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Dal 23 al 28 giugno, il Teatro India a Roma ospita la XIII edizione dello “Youth Fest” di Dominio Pubblico, che quest’anno prende il titolo di “Sorgenti”, metafora di una crepa da cui poter far sgorgare nuova linfa artistica, vitale e dirompente. Oltre 100 giovani artisti, sei giorni di programmazione, per un totale di oltre 25 eventi in una settimana di teatro, danza, arti performative, arti urbane, musica, cinema, arti visive, fumetto e arti digitali rigorosamente under 25. Un appuntamento giunto alla tredicesima edizione, nato da una scommessa: un progetto di audience development e community engagement dedicato ai più giovani.
Tiziano Panici, direttore artistico e coordinatore della Dap – la Direzione artistica partecipata - tredici edizioni di un festival che mette al centro le giovani produzioni e le nuove drammaturgie. Qual è stata la scintilla che tredici anni fa ha dato vita a quello che oggi è diventato un appuntamento fisso?
In realtà la scintilla è stata proprio quella che cita nella domanda, la necessità di mettere al centro i giovani spettatori. All’epoca eravamo giovani programmatori teatrali e ci siamo ritrovati in spazi romani come il Teatro Argot e il Teatro dell’Orologio. Faticavamo a trovare un pubblico che fosse della nostra stessa età. Parliamo del primo decennio degli anni Duemila e ci interrogavamo su cosa significasse progettare una programmazione per un pubblico giovane. Per questo abbiamo deciso di coinvolgerlo direttamente. Abbiamo creato un primo gruppo di ragazze e ragazzi under 25, con cui abbiamo condiviso un percorso di formazione e avvicinamento allo spettacolo dal vivo. Successivamente abbiamo dato loro la possibilità di programmare uno spazio all’interno della stagione condivisa che avevamo chiamato Dominio Pubblico. Quello è stato l’innesco. Quel gruppo ha creato una manifestazione che conteneva già gli elementi che poi avrebbero dato vita al modello che portiamo avanti da tredici anni. Ogni anno il gruppo cambia e porta nuove idee e nuove riflessioni generazionali. Questo ci ha permesso di rinnovare continuamente il progetto senza mai cristallizzarlo. Oggi esiste una struttura consolidata, ma continuiamo a mantenere uno spazio aperto dedicato ai creativi che hanno appena concluso il loro percorso di studi e cercano un primo accesso al mondo del lavoro artistico.
Nella progettualità di Dominio Pubblico convivono due aspetti fondamentali: l’accesso al mondo del lavoro per gli i giovani artisti da un lato, la formazione di un pubblico giovane e consapevole, dall’altro. Partiamo dal primo: il problema della precarietà nel settore dello spettacolo resta centrale?
Sì, ma dobbiamo anche osservare che in questi anni il quadro è cambiato. Oggi esistono possibilità che allora non c’erano: bandi, finanziamenti, strumenti di sostegno che consentono di strutturarsi professionalmente. Per noi, per esempio, è stato un percorso lungo che nel tempo ci ha permesso di trovare le risorse non solo per realizzare il festival, ma anche per costruire una struttura stabile. Alcuni dei giovani che hanno partecipato ai nostri percorsi formativi oggi fanno parte dello staff del progetto. Detto questo, resta una difficoltà importante: fare in modo che il percorso di studi conduca realmente a una vita professionale sostenibile. Spesso mancano ancora gli strumenti necessari per compiere questo passaggio.
Quanto è stato importante per Dominio Pubblico entrare nel circuito del Teatro di Roma e del Teatro India?
È stato un passaggio fondamentale, ma anche complesso. Noi restiamo un organismo esterno che collabora con un’istituzione pubblica, quindi ci confrontiamo con regole, cambi di direzione e trasformazioni organizzative. Questa collaborazione si è mantenuta nel tempo perché Dominio Pubblico offre un servizio concreto all’ente pubblico: contribuisce al ricambio generazionale del pubblico teatrale. Ogni anno lanciamo una call che permette a ragazze e ragazzi under 25 di accedere alla programmazione del Teatro Argentina e del Teatro India a costi sostenibili. Oggi coinvolgiamo circa 200 giovani all’inizio della stagione. Per loro significa entrare in contatto con artisti di primo piano, assistere agli spettacoli e confrontarsi direttamente con figure fondamentali della scena contemporanea. È un’esperienza formativa molto significativa.
Il vostro lavoro si concentra anche sulla comunicazione. È uno degli elementi che ha permesso di avvicinare i giovani al teatro?
