuto talvolta rapporti non semplici con la Germania, dal 2010 è perfettamente alleata con i falchi. E poi c’è la Lega anseatica (l’allineamento informale di otto paesi nordici, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Estonia, ndr), quella che ha firmato la lettera nella quale si diceva che il bilancio dell’eurozona non deve prevedere trasferimenti, ma solamente premiare i Paesi che fanno riforme, e la linea che è passata ha effettivamente queste caratteristiche. Nonostante ciò, c’è stata proprio nelle ultime ore da parte di questi Stati un’apertura agli Eurobond”.

Nel blocco del quale fa parte l’Italia, le differenze possono interessare la Francia. L’economista osserva infatti che Parigi si muove “non spinta da bisogni immediati, perché non ha problemi finanziari - basti vedere che dopo la gaffe della presidente della Bce, Christine La Garde, lo spread francese non si è mosso - ma è intenzionata a perseguire un progetto politico, che prevede una capacità fiscale a livello centralizzato nell’eurozona”. Lo stesso presidente Emmanuel Macron, a 36 ore dal Consiglio europeo, ha rilasciato un’intervista nella quale ribadisce la necessità di un’Europa che non sia divisa ed egoista, ma forte a livello finanziario e sanitario. Gli altri Paesi, invece, come l’Italia e la Spagna, hanno bisogno di avere “le spalle coperte dall’Europa e, se non ci saranno gli Eurobond, andranno da soli e si affideranno alla Bce”.

Per quanto riguarda invece le differenze in termini di capacità di fare debito, Saraceno sostiene che oggi nessuno Stato dovrebbe chiedersi se può fare debito, “perché ognuno deve fare quanto può, sul versante sanitario per sradicare l’emergenza e per traghettare l’Europa al di là di questa crisi limitando le perdite che saranno comunque enormi. Domani tutti i Paesi vedranno aumentare il loro debito, si mettono in campo misure eccezionali che finiranno con l’aggravare i bilanci, alcuni hanno spazio di manovra e affronteranno la situazione con misure standard, altri no. L’Italia, per rientrare dal debito, dovrà immaginare 20 anni come li sta vivendo la Grecia. All’oggi però non c’è differenza e si spende perché c’è bisogno di spendere, domani invece ci sarà il problema di come affrontare il debito che si è creato. L’Europa ovviamente è un’istituzione complicata che non permette di fare tutto ciò che si vuole, ma bisognerà gestire la grossa massa di debito collettivamente, magari con l’aiuto della Bce e non ci si può immaginare che si possa per trent’anni fare surplus primari”.

Guardando al prossimo appuntamento del Consiglio europeo, il docente di macroeconomia internazionale si dice convinto che, tra quindici giorni, la situazione sarà esattamente la stessa, perché quello della Germania e dei Paesi con essa allineati è stato “un vero e proprio veto e l’unica opzione che contemplano è quella del finanziamento attraverso il meccanismo europeo di stabilità (il Mes) le cui condizioni imposte conducono al surplus. È inaccettabile per l’Italia, perché predefinisce il dopo e il dopo, così, sarà una catastrofe”. Saraceno premette di non avere eccessive simpatie per questo governo, ma dice che bene ha fatto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ad affermare che “se non se ne esce ognuno fa per sé ed è presumibile che la Bce ci copra le spalle, così sarà un problema tedesco se la Banca centrale farà quello che Berlino non vuole. Siamo a un centimetro dal ‘liberi tutti’, dal salvare i mobili di casa propria in ordine sparso, e non sono i suddetti 9 paesi che ci hanno portato qui. La storia non sarà tenera con Angela Merkel”. 

Eppure alcuni Paesi non sembra abbiano colto la gravità della situazione: “Questa cosa è impressionante, siamo in presenza di una crisi che va oltre l’implosione dell’euro del 2012. Ci sono questioni che più in là dovremo affrontare – conclude Saraceno - , cose alle quali dovremo ripensare, come, ad esempio, a chi si delega la tutela della salute, ai modelli di produzione, alla questione ambientale, a come ridefinire cosa fa lo Stato e cosa il privato e come lo Stato regola cosa fa il privato. Tutti problemi che si pongono alle grandi democrazie occidentali”.