Dieci persone Lgbtqia+ si raccontano in un progetto fotografico che porta i corpi queer al centro della città. Negli spazi del Teatro India di Roma, nell'ambito della XIII edizione di “Dominio Pubblico – Youth Fest”, gli scatti di Flavia De Muro riflettono sulla rappresentazione delle identità nello spazio urbano contemporaneo.

Flavia De Muro, da dove nasce l’idea di “Le schiene sono i muri della città?” 

Il progetto nasce nel 2025 da un’esperienza precedente. L’anno scorso, insieme a Giulia Anania, poetessa e cantautrice Lgbtqia+, abbiamo realizzato uno shooting fotografico all’interno di un autobus, per indagare il rapporto tra spazio urbano e diritti civili. È stato un lavoro molto significativo e mi sono chiesta come poter continuare questa narrazione, uscendo però dalla dimensione dell’autobus, che era fortemente legata al tema del transito, del movimento e della presenza dei corpi nello spazio urbano. Ho deciso quindi di coinvolgere dieci persone Lgbtqia+, selezionate attraverso una call pubblica e non scelte direttamente da me, invitandole a riflettere insieme su come raccontare sé stesse e il proprio rapporto con la città. Con ognuna di loro ho attraversato un luogo diverso di Roma: dal Vaticano al Colosseo, dalla Casilina alla stazione Tiburtina. L’obiettivo era raccontare la presenza delle persone queer all’interno di una città grande e complessa come Roma.

La schiena come parte del corpo è ambivalente: da un lato evoca chiusura; dall’altro si estende come una pagina bianca.

Per quanto riguarda il titolo, la mia immagine iniziale era quella della colonna: qualcosa di verticale, di resistente, come i pilastri che sostengono una città. Ma c’era anche un riferimento al corpo, alla colonna vertebrale. La schiena è una parte estremamente evocativa: è una superficie su cui si potrebbe disegnare qualsiasi cosa e, allo stesso tempo, è il luogo da cui le nostre differenze sembrano scomparire. Guardate da dietro, le persone appaiono spesso molto più simili tra loro.

Che rapporto si è creato con i dieci protagonisti del progetto? Quanto di programmato c’era prima degli scatti e quanto, invece, è nato dall’incontro e dall’improvvisazione?

L’idea di partenza era mostrare come le persone queer abitino gli spazi più diversi della città. Le troviamo in centro, in periferia, nei quartieri popolari come nei luoghi più simbolici. Per esempio con Mauro Lamantia, che è anche una drag queen, siamo andati a Torpignattara, il quartiere in cui vive. Gli ho chiesto di trasformare le sue strade in una sorta di passerella. Torpignattara è un quartiere aperto e multiculturale, ma vedere una drag queen al di fuori di uno spazio tradizionalmente dedicato a quel tipo di espressione produce comunque un effetto particolare. Allo stesso modo, ho scelto luoghi fortemente simbolici come il Vaticano o il Colosseo per osservare le reazioni delle persone presenti. Al Colosseo ho fotografato Eva, in arte Tiamat Pan, una donna trans che ha iniziato il percorso di transizione in tempi relativamente recenti. Il suo corpo racconta una trasformazione molto visibile, e osservare le reazioni spontanee dei passanti è stato estremamente interessante.

C’è tutto un mondo oltre i margini dell’obiettivo.

Queste dinamiche emergono forse meno nelle fotografie e più nell’esperienza vissuta durante gli scatti. È stato un modo per osservare come cambiano gli sguardi e le reazioni a seconda dei quartieri e dei contesti: dagli atteggiamenti più aperti e partecipi fino agli sguardi più diffidenti o incuriositi.

Il rapporto tra corpo e città è un tema centrale nel percorso di riconoscimento dell’identità individuale e collettiva. Secondo lei per le persone Lgbtqia+ oggi è più importante raccontare la quotidianità del proprio vissuto “normale”, oppure la sua eccezionalità ?

È una domanda che mi pongo spesso anch’io. Durante la preparazione del progetto ho riflettuto molto su un’osservazione che mi è stata fatta da persone queer più grandi di me: oggi esistono meno luoghi specificamente dedicati alle persone Lgbtqia+, meno spazi di aggregazione riconoscibili rispetto al passato. Per questo motivo mi interessava raccontare persone che attraversano la città nella loro essenza più autentica, sia quando questa appare più vistosa, più “festivaliera”, come può accadere durante un Pride, sia quando si manifesta in modo più discreto. Penso, ad esempio, a Samuele, una persona gay e asessuale. Rappresentare la sua esperienza è stato complesso perché pone domande diverse rispetto alle rappresentazioni più comuni della sessualità queer. Conosco persone che scelgono una visibilità molto forte e altre che preferiscono mimetizzarsi nello spazio pubblico. Credo che entrambe le posizioni siano importanti. Da una parte c’è la necessità di affermare la legittimità di espressioni che possono apparire eccessive agli occhi di chi non è abituato a comprenderle; dall’altra c’è il valore della quotidianità, di una lotta silenziosa che spesso non è immediatamente visibile. Nel progetto ho cercato di mantenere questo equilibrio, senza forzare una rappresentazione estrema dei corpi, ma costruendo insieme a ciascuna persona il modo in cui desiderava essere raccontata.

Il rapporto tra corpi e muri della città evoca la dimensione delicata della comunicazione pubblica. Cosa pensa delle affissioni che l’associazione Pro Vita è stata costretta a rimuovere per via della sentenza del tribunale che le ha giudicate omofobe?

Dal mio punto di vista, c’è una differenza tra esprimere un’opinione e limitare la libertà di altre persone di autodeterminarsi. A proposito di corpi e spazio urbano, però, a me viene in mente soprattutto la street art. Da una parte viene considerata “degrado urbano”, qualcosa da cancellare; dall’altra viene riconosciuta come arte capace di dare significato e valore ai muri della città. In questo senso, penso che anche “Le schiene sono i muri della città” possa essere interpretato in modi diversi. Per qualcuno può rappresentare qualcosa di scomodo, da rimuovere; per altri può essere un gesto artistico che rivendica spazio e visibilità. È una tensione che riguarda tutte le forme di espressione pubblica e che, in fondo, dice molto del contesto in cui viviamo.

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