Sono quasi dieci milioni le donne italiane che lavorano e tra loro le mamme sono circa 5,4 milioni, 3 milioni hanno almeno un figlio con meno di 15 anni. Non sono nude cifre quelle rese note in una ricerca della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, ma vite reali, fatte spesso di una quotidianità molto dura e resa ancora più difficile dall’emergenza da Covid-19. Una crisi che ha visto balzare prepotentemente sulla scena del lavoro il cosiddetto smart working, che, soprattutto a detta di chi lo sta sperimentando sulla propria pelle, di smart, ha davvero poco. Nato giustamente per conciliare le esigenze lavorative e quelle familiari, il lavoro agile, in questo frangente, ha finito con il diventare una doppia occupazione che non permette più di distinguere i tempi della vita da quelli del lavoro.

Sempre secondo la suddetta ricerca in questi due mesi di chiusura delle scuole e degli spazi tradizionali del lavoro, le donne con figli hanno sgobbato più dei papà e i motivi non sono emergenziali, non risiedono solamente nel differente livello di occupazione tra uomini e donne nei settori industriali e nei servizi essenziali. I motivi sono culturali e hanno le loro radici nell’epoca pre-Covid, perché lo smart working evidenzia uno sbilanciamento di carichi che si è sedimentato nel tempo, con buona pace di chi sostiene che "sono stati fatti passi avanti" e che ora gli uomini "aiutano le donne". L’aiuto non implica una equilibrata distribuzione dei carichi, fisici e mentali.

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La chiusura delle scuole ha dato alle madri, in maniera definitiva, la patente di funamboliste, impegnate nel mantenere un equilibrio costosissimo in termini di energia e di abnegazione di sé, divise tra il proprio lavoro, davanti a un computer, e, quando i figli sono in età scolare, le lezioni a distanza, magari dividendosi disordinatamente lo stesso dispositivo, oppure l’impegno a intrattenere bambini piccoli per giornate intere, tentando di inventarsi i diversivi più fantasiosi per evitare che la propria prole diventi ingestibile come ogni creatura in gabbia. E poi ci sono le incombenze casalinghe e non basta che papà cucini, perché l’organizzazione all’interno di una casa richiede impegno mentale e fisico che gli uomini continuano a delegare. Ci si sente forti quando si portano some pesantissime senza cedere mai, ma anche questo compiacimento è venuto il momento che abbia una fine.

Il futuro non fa bene sperare. A settembre, se tutto andrà secondo le migliori previsioni, ci saranno turnazioni degli studenti, alternanza casa-scuola, formazione a distanza e la necessità della presenza fisica di un genitore, se i bambini frequentano ancora nido, materna, primarie e medie. Ci si chiede allora quali saranno i numeri quando si andrà a vedere quante donne e quanti uomini hanno dovuto lasciare il lavoro o sospenderlo temporaneamente. L’esperienza ci dice che sino a ora sono state sempre in maggior numero le mamme a sacrificarsi. I provvedimenti del governo sarebbe allora bene che si basassero non solamente sulle cifre di cassa, ma sull’analisi di una società declinata ancora troppo al maschile, così da iniziare finalmente a invertire la tendenza.

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