Chi conosce e segue la scrittura di Christian Raimo sin dagli esordi, l’allora già spiazzante raccolta di racconti Latte (2001) pubblicata da minimum fax nell’ormai storica collana Nichel, con la quale vinse il Premio Tondelli, non rimarrà sorpreso dall’intensità delle pagine di questo ultimo romanzo, L’invenzione del colore (La nave di Teseo, pp. 393, euro 20).

Un’intensità che riesce a intrecciare con assoluta disinvoltura vita familiare e sentimentale, l’impegno professionale con quello civile, la militanza politica e quella culturale, quella che incontra quotidianamente corpi e menti con l’unico intento di partecipare, di fare la propria parte, senza troppe indulgenze per sé stessi né per gli altri.

La storia ruota intorno a una ricerca intima, quella di un padre che a un certo punto della vita inizia ad apparire in sogno, qualche anno dopo la sua morte. Nel particolare, ciò che interessa il protagonista è quello che è stato il mestiere quotidiano del padre, dipendente della Technicolor dai primi anni di attività (a Roma venne aperta nel 1955), dagli albori sino alla sua dismissione nella sede di Via Tiburtina, ennesimo capannone assorbito dalle tenaglie di un neocapitalismo sempre più imperante, soffocante, più volte descritto, quasi distrattamente, in più di un passaggio del libro.

Raimo ci conduce così nelle stanze dell’azienda di un tempo, quella che per prima ha introdotto il colore nella storia del cinema, soffermandosi anche su dettagliati aspetti tecnici, forse eccessivi per il lettore comune, ma utilissimi nel restituire la tipologia del lavoro che veniva fatto, e le sue progressive trasformazioni verso una tecnologia sempre più esasperata, a discapito di una certa qualità. 

E, attraverso il recupero di testimonianze vive, volti e voci all’epoca in servizio insieme al padre, o dei loro diretti discendenti, ricostruisce non soltanto la storia del miglior cinema del Novecento, nostrano e internazionale, ma dell’Italia intera, nel suo periodo di sviluppo dopo la fine della seconda guerra mondiale, sino al suo progressivo e incessante declino, di cui oggi vediamo le macerie, ma non ancora il fondo.

Qui subentra il Raimo pubblico, quello che abbiamo imparato a conoscere, il polemista mai domo e militante, in prima linea a volto scoperto, spesso rischiando di suo. C’è l’insegnamento nella scuola pubblica, il rapporto di certo atipico e altrettanto viscerale con i suoi studenti, in particolare con Paolo, in cerca di guai e di un posto nel mondo, figura che ci riporta all’esilarante Tranquillo prof, la richiamo io, pubblicato per Einaudi nel 2015. C’è la denuncia di un mondo del lavoro sempre più sfruttato, sempre meno rappresentato nelle sue più recenti e articolate espressioni, perché “è come se ci fossero sempre due storie, una è quella di chi vuole combattere i signori, l’altra è quella di chi vuole diventare come i signori”.

C’è il pubblico che si mescola al privato, la relazione sentimentale con una donna dal nome evidentemente evocativo in letteratura (Gadda), con la quale condivide riflessioni sulla società e crisi di coppia, la partecipazione alle insubordinazioni parigine viaggiando come capita, l’agenda delle priorità sociali, le convinzioni inscalfibili e gli eterni enigmi interiori.

In un finale che modifica in forma quasi drastica il registro linguistico sino a quel momento adottato, efficace a restituire specifiche sensazioni, la scrittura di Raimo si conferma una prosa alla ricerca del termine esatto, di una punteggiatura a tratti atipica, nella circostanza battezzata in ogni esergo da un richiamo a quelle sacre, di scritture. Forse per trovare delle risposte altrove. Forse per cercare una serenità durevole, ancora lontana, non facile da raggiungere per ogni spirito inquieto.