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Osservatorio Futura

Quel che resta del pil

Simona Ciaramitaro
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Le previsioni di crollo del prodotto interno lordo per l'anno in corso, chi perde e chi guadagna dalla crisi, la percezione delle conseguenze della pandemia sulla nostra economia nei dati delle indagini effettuate prima e durante l'emergenza sanitaria

Più grande e rapido il tonfo, più veloce la risalita. Un’amara consolazione, se si vanno a leggere i dati dell’Osservatorio internazionale del lavoro, redatto da Futura sulla base di una pluralità di fonti e dove si trovano, nelle prime pagine, le diverse previsioni per il prodotto interno lordo a livello internazionale e nazionale a fronte della crisi data dalla pandemia da Covid-19. A giugno le stime del Fondo monetario internazionale vedevano il pil mondiale perdere complessivamente il 6%, quello dei Paesi europei il 9,1%. Se guardiamo in casa nostra le stime oscillano tra il -4,7% del miglior scenario considerato al 9% di quello peggiore, praticamente in linea con la media europea. Per capire meglio cosa voglia dire perdere punti di pil basta leggere la cifra di 84 miliardi di euro relativa alla perdita totale sui consumi stimata nel mese di maggio, con una variazione della produzione industriale del -3,7%. Sono perdite che non si distribuiscono in modo uniforme su tutte le attività produttive del Paese, perché, è noto, in ogni crisi c’è perde, ma c’è anche chi guadagna. 

La batosta è arrivata prepotente sulle vendite al dettaglio (fatto salvo il settore alimentare in quanto definito essenziale e grazie alle consegne a domicilio), sulle piccole attività e sulla vendita di abbigliamento, chiaramente a causa del lockdown che ha visto le vetrine dei negozi spegnersi e i cittadini, chiusi in casa, ridurre bisogni e acquisti. Seguono, non per entità di perdite, ma nella catena dell’impatto, le industrie italiane dei settori dell’automotive, del turismo e della tecnologia

Qualche numero: già a marzo si prevedeva che i ristoranti avrebbero perso complessivamente attorno agli 8 miliardi di euro; il settore del vestiario vedeva a maggio un calo dell’88,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente; -97,8% è il numero del tonfo della richiesta di autoveicoli. Ingenti le perdite di turisti in un settore portante per l’economia di numerose aree del Paese, perché già a maggio si valutavano 81 milioni di persone in meno in visita nel Belpaese rispetto all’anno precedente. Meno pesanti le perdite nel settore tecnologico, per il quale a marzo i cali più evidenti riguardano le vendite di asciugacapelli (-31%), condizionatori (-27,4%) e aspirapolvere (-21,1%). 

Tra coloro che hanno invece incrementato il loro giro d’affari c’è l’industria farmaceutica i cui prodotti hanno avuto un’impennata che va dal 112 al 158 per cento a seconda delle tipologie. Bene anche il settore food & beverage (+4,6% a maggio) e quello dell’e-commerce, diventato essenziale durante il lockdown, e per il quale si prevede sull’intero 2020 una crescita del 60%. Anche le telecomunicazioni tra i beneficiari dell’inedita contingenza, perché da subito l’aumento del traffico su rete telefonica fissa è stato del 70%. 

Come vengono percepiti dagli italiani questa crisi e i suoi sbocchi? Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio il sentimento si è modificato mano mano che passavano le settimana di clausura. All’inizio della pandemia tentava di diffondersi l’idea che ne saremmo usciti tutti migliorati, poi vediamo che, nel giro di quattro settimane (a cavallo tra marzo e aprile) gli intervistati convinti che l’economia sarebbe stata più debole ma la coesione sociale più forte passano dal 52% al 39% e, viceversa, coloro che ritenevano debolezza economica e sociale andare di pari passo crescono dal 29% al 43%. In ogni caso, si è sempre attestata molto prossima all’unanimità la percezione che il Covid-19 è una minaccia per l’economia mondiale e italiana. 

Se infine si entra nelle case degli intervistati, si vede che il 60% di loro, già a marzo, riteneva probabile essere costretto a breve a intaccare i risparmi di famiglia, il 34% di non essere in gradi di pagare tasse, affitto o mutuo e il 25% che si sarebbe dovuto piegare a chiedere un prestito.