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L'intervista

Migranti, serve una svolta

Foto: Danilo Balducci/Sintesi 
Carlo Ruggiero
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Massafra (Cgil): "L'entrata in vigore del decreto Lamorgese è stato sicuramente un momento cruciale, perché ha messo fine a un obbrobrio normativo. La strada da percorrere però è ancora lunga, anche se il piano d'azione Ue per l'integrazione indica la giusta direzione "

Sono oramai passati sei mesi dal varo del nuovo decreto immigrazione, il testo che ha permesso finalmente all'Italia di superare i famigerati 'decreti Salvini'. Quel battesimo fu giustamente salutato come una vittoria, figlia di una lunga battaglia, dai promotori della campagna #IoAccolgo di cui la Cgil nazionale fa parte da sempre. Eppure, secondo gli ultimi dati disponibili, la situazione per rifugiati e richiedenti asilo in Italia non è cambiata di molto. Vivono sempre ammassati nei grandi Cas, il permesso di soggiorno resta una chimera e i processi di inclusione rimangono ancora accessibili solo a una piccola minoranza. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Massafra, segretario confederale del sindacato di Corso d'Italia.

Qual è lo stato dell'arte dell'accoglienza in Italia?

L'entrata in vigore del decreto Lamorgese è stato sicuramente un momento importate. Un risultato cruciale, ottenuto anche grazie alla presenza di interlocutori che si sono dimostrati piuttosto affidabili. Quel testo ha messo fine a un obbrobrio normativo che ha allungato la curva nefasta degli interventi sull'immigrazione che si sono susseguiti nel nostro Paese negli ultimi anni. Quelle leggi, dal testo unico in poi, sono il prodotto di una logica securitaria dominante, che ha visto nei cosiddetti Decreti sicurezza del 2018 il suo apice. Con il nuovo decreto è stata quindi interrotta quella curva. Ovviamente non si tratta di un punto di arrivo, ma è stato sicuramente un punto di svolta notevole.

L'approvazione del decreto, però, è arrivata in piena emergenza sanitaria. Il Covid ha frenato un concreto cambio di passo nel nostro sistema di accoglienza?

Sì, è così. Il passaggio normativo è arrivato in un momento molto particolare. Il nostro sistema di accoglienza faceva già acqua da tutte le parti, e il Paese era investito dalla pandemia. Il Covid ha amplificato molte delle disuguaglianze presenti nel nostro tessuto sociale, e anche sul fronte dell'accoglienza ha determinato delle difficoltà oggettive che si sono sommate a evidenti problemi strutturali. C'è stato quindi un forte rallentamento nei processi di accoglienza e di integrazione che ha lasciato nel limbo migliaia di persone. Lo dimostrano anche, sul fronte della regolarizzazione, i risultati estremamente limitati e limitanti dei processi messi in campo in agricoltura e nella cura. Oggi, l'accidentata campagna vaccinale italiana sta mettendo in evidenza anche un altro problema, quello del riconoscimento del diritto alla salute dei migranti sul suolo italiano. Quindi, è evidente che la nostra battaglia non finisce certo con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto Lamorgese. L'obiettivo resta una riforma organica e complessiva del tema migratorio in questo Paese.

Lo spauracchio del virus, in effetti, ha anche tenuto per qualche mese sottotraccia il tema dell'immigrazione, che però è tornato alla ribalta con la ripresa degli sbarchi sulle coste italiane.

Siamo tra l'altro in attesa di un nuovo picco di arrivi, perché con l'avvicinarsi dell'estate si prevede un ulteriore aumento degli gli sbarchi dal Mediterraneo. La situazione rispetto agli anni scorsi nel frattempo non è affatto cambiata. Il Tavolo asilo, di cui la Cgil fa parte, ha inviato una lettera al presidente del Consiglio per chiedere di cambiare subito e radicalmente le politiche di accoglienza e di soccorso in mare. In quell'appello si ripete per l'ennesima volta che è necessario interrompere i finanziamenti alla guardia costiera libica che si è dimostrata, per usare un eufemismo, inadeguata e ai limiti della connivenza con un sistema criminale oramai accertato. E che bisogna continuare a puntare sulla modifica del trattato di Dublino e sull'assunzione di responsabilità da parte degli altri stati membri.

C'è insomma ancora bisogno di una rivoluzione culturale su questo tema?

Una novità importante, in realtà, c'è già stata. Riguarda gli strumenti che la Commissione europea sta introducendo con il piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021-2027. Il piano riconosce l'importante contributo offerto dai migranti all'Ue e affronta le barriere che possono ostacolare la partecipazione e l'inclusione delle persone provenienti da un contesto migratorio. A ben vedere, questo potrebbe davvero essere l'inizio di una rivoluzione culturale, perché potrebbe spostare i contributi economici dall'accoglienza, considerata ancora in senso emergenziale, al tema dell'integrazione socio-lavorativa. Si sta insomma per aprire un capitolo nuovo e molto interessante nelle politiche europee, la strada giusta verso un sistema che tenga finalmente conto della strutturalità del fenomeno migratorio. Bisogna stare all'erta, perché è davvero un passaggio fondamentale, e potrebbe spingere verso un processo di riforma generale. Speriamo che si trasformerà presto in politiche di sostegno ai processi di inclusione. Sarebbe la svolta che attendiamo e che chiediamo da anni.