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La riflessione

Quando la fabbrica entrò in Parlamento

Milano, 14 maggio 1969. Sciopero dei lavoratori Fiar.
Marco Revelli
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Lo Statuto collocato nel suo tempo storico. Anticipiamo un brano di un più ampio articolo in uscita sul numero 1/2020 della Rivista giuridica del lavoro

Quando fu promulgato lo Statuto dei lavoratori erano trascorsi esattamente cinque mesi dal 21 dicembre 1969, il giorno in cui era stato firmato il  contratto dei metalmeccanici: la vertenza pilota di quello che fu da subito definito l’"autunno caldo". In genere ci si concentra su quei tre mesi e mezzo, effettivamente incandescenti, che vanno dalla prima decade di settembre alla vigilia di Natale, drammaticamente segnati sul finire dalla strage nera di piazza Fontana a Milano. Ma in realtà il conflitto si era aperto già prima della scadenza "ufficiale", nei grandi stabilimenti metalmeccanici e siderurgici torinesi e milanesi come nel polo chimico di porto Marghera, in forme spesso spontanee come alla Fiat a giugno e a luglio, quando la produzione era stata più volte bloccata da scioperi a scacchiera. E la conflittualità attraversava trasversalmente pressoché tutto il mondo del lavoro: in quell’anno scadevano quarantacinque contratti collettivi e un’altra quindicina risultava ancora "aperta" dagli anni precedenti, per un totale di quasi 5 milioni di lavoratori (di cui circa un quarto metalmeccanici). Le ore di sciopero avrebbero raggiunto, alla fine, la cifra record di 250 milioni: un punto di picco assoluto a conclusione di un decennio nel corso del quale la conflittualità era andata via via crescendo (nel 1960 erano state 46 milioni; nel 1966 – anno di rinnovi contrattuali – 115; nel 1968 – anno senza significative vertenze – 74).

A riprova della radicalità del conflitto stanno le statistiche sul numero di lavoratori e sindacalisti denunciati per atti compiuti durante azioni di picchettaggio ai cancelli delle fabbriche, blocchi stradali o ferroviari, manifestazioni non autorizzate ecc. Cgil Cisl e Uil calcolano che tra settembre e dicembre siano stati complessivamente 9.938, di cui – a conferma della diffusione e trasversalità del conflitto – "1.768 metalmeccanici, 1.474 braccianti, 359 edili, 107 alimentaristi, 530 chimici e vetro, 326 minatori e cavatori, 400 tessili e abbigliamento, 63 poligrafici e cartai, 288 lavoratori dei trasporti, 43 lavoratori del commercio, 277 statali e parastatali, 2.135 dipendenti degli enti locali e ospedalieri, 1.054 vigili urbani, 1.166 lavoratori appartenenti ad altre categorie". Nel complesso, secondo i dati forniti dall’allora ministro dell’Interno Franco Restivo, i denunciati nel 1969 furono quattordicimila, il che  renderà necessaria l’amnistia approvata dal Parlamento nel maggio del 1970, pochi giorni dopo lo Statuto dei lavoratori, per tutti i reati "sociali" comportanti pene inferiori ai cinque anni.

D’altra parte, quell’annus mirabilis cadeva nel pieno di un decennio che, in pressoché tutto l’Occidente industrializzato, era stato segnato da un livello eccezionale di conflittualità sociale che aveva come baricentro i grandi stabilimenti per la produzione di massa standardizzata manifatturiera. Lo testimoniano le statistiche degli scioperi, che fanno registrare, in un quadro di comparazione internazionale, record "trasversali" per quanto riguarda sia la "partecipazione" che il "volume" dei conflitti sindacali: tra il 1965 e il 1974, il numero di scioperanti ogni 1.000 occupati si colloca a quota 232 in Francia, 112 nel Regno Unito, 63 negli Stati Uniti (livelli mai raggiunti nei decenni precedenti e in quelli successivi) e 476 (un assoluto il più alto) in Italia. Nello stesso periodo, le giornate di lavoro perdute per 1.000 occupati risulteranno 391 in Danimarca, 306 in Francia, 733 nel Regno Unito, 1.020 negli Stati Uniti e 1.861 in Italia.