Assolutamente sì. Abbiamo iniziato molto presto a utilizzare strumenti e linguaggi che i grandi teatri hanno adottato solo successivamente. Penso ai social network e a modalità di comunicazione più vicine alle nuove generazioni. Questo è stato possibile perché abbiamo sempre ascoltato davvero il punto di vista dei ragazzi. Oggi è evidente che un venticinquenne non sceglie uno spettacolo attraverso il giornale. Bisogna utilizzare i canali che appartengono al suo quotidiano.
Spesso si dice che i giovani non vanno a teatro. È davvero così?
La realtà è che i giovani vanno a teatro se trovano un’offerta accessibile e rilevante. Noi coinvolgiamo i ragazzi anche nella scelta degli spettacoli. Attraverso il progetto Young Board discutiamo con loro la programmazione e raccogliamo indicazioni sui titoli che desiderano vedere. Questo è fondamentale perché lo spettacolo giusto può far nascere una passione duratura, mentre quello sbagliato rischia di allontanare definitivamente una persona dal teatro. I giovani chiedono prezzi accessibili, e contenuti teatrali che parlino alla loro generazione. E questi contenuti esistono. Molto spesso si trovano nell’enorme sommerso delle produzioni contemporanee, che riescono a intercettare con maggiore efficacia le loro sensibilità.
Il titolo scelto quest’anno è “Sorgenti”. Il claim recita: “Ogni sorgente inizia con una piccola crepa”. Cosa racconta questo tema?
È un claim ideato dalla Direzione Artistica Partecipata, cioè dal gruppo di giovani che costruisce il programma. L’idea della crepa ci è sembrata molto potente perché parla di fragilità ma anche di possibilità. Da una piccola frattura può nascere qualcosa di nuovo. Quest’anno il programma è particolarmente eclettico. Non è un festival costruito attorno a “grandi nomi”. Il suo valore sta nella scoperta. Invita il pubblico a entrare nel flusso della manifestazione e lasciarsi sorprendere. Durante l’anno lavoriamo con realtà di altissimo livello: ARF! Festival del fumetto di Roma, Orbita/Spellbound e il festival Fuori Programma, Mirabilia Festival, Spaghetti Unplugged, Theatron 2.0/Premio Omissis, Twain - Centro di Produzione Danza del Lazio e Premio Direzioni Altre, Festival In Scena di New York, 24 Frame al Secondo, Controchiave, Giro Giro Corto, il Cine TV Rossellini, Up Factory e la rete nazionale Risonanze. Queste collaborazioni permettono di individuare e sostenere artisti emergenti di grande qualità. Il nostro invito è semplice: venite a vedere degli sconosciuti. Perché spesso sono proprio loro a rappresentare il futuro creativo del Paese.
Possiamo dire che la ricerca spasmodica dei “grandi nomi” è uno dei problemi del teatro italiano?
In parte sì, ma non riguarda solo il teatro. È un problema del mercato culturale in generale. Oggi la visibilità è fortemente condizionata dai social e dalle piattaforme digitali. Questo porta il pubblico a riconoscere solo alcune figure. Tuttavia esistono comunità e pubblici che cercano altro. I giovani stessi rappresentano una comunità interessata alla scoperta. Se si crea un ambiente accessibile e accogliente, si possono aprire nuove possibilità.
Dominio Pubblico, come tante altre realtà culturali, si è dovuto confrontare negli ultimi anni con il problema dei tagli ministeriali. Quanto pesa questa situazione?
Molto. Lo scorso anno, mentre concludevamo il festival, abbiamo ricevuto la notizia dell’esclusione dal Fnsv (Fondo Nazionale Spettacolo dal Vivo) che per dieci anni aveva riconosciuto il nostro lavoro. È stato un colpo duro. Ti porta inevitabilmente a interrogarti sulla qualità di ciò che fai. Poi però abbiamo guardato ai risultati. Con India Città Aperta abbiamo portato quasi 6 mila persone al Teatro India in un mese. Questo ci ha confermato che il lavoro funziona. Il problema spesso non è la qualità dei progetti, ma la capacità delle istituzioni di riconoscerla e sostenerla.
Qual è il rischio se esperienze come la vostra non vengono sostenute?
Il rischio è perdere presìdi culturali fondamentali. Il nostro percorso è stato possibile grazie a una collaborazione costante con le istituzioni. Senza fondi pubblici, non avremmo potuto offrire formazione gratuita ai giovani né garantire biglietti a cinque euro invece che a quaranta. La cultura accessibile ha un costo e quel costo non può ricadere interamente sui cittadini. Per questo credo che la politica debba prestare molta attenzione a ciò che accade nel presente. Altrimenti il rischio è quello di riportare il Paese indietro di vent’anni. La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: continuare a investire in progetti che permettono alle nuove generazioni di incontrare la cultura e di immaginare il proprio futuro all’interno di essa.

























