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L'intervista

Il commercio della cittadinanza

Roberta Lisi
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Sconti fiscali per attrarre capitali in cambio del passaporto. A spiegare questa pratica diffusa in alcuni Paesi europei, introdotta anche in Italia nel 2017, è Pippo Russo, docente di Sociologia all'università di Firenze

La legge di bilancio del 2017 introdusse nel nostro ordinamento una norma per attrarre investimenti, così la qualificò l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, attraverso un poderoso sconto fiscale. Positiva, utile?

Rispetto all’obiettivo che si pone la norma il provvedimento è stato assolutamente insufficiente, lo affermano perfino gli esperti della materia che sono schierati a favore di queste misure. Il Programma italiano di residenza per investimento, questa la definizione corretta, è stato fallimentare perché non offriva abbastanza benefici agli investitori. Lo svantaggio principale era, appunto, nel fatto che il massimo grado di acquisizione fosse la residenza e non la cittadinanza. Molti altri Paesi europei, quelli cui la norma si ispirava, danno molti più vantaggi agli investitori perché offrono la possibilità di accedere alla cittadinanza.

La norma italiana, invece, prevede un visto biennale in cambio della residenza fiscale.

Un visto biennale eventualmente rinnovabile fino a cinque anni. Non prevede la prospettiva di acquisire cittadinanza e passaporto, prevista invece dalla normativa di Paesi mediterranei come Malta e Cipro, che hanno leggi molto favorevoli soprattutto in termini di acquisizione della cittadinanza. In quei Paesi, infatti, si parla di cittadinanza per investimenti e non residenza per investimenti. Il provvedimento italiano, va ricordato, fu varato dalla legge di bilancio del Governo Renzi pochi giorni dopo il fallimento del referendum costituzionale, quindi era un esecutivo ormai in uscita. Poi è stato messo in pratica da un decreto attuativo interministeriale dal Governo Gentiloni.

Tra i Paesi con le legislazioni più incisive c’è anche il Portogallo…

Sì, lì hanno elaborato un programma molto apprezzato dagli investitori, il ‘golden visa’, che ha generato anche inchieste giudiziarie. Va sottolineato che ogni Paese europeo che ha approntato programmi di questo genere sulla cittadinanza ha attratto specifiche catene di migrazione privilegiata. A Cipro sono arrivati i russi, era facilmente pronosticabile. Mentre a beneficiare moltissimo del programma del golden visa portoghese sono stati ricchissimi cinesi.

Quando la norma italiana venne presentata e approvata, la si motivò come strumento utile ad attrarre investimenti. In verità, più che investimenti produttivi sembra che si attraggano, o si ambisca ad attrarre, capitali finanziari.

Il Programma italiano di residenza per investimento prevede un vero e proprio tariffario. Chi volesse ottenere la residenza fiscale nel nostro Paese e un enorme sconto fiscale può scegliere tra ‘investire’ due milioni di euro in titoli di stato, un milione in una società per azioni italiana, un milione in attività filantropica (cioè un contributo per il restauro di un bene artistico) o anche 500 mila euro in una start up italiana inserita tra quelle in elenco al ministero dello Sviluppo economico. Novità di pochi giorni fa, è che il decreto rilancio del Governo Conte ha rimesso mano a questo tariffario, addirittura abbassando le quote di investimento necessario per ottenere la residenza italiana, portando quindi a 500 mila euro quella in società di capitali e a 250 mila quella per le start up.

Investimenti finanziari, dunque non in attività di produzione e creazione di lavoro.

L’unico di questi quattro filoni che può avvicinarsi a investimenti in attività di produzione è quello delle start up, ma sappiamo anche quale sia la mortalità delle start up. quindi si tratta quasi di un obolo che viene versato per acquisire la residenza e tutto finisce lì. Ribadisco, come è stato osservato dagli esperti della materia, che il programma italiano è stato praticamente un fallimento perché non dava quelle garanzie che, invece, programmi di altri Paesi davano ai possibili investitori.

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Torniamo alla questione della cittadinanza. Quali sono gli effetti di questi programmi?

Con questi programmi di attrazione di capitali in cambio della cittadinanza si è aperto un ‘commercio della cittadinanza’, e dei diritti a essa legati, molto strano e molto pericoloso, perché va nella direzione della de-universalizzazione della cittadinanza. Dovremmo avere tutti gli stessi diritti di cittadinanza, dovremmo avere tutti la medesima accessibilità alla naturalizzazione in un Paese straniero. Se, invece, il Paese straniero comincia a differenziare l’accesso alla cittadinanza in base alla ricchezza e alla capacità di investimento, allora abbiamo preso una china pericolosa.

Da un lato si apre il ‘commercio della cittadinanza’, dall’altro si limita la regolarizzazione dei migranti per sei mesi, legandola esclusivamente a un contratto di lavoro e, per altro, in settori precisi, come l’agricoltura e assistenza domestica.

Sul concetto di migrante economico va fatta una riflessione. Se i migranti economici fanno tanta paura, più spaventosi di questi che si comprano il passaporto non saprei immaginarne. Ciò significa che il concetto stesso di migrante economico, e la paura che questa nozione suscita, sono elementi di pura ipocrisia. Il migrante economico che porta investimenti in euro non fa paura, il migrante economico che viene a cercare un lavoro misero, ma che gli consente di sfuggire a una miseria maggiore, invece sì. Tutto ciò è paradossale.

Cosa occorrerebbe fare per ridare universalità al concetto di cittadinanza?

I diritti di cittadinanza non dovrebbero essere legati alle fortune e al possesso di risorse economiche. Questo dovrebbe essere un principio guida alla base delle politiche di ogni governo. Purtroppo, invece, si sta affermando una mentalità per la quale ogni stato-nazione è un concorrente di mercato che deve attrarre risorse, e qualsiasi tipo di risorsa finanziaria va bene. Aggiungo che in sede di Unione Europea ci fanno già riflessioni molto allarmate su questo fenomeno, ci sono studi della Commissione davvero preoccupati. Ma nonostante questo sollevamento dell’attenzione non c’è stata una risposta da parte dei governi nazionali, c’è da dedurne che l’Unione non ha in questo momento la forza di imporre un indirizzo.

Quali sono le preoccupazioni che la Commissione avanza? e quali i rischi di quest'impostazione?

C’è, anzitutto, l’elemento della de-universalizzazione cui ho già accennato. Poi c’è il fatto che chi acquisisce la cittadinanza di un paese dell’Unione, acquisisce anche la cittadinanza comunitaria. Spesso non si sa chi siano questi cittadini, da dove provengano i loro capitali, cosa vengano a fare in Europa, per quale motivo acquisiscano la cittadinanza dell’Unione Europea. Esiste un grandissimo difetto di trasparenza che fa il paio con l’elemento della de-universalizzazione. Sono due questioni estremamente gravi, degne di preoccupazione, su cui , invece, non c’è la necessaria attenzione.