Era il segno tangibile che il potente dispositivo disciplinare fordista-taylorista, dopo aver generato nei decenni della sua genesi e della sua prima maturità una diffusa subordinazione della forza lavoro al comando d’impresa, ora, nella seconda maturità, per così dire, si rovesciava producendo su scala crescente insubordinazione e conflitto, a cui appunto, in un paese quale l’Italia – come si è visto caratterizzato da una particolare estensione e radicalità del fenomeno –, si tenterà di rispondere, almeno in un primo momento, con iniziative legislative e formule negoziali (dallo Statuto al "punto unico di contingenza") volte a mediare il conflitto o a non esasperarne le manifestazioni. Il che ci conduce al secondo aspetto preliminare: lo scenario ampio o "lungo". Quella perdita di controllo sull’allora principale "fattore produttivo" – la forza lavoro – che in Italia ebbe il suo apice con l’"autunno caldo" ma che, come si è visto, caratterizzò l’intero decennio a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta in tutto l’Occidente industrializzato, si manifestava ("esplosivamente") nell’ambito del sistema socio-produttivo definito sinteticamente "fordista" (o, appunto, "fordista-taylorista"): un modello che in letteratura (in sociologia dell’organizzazione, ma anche in sociologia industriale e in sociologia del lavoro) va sotto il nome di "paradigma razionale a sistema chiuso" (l’espressione è di James Thompson).

La formulazione è di per sé gravida di implicazioni. Si tratta infatti: a) di un "paradigma", cioè di un complesso di caratteristiche organicamente  interdipendenti che definiscono una "logica di funzionamento"; b) orientato all’uso "razionale" dei fattori produttivi (nel caso di un processo industriale) od operativi (nel caso di un complesso amministrativo), cioè alla massimizzazione dei risultati e alla minimizzazione degli sforzi; c) nell’ambito del quale la "razionalità" è subordinata alla "chiusura" del sistema, cioè alla possibilità di delimitare un numero relativamente ristretto di variabili escludendo ogni possibile interferenza imprevista o, per usare l’espressione tecnica, ogni "contingenza". L’idea guida è costituita dalla necessità di "ritagliare" da un ambiente di per sé caotico, o comunque "disordinato", uno spazio delimitato come condizione per produrre al suo interno un "frammento di ordine", cioè un sistema di relazioni ordinate e in quanto tali "razionali" o "razionalizzate", sottoposte a sequenze prevedibili e pianificabili. Esso riguarda tanto le grandi strutture produttive finalizzate alla produzione di massa standardizzata e caratterizzate da "tecnologie di concatenamento" (la classica assembly line) che impongono flussi costanti e regolari con mansioni strettamente sincronizzate – gli stabilimenti fordisti appunto –, quanto i grandi apparati amministrativi prevalentemente pubblici per la somministrazione di servizi e funzioni di utilità collettiva, che implicano pratiche e atteggiamenti orientati al tradizionale principio dell’"imparzialità dell’azione amministrativa" e dell’impersonalità del pubblico funzionario (le "burocrazie pubbliche").

Nel primo caso, l’azzeramento o comunque la riduzione al minimo delle "contingenze esterne" (possibili irregolarità nel flusso di accesso dei materiali) si ottiene mediante "la chiusura ermetica del nucleo tecnologico mediante componenti di input e output" ("polmoni", aree di stoccaggio ecc.), mentre per le "contingenze interne" (determinate da comportamenti "irregolari" della manodopera) si ricorre alle tecniche tayloristiche di formulazione e imposizione di "norme" dirette a imporre una "regolarità" al processo lavorativo. Nel secondo caso, valgono le linee generali della burocrazia weberiana, strutturata essenzialmente in base a un sistema di regole e di interazioni tra ruoli e funzioni predeterminati e gerarchicamente ordinati in termini generali e astratti (gerarchia tra uffici, non tra "personalità naturali").

In entrambi i casi, al cuore del modello sta quel procedimento specifico che uno dei padri della sociologia dell’organizzazione, Richard W. Scott, definisce col termine "formalizzazione": la procedura in base alla quale i ruoli e i rapporti tra i ruoli sono prescritti prescindendo dalle caratteristiche delle persone che occupano la posizione nella struttura secondo regole precise ed esplicite, così da garantirsi l’"oggettivazione degli atti e dei comportamenti" e, grazie a questa, la loro "manipolabilità" (organizzazione in successioni razionali di operazioni predeterminate in organigrammi) e "prevedibilità". Essa consiste, in sostanza, in un sistematico processo di spersonalizzazione e sterilizzazione della soggettività, identificata come fonte di comportamenti irregolari, imprevedibili, irriducibili a regolarità [in questo senso, Scott definisce la formalizzazione come "un tentativo di rendere il comportamento più prevedibile, standardizzandolo e regolandolo" al fine di permettere il formarsi di "stabili aspettative (…) in ciascun membro del gruppo rispetto al comportamento degli altri membri in determinate condizioni (le quali a loro volta) sono una precondizione essenziale per la considerazione razionale delle conseguenze delle azioni in un gruppo") .

L’operazione, si deve aggiungere, è tanto più strategicamente necessaria quanto più ci si trovi in presenza di "nuclei tecnologici" – cioè di sistemi di macchine – basati su "tecnologie di concatenamento" per le quali il sincronismo tra le diverse fasi della lavorazione e la regolarità dei flussi devono essere massime, e nel cui contesto, dunque, il manifestarsi di "contingenze" – sia "esterne" che "interne" – appare particolarmente dannoso, anzi "incompatibile" con la razionalità del sistema stesso. Per queste ragioni, la morfologia degli apparati industriali "fordisti" – quelli caratterizzati dalla produzione di massa standardizzata di beni di consumo durevole che costituiscono il baricentro del lungo ciclo novecentesco originato dalla seconda Rivoluzione industriale – è in ampia misura surdeterminata e generalizzata. Essa presenta un altissimo grado di centralizzazione della direzione d’impresa, con linee di comando top down, netta separazione di ideazione ed esecuzione, con la pressoché totale standardizzazione delle mansioni esecutive e minimizzazione (fino all’azzeramento) dei gradi di autonomia degli addetti, prevalenza del Make sul Buy, finalizzata al controllo diretto della "mano visibile" dell’organizzazione sul flusso di componenti mediante forme di "integrazione verticale" e conseguente tendenza al gigantismo delle unità produttive.

Non stupisce che una tale struttura del sistema organizzativo «fordista» alimentasse una concezione organicistica e "autocratica" dell’impresa e del processo di lavoro, gerarchica e totalizzante (per non dire totalitaria), prevalsa sia nel campo della sociologia del lavoro che in quello giuslavorista tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta e percepibile nella sua influenza nello stesso art. 2086 del nostro codice civile "secondo il suo originario significato programmatico – come scrive Luigi Mengoni –, modellato sul concetto germanico di comunità di lavoro, governata da un capo e formata da seguaci o gregari del capo, con la conseguenza che la disciplina del lavoro nell’impresa tendeva a investire l’intera persona del lavoratore". Si trattava, come è evidente, di una concezione certo congruente col modello organizzativo prevalente, ma destinata a entrare in crescente conflitto sia con i fondamenti giuspubblicistici affermatisi in particolare con le Costituzioni nate dopo la caduta dei fascismi, sia con la mutazione del comune sentire e del costume acceleratasi dalla fine degli anni Cinquanta (consumi di massa, individualizzazione, rifiuto dell’autoritarismo e delle gerarchie, sensibilità per i diritti personali ecc.).

In questo senso la legge n. 300 del 1970 ebbe una funzione riequilibratrice tra fabbrica e società, o se si preferisce tra sfera del lavoro e sfera della vita: con essa, non solo il sindacato varcava i confini dell’impresa ottenendone un esplicito riconoscimento giuridico ("è la legge del sindacato in azienda", scrisse Massimo D’Antona), ma la Costituzione entrava in fabbrica. Il lavoratore, nell’arco del suo orario di lavoro, cessava di essere in una condizione di extraterritorialità o, meglio, di appartenenza a un territorio altro rispetto a quello della Repubblica e si vedeva riconosciuta, pienamente, la prerogativa di cittadino, tutelato dall’intero arco di diritti che la Carta fondamentale riconosce a tutti. Lo Statuto, infatti – l’espressione è di Umberto Romagnoli –, "regola l’esercizio di diritti che spettano al lavoratore in quanto cittadino e ne sancisce la non espropriabilità anche nel luogo di lavoro. Per questo è la legge delle due cittadinanze. Del sindacato e, al tempo stesso, del lavoratore in quanto cittadino di uno Stato di diritto" . Esso sottraeva, in sostanza, l’intera sfera del diritto del lavoro alla dimensione puramente mercatistica quale derivava dall’assunzione totalizzante del "contratto" tra privati come fondamento dei reciproci obblighi e diritti, e gli assegnava una funzione mediatrice tra sfera privata e sfera pubblica, allineandosi alla cesura storica – particolarmente significativa in Italia – introdotta dal merito assunto dai movimenti dei lavoratori nella vittoria sui fascismi e dal riconoscimento costituzionale del ruolo pubblico del lavoro nella definizione dell’accesso democratico alla cittadinanza.

D’altra parte, collocato com’era nella fase matura del lungo ciclo fordista, anzi potremmo dire nella sua "fase terminale", quando la diffusa e radicale conflittualità generata dall’impatto del dispositivo di comando d’impresa su una forza lavoro sempre meno disponibile all’assoggettamento stava generando "contingenze interne" sempre più perturbanti dell’ordine razionalizzato produttivo, lo Statuto finiva per rispondere a un’esigenza "di sistema". Potremmo dire che in quel contesto si rendeva in qualche modo accettabile, anzi per certi versi necessaria, per la stessa controparte padronale un’istanza regolativa. O, forse meglio, un "regolatore normativo" che introducesse nella crescente imprevedibilità dei comportamenti soggettivi di contestazione della razionalità formalizzata un sistema di "normalizzazione" dei rapporti tra capitale e lavoro basato non sul mero rapporto di forza, ma su un dispositivo generale e astratto di riconoscimenti reciproci di doveri e di diritti.