Nato e sviluppatosi tra i primi anni Cinquanta e la metà degli anni Settanta, il movimento Ordine Nuovo ha rappresentato quella parte di neofascismo italiano fuori dall’arco costituzionale, ma in qualche legato al pensiero politico della destra istituzionale di allora, tra violenza di piazza e stragi dai colpevoli non ancora del tutto individuati.

A ricostruire questa storia, rimasta oscura in alcuni suoi passaggi determinanti, ci ha pensato Loredana Guerrieri, segretaria generale NIdil Cgil Macerata, autrice del volume Ordine Nuovo. Il nostro onore si chiama fedeltà (pp. 292, euro 17,50), appena pubblicato da Futura editrice, e che verrà presentato alla Fiera della piccola e media editoria di Roma domenica 7 dicembre, alle ore 18,30, nella Sala Sirio. Le abbiamo rivolto alcune domande.

Come è stata portata avanti la ricerca per costruire questo libro?
La ricerca è stata portata avanti utilizzando un gran numero di fonti primarie, risalenti al periodo che va dagli inizi degli anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, fra documenti d’archivio (atti e verbali delle autorità di polizia), materiali (come per es. volantini, manifesti e comunicati), riviste e testi prodotti dall’organizzazione. Inoltre sono state usate anche fonti orali (testimonianze dirette) di alcuni protagonisti di quelle vicende. Non sono stati trascurati nemmeno i documenti del Movimento sociale italiano, poiché nel periodo storico preso in considerazione è stata ricostruita la storia di Ordine Nuovo e il suo rapporto con quella il Msi. Il motivo per il quale si sono utilizzate più fonti primarie risiede nel fatto che la storiografia sull’argomento è ancora non particolarmente consolidata.

Vale a dire?
Nel senso che risulta essere orientata a indagare i legami tra il neofascismo e l’intelligence italiana e straniera, così come le connessioni con i cosiddetti apparati deviati dello Stato. Tale approccio, fortemente influenzato dalla categoria interpretativa della “strategia della tensione”, ha finito per concentrare l’attenzione quasi esclusivamente sugli effetti di quei fenomeni eversivi, offrendo letture spesso descrittive e, talvolta, frammentarie, tranne rari casi. In questo lavoro si è cercato invece di ricostruire la complessità politica, culturale e ideologica di questa formazione, senza mettere in discussione l’impianto probatorio che in parte ha chiarito i rapporti tra segmenti degli apparati civili e militari dello Stato e ambienti dell’estremismo neofascista.

Quali sono stati i rapporti negli anni di Ordine Nuovo con la parte istituzionale della destra del Paese?
I rapporti fra il Movimento sociale e Ordine Nuovo sono stati sempre contrassegnati da una relazione complessa e ambivalente, segnata da atteggiamenti oscillanti tra collaborazione e conflitto, vicinanza ideologica e marcata contrapposizione. Basti pensare che Ordine Nuovo nacque nel partito, poi ne uscì e successivamente una parte di esso vi rientrò.

Ci sono ancora dei rigurgiti neofascisti che si richiamano a quella esperienza?
Ordine Nuovo fu importante per quella generazione di ex fascisti che avevano la necessità di costruire attorno a sé un armamentario di idee-forza non completamente legate al fascismo storico o a quello di Salò, ma che si nutriva anche di altri elementi. Oggi non si può oggettivamente credere che possano esserci gruppi esplicitamente e apertamente riconducibili o intenzionati a rinverdire le pratiche di quel movimento. In ogni caso, non si può nemmeno escludere che la dimensione simbolica e l’immagine cristallizzata del ricordo associato a quell’organizzazione possa conservare un ruolo rilevante nella costruzione identitaria di alcuni ambienti della destra di oggi. Nello stesso tempo, non si può negare nemmeno l’esistenza di gruppi caratterizzati da forti richiami nostalgici.

Cosa significa oggi essere “fascisti in democrazia”?
L’espressione “fascisti in democrazia” fu usata, a metà degli anni Cinquanta, da Giorgio Almirante in un intervento congressuale del Msi. Quella definizione racchiudeva in sé un “equivoco”, un paradosso; al tempo stesso simboleggiava per quella generazione di neofascisti il sentimento di estraneità di un soggetto politico che tentava di inserirsi in un sistema di cui voleva rappresentare l’alternativa. Sono passati molti anni e ci sono state molte fasi che hanno trasformato la destra italiana. Oggi di quella esperienza sono rimasti un forte nazionalismo e il culto dello Stato. Essere “fascisti in democrazia” da parte della destra italiana oggi non significa soltanto consolidare un proprio accentuato conservatorismo, ma soprattutto il distacco da ogni richiamo chiaro ed esplicito al fascismo, di cui però si dovrebbe discuterne la genuinità e l’autenticità.