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Aborto

L'errore di Pier Paolo Pasolini

 Lo scrittore Pier Paolo Pasolini
Ilaria Romeo
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Radicale nella politica, nella vita e nelle sue opere, lo scrittore non riusciva a comprendere perché l'interruzione volontaria di gravidanza è un diritto delle donne

Per stimolare e affrettare il Parlamento all’approvazione di una legge sulla interruzione volontaria della gravidanza, nel 1975 il Partito Radicale e il Movimento di liberazione della donna prendevano l’iniziativa di raccogliere le firme per un referendum abrogativo delle norme del Codice penale che vietavano l’aborto. L’8 novembre 1975 la Cassazione dichiarava valido il numero di firme.

Scriveva Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera il 19 gennaio di quell'anno:

Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto ad una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione 'cinica' dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i 'principi reali' da difendere, questa volta non l’hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i 'principi reali' coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo. Perché io considero non 'reali' i principi su cui i radicali ed in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto? Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se magari nel caso di un nuovo referendum molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe meno clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti - su questo non c’è dubbio - una enorme comodità per la maggioranza.

A Pasolini - e non solo a lui - Marco Pannella su L’Espresso il mese dopo rispondeva così:

“E l'eutanasia, per quando?", m’è stato chiesto in un recente dibattito sull’aborto. Deluderò nemici in agguato e amici impazienti, ma io sono contro. Nessuno ha il diritto di compiere la scelta della morte dell’altro finché in chi soffre e fa soffrire ci sia un barlume, o la speranza di un barlume, di volontà o di coscienza. Gestire in assoluta libertà e responsabilità il proprio corpo è destino indeclinabile della persona, è scelta obbligata prima ancora che rivendicazione e diritto di ciascuno. Nessuna legge, invece, impedirà mai il suicidio. Si può tutt’al più costringere il suicida povero a sfracellarsi orrendamente sotto una macchina o precipitandosi dalla finestra, o facendo saltare con il gas l’intero edificio, mentre il ricco potrà sempre darsi una morte serena e dolce senza mettere in pericolo, se non vuole, la vita d’altri. Nessuna legge, ugualmente, impedirà mai, di per sé, l’interruzione volontaria della maternità. Ha torto Pasolini quando pensa che vogliamo depenalizzarla per ‘realpolitik’. Per oltre dieci anni siamo stati i soli, con Gigi De Marchi, a lottare per una sessualità libera e responsabile, per l’istruzione sessuale, per il controllo delle nascite, per una politica di responsabilizzazione demografica. Continuiamo. Ci recavamo in San Pietro con i cartelli: "Sì alla pillola, no agli aborti". Abbiamo ora chiesto a una donna, madre di otto figli, di venire con noi in Corte di Cassazione, a firmare la richiesta di referendum. Per motivi di opportunità (non di opportunismo), che non condivido ma che rispetto, non è venuta. Volevamo in tal modo sottolineare che siamo ferocemente contrari a confondere la battaglia, pur essa urgente e necessaria, per il controllo delle nascite, con quella per la depenalizzazione dell’aborto. Siamo per una maternità libera e responsabile, e una libera e responsabile gestione del proprio corpo; e non a senso unico. Ci impegneremo a convincere tutti a riflettere bene prima di procreare.
Ma siamo già oggi e qui mobilitati perché la società tuteli pienamente, come ogni altra, anche la scelta di aver molti figli, dalla quale pur tendenzialmente dissentiamo. Purché sia, appunto, una scelta e non una condanna, almeno per la madre (se non per i figli che, senza colpa, poi verranno). È questo regime democristiano, clericale, capitalistico, che fa dell’aborto clandestino di massa l’arma demografica assoluta (oltre all’espulsione dell'embrione o del feto, l’aborto clandestino garantisce infatti un'altissima percentuale di sterilità, di malattie, e una non insignificante mortalità; profitti ‘liberali’ per quasi un migliaio di miliardi l’anno); la ‘realpolitik’ è tutta qui, tutta sua. Quanto a noi, ci limitiamo a difendere la vittima accingendoci a disarmare il potente che la massacra. Poi discuteremo. L’attuale legge clerico-fascista non dissuade ma persuade all’aborto perché toglie alla società e alla donna, a ciascuno, quella possibilità di dialogo umano, di mutuo tentativo di consiglio e di convinzione che sono nutrimento essenziale delle nostre concrete, storiche moralità, di scelte diverse, di dissuasioni possibili, il terrorismo e la violenza non aiuteranno mai altro che la morte, non la vita.
Dirò ancora a Pasolini, a questo uomo e compagno profondamente buono, che v’è altro del quale deve chiedersi se possa e debba assolverci; confesso a lui che la vita mi chiede ogni giorno d’affrontare problemi di coscienza più gravi di quello che è il riconoscere alla donna il diritto di interrompere, in clinica anziché sul tavolo di cucina, lo sviluppo del codice genetico, del progetto biologico di uno zigote, cioè di un ovulo, fecondato da pochi giorni o settimane. Ad esempio quello di mangiare, vivere, quando so che l’80 per cento dei bambini messi al mondo in intere regioni di questa terra e in quest’anno, lo sono stati nell’unica, ineliminabile prospettiva di soffrire orribilmente e di morire assassinati dalla fame e dalle malattie, nelle prossime settimane e già mentre sto scrivendo. Grazie anche all’Humanae vitae.
Ma c’è dell'altro, e più grave. Pasolini ha scritto della scomparsa, del ‘genocidio' delle lucciole. Io non ironizzo. Mi crederà se gli assicuro che una notte, già anni fa, amando, ho raccontato le lucciole scomparse, come una favola, a chi m’era accanto? Sono fra coloro che hanno compreso, quindi, il suo articolo sul Corriere della Sera. Ma Pasolini mi comprenderà, a sua volta, quando affermo che se dovessi scegliere fra salvare un agnello vivo, dolce, trepidante, con i suoi occhi e i suoi belati, e salvare un zigote casuale e non voluto, e dovessi farlo in omaggio e rispetto della vita, è quella ‘creatura del Signore’ che probabilmente salverei? Eppure domani mangerò abbacchio al forno. ‘Agnus Dei tollis peccata mundi..’. Questa è la vita: nel dramma è la sua e nostra nobiltà. Scegliere quale dolore: altro spesso non possiamo, per onorarla e tentare la bontà e la felicità (…).

Aggiungerà Italo Calvino: “Solo chi - uomo e donna - è convinto al cento per cento d’avere la possibilità morale e materiale non solo d’allevare un figlio ma d’accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d’imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. (…) L’aborto è 'una' cosa spaventosa. Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte”.

Anche se quell’uomo si chiama Pier Paolo Pasolini.