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La giornata internazionale

Centouno anni fa la prima legge che legalizzava l'aborto

Foto: Simona Caleo
Ilaria Romeo
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Il primo decreto venne promulgato dall'Unione Sovietica, da allora per le donne di tutto il mondo non è mai finita la lotta per riaffermare la piena libertà di scelta sul proprio corpo

Il 28 settembre è la giornata internazionale dell’aborto sicuro. Celebrata per la prima volta come giornata di azione per la depenalizzazione dell’aborto in America Latina e nei Caraibi nel 1990, nel 2011 la giornata sarà dichiarata "internazionale" dal Women's Global Network for Reproductive Rights. Sono passati esattamente 101 anni dall’adozione della prima legge che legalizzava l’aborto, un “Decreto sulla salute delle donne” promulgato nell’ottobre 1920 dall’Unione Sovietica.

Per una legge sul tema l’Italia dovrà attendere il 1974, quando il 22 maggio, la legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) verrà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana, divenendo a tutti gli effetti legge dello Stato.

Capitolo conclusivo di una lunga battaglia iniziata qualche anno prima dal Partito radicale, la 194 (confermata da un referendum nel 1981) rende legale l’aborto attraverso l’abrogazione delle norme del titolo X del Libro II del codice penale (gli articoli 545-555 configuravano l’interruzione volontaria di gravidanza come “delitto contro l’integrità della stirpe” punibile con la reclusione, a seconda delle fattispecie di reato, fino anche a 12 anni).

Dopo il prologo, “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non é mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”, i punti principali della legge delineano tra l’altro l’istituzione dei consultori familiari, il termine di 90 giorni entro cui ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, l’obiezione di coscienza, le pene non più punitive ma a tutela della donna: è prevista la reclusione da 3 mesi a 2 anni per chi cagiona a una donna per colpa l’interruzione della gravidanza; reclusione da 4 a 8 anni per chi cagioni l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna.

L’interruzione di gravidanza viene dichiarata possibile per motivi personali, motivi di salute della donna o del nascituro, circostanze del concepimento. È possibile abortire entro i primi 90 giorni di gestazione nelle strutture ospedaliere e a spese dello Stato. Si può abortire entro i primi cinque mesi di gestazione nel caso in cui la gravidanza comporti rischi per la madre o per il bambino.

Già nel 1971 la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo l’articolo 553 del Codice penale, che prevedeva come reato la propaganda degli anticoncezionali. Sempre nel 1971 veniva presentato il primo progetto di legge in materia (n. 1762) firmato dai senatori socialisti Banfi, Caleffi, Fenoaltea: la proposta - così come quella presentata nell’ottobre dello stesso anno - non sarà nemmeno discussa. L’11 febbraio di tre anni più tardi, Loris Fortuna (il deputato socialista che aveva dato il suo nome alla legge sul divorzio approvata nel 1970 dal Parlamento e confermata dal referendum del 12 maggio 1974) presenterà un nuovo progetto di legge sulla depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto sul quale convergeranno il Partito radicale e il Movimento di liberazione della donna.

Il 18 febbraio del 1975 la Corte costituzionale dichiarerà parzialmente illegittimo l’articolo 546 del codice penale, riconoscendo la legittimità dell’aborto terapeutico, e il 29 aprile del 1975 il Parlamento approverà la legge 405 per l’istituzione dei consultori familiari. Tra febbraio e aprile 1975 vengono presentate sei proposte di legge sulla materia. Intanto si cominciano a raccogliere le firme per un referendum abrogativo delle norme del codice penale che vietano l’aborto (l’8 novembre 1975 la Cassazione dichiara valido il numero di firme per il referendum) e inizia la discussione sul testo di legge unificato. 

Una legge importante, fondamentale, purtroppo non sempre correttamente applicata.

“La percentuale media di ginecologi obiettori in Italia - sottolineava lo scorso anno  Silvana Agatone, presidente di Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per applicazione della Legge 194 - è del 69% con picchi del 91% in alcune Regioni e la quota degli ospedali in cui si rende usufruibile l’interruzione di gravidanza è del 64,9% e non del 100% come dovrebbe essere, in base all’Art. 9 della Legge 194/78. L’aborto terapeutico, ovvero quello dopo i 90 giorni a causa di malformazioni del feto o pericolo per la salute della madre, viene eseguito solo in pochissime città italiane da pochissimi ginecologi. Qualsiasi miglioramento delle tecniche di aborto come ad esempio l’aborto farmacologico, spesso accompagnato dall’inutile ricovero obbligatorio di tre giorni in ospedale, viene demonizzato come pericoloso e etichettato come un abbandono della donna”.

Ancora oggi ci sono regioni e città italiane dove è quasi impossibile abortire, e la situazione non è certo migliorata con il Coronavirus.

“Nell’aborto - rispondeva a Claudio Magris nel 1975 Italo Calvino - chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte. Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale impiega la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno. Sei un bell’incosciente, a dir poco, lascia che te lo dica. Non riderei tanto delle misure igienico-profilattiche; certo, a te un raschiamento all’utero non te lo faranno mai. Ma vorrei vederti se t’obbligassero a essere operato nella sporcizia e senza poter ricorrere agli ospedali, pena la galera”.

Gli aborti non sicuri sono una delle principali cause di lesioni e di morte tra le donne di tutto il mondo.  Anche se i dati sono imprecisi, si stima che circa 20 milioni di aborti non sicuri vengano eseguiti ogni anno e il 97% di essi si verifica nei paesi in via di sviluppo.

La legalità o meno dell’aborto è un fattore importante per la sua sicurezza. I paesi che possiedono leggi restrittive hanno tassi significativamente più alti di aborti a rischio rispetto a quelli in cui l’aborto è legale e disponibile (mentre raramente gli aborti sicuri comportano una mortalità, quelli non eseguiti in sicurezza provocano fino a 70 000 decessi e 5 milioni di disabilità all’anno).

Anche in Italia l’aborto clandestino esiste ancora. Lo ammette lo stesso Ministero della Salute che nella sua relazione al Parlamento del gennaio 2019 approssimava una stima tra le 10 e le 13 mila donne ogni anno ancora vi ricorrono. Proibire alle donne di abortire, o renderlo molto difficile, le mette nelle condizioni di rivolgersi ad aborti clandestini o ad altre modalità che spesso sono anche pericolose. Dopo esserci morsi la lingua tre volte proviamo a riflettere almeno su questo